Andy Warhol, padre della pop art

Andy Warhol, padre della pop art

andy-wharolL’occhialuto Andy Warhol (1928-1987), dietro l’eccentricità e l’esuberanza dei suoi capelli, aveva intuito che l’arte stava mutando nella sinuosa società statunitense della seconda metà del secolo scorso. L’arte non era elitaria, non era di pochi, ma apparteneva ad ogni essere umano del pianeta. E’ davvero sacrilego l’idea che ogni opera d’arte non sia più unica ed irripetibile, ma venga quintuplicata fino alla nausea e offerta in pasto alla massa. Warhol nasce e cresce nell’emisfero della Pop Art (popular art), tendenza artistica che si era sviluppata in Inghilterra alla fine degli anni cinquanta e concentrava la propria attenzione sulla “mitizzazione degli oggetti e delle immagini di grande consumo nella società industriale”.

NUOVA COMUNICAZIONE – Warhol è stato molto più di un ingegnoso “spacciatore di trovate pubblicitarie” e senza di lui oggi non parleremmo di scienza della comunicazione, della moda, del design o della grafica pubblicitaria. Inconfondibile comunicatore che seppe esprimersi in tutti i campi dell’arte, dalla pittura alla fotografia, dal cinema alla scrittura, l’artista newyorkese si è rivelato persino un ottimo talent-scout di gruppi musicali e teatrali, nonché l’inventore della corporation dell’artista, ovvero il sistema di lavoro della collaboration. Alla base del suo percorso artistico, ci sono le collaborazioni come grafico pubblicitario a riviste come “Vogue” e “Glamour”. Nei primi anni sessanta dipinge personaggi tratti dal mondo della pubblicità e del fumetto tra cui Dick Tracy, Popeye, Superman e le prime bottiglie di Coca Cola. Warhol comincia a fare centro quando utilizza la tecnica di stampa impiegata nella serigrafia, fermando lo  sguardo sulle immagini comuni del suo tempo.”L’opera intera di Warhol – scrive Morante –  appare quasi un catalogo delle immagini-simbolo della cultura di massa americana: si va dal volto di Marilyn Monroe alle inconfondibili bottigliette di Coca Cola, dal simbolo del dollaro ai detersivi in scatola, e così via. In queste sue opere non vi è alcuna scelta estetica, ma neppure alcuna intenzione polemica nei confronti della società di massa: unicamente esse ci documentano quale è divenuto l’universo visivo in cui si muove quella che noi definiamo la società dell’immagine odierna”.

GLI ANNI SESSANTA – L’artista americano è stato celebrato con “The Andy Warhol Show” (22 settembre 2004 – 9 gennaio 2005), la mostra presentata dalla Triennale di Milano in collaborazione con Chrysler e curata da Gianni Mercurio e Daniela Morera. Uno degli eventi più visitati negli ultimi anni del nostro paese, la mostra ha raccolto più di duecento opere, tra cui foto, opere grafiche, disegni,  le copertine di Interview, filmati, documentazioni di moda ed oggettistica. Guardandosi attorno, si rivive la vita movimentata del Warhol che si impone come “l’imprenditore dell’avanguardia creativa di massa”, fondando la “Factory”, quell’officina di lavoro collettivo che produrrà lavori eccentrici e provocanti. Negli sessanta si ricordano le sue incursioni nel cinema, nell’editoria e nella musica con i lungometraggi “Sleep” ed “Empire” (1964), la fondazione della rivista “Interview”, nonché il sodalizio con la band rock dei Velvet Underground, di cui finanzia il primo disco e disegna la famosa copertina. Già cominciano a venire fuori i temi fondamentali della poetica warholiana: il mito della bellezza incatenata tra le briglie del successo e del potere (ritratti di Marilyn o Liz Taylor), l’affermazione e la presa di potere del consumismo (i marchi disegnati  per Campbell’s Soup o Brillo Box) e la pubblicità che esplode nella delirante e seriale ripetizione dell’immagine (Suicide o Electric Chair).

GLI ANNI OTTANTA – Gli anni ottanta lo vedono ancora attivo come produttore della Andy Warhol’s TV e come lettore di opere dei grandi maestri del Rinascimento, che ritrovano vitalità nel ciclo “The Last Supper” (L’ultima cena). La fonte ufficiale vuole che Andy Warhol muoia a New York nel 1987 a seguito di un intervento chirurgico alla cistifellea. L’anno dopo, diecimila oggetti di sua proprietà vengono venduti all’asta da Sotheby’s per finanziare la Andy Warhol Foundation for the Visual Arts. Ossessionato dalla “ripetitività” nella gerarchica società yankee, Warhol riproduce sempre il medesimo oggetto fino a svuotarlo del proprio significato. Il suo “social criticism”, serpeggiante in ogni sua opera d’arte, diviene una inevitabile critica alle contraddizioni dell’uomo contemporaneo. Warhol ha saputo guardare al di là del XX secolo, anticipando in alcuni tratti della sua molteplice opera il malessere dell’epoca della globalizzazione.

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