Bob Marley, 30 volte senza!

Bob Marley, 30 volte senza!

Bob Marley (foto di Alice De Ferrari)

Da dove viene quel ritmo che, a trent’anni dalla sua scomparsa, ci ronza ancora nel cervello? Bob Marley (1945-1981) è tra i pochi musicisti a trasfigurare un sermone in una partitura: niente note stritolate, ma ritmi tribali che, attraverso il suo reggae, impastano spiritualità, suono, voce. L’impasto è identico alle delizie fatte in casa dalle nostra nonne, che ci mettevano l’anima per farci venire l’acquolina in bocca. E il luogo di quella musica non fu soltanto la Giamaica, ma qualsiasi “dintorno del mondo”.

I pezzi di Marley sono alla ricerca disperata della libertà, perché come diceva lu stesso “meglio morire combattendo per la libertà, che vivere da schiavi”. E chi cercò di attuare un razzismo sottile nei confronti della sua arte musicale, si è arreso alla massima che vale anche oggi: “Fino a quando il colore della pelle sarà più importante del colore degli occhi sarà sempre guerra”. Tutto come prima, forse peggio di prima.

Di Bob Marley dovremmo tornare a sillabare ogni sua canzone, riviverla come “smisurata preghiera”, perché potremmo ritrovare la scorciatoia per guardare in faccia l’Universo. Cantare Marley significa puntare gli occhi al cielo, distesi sull’erba, a  piedi scalzi, senza il frastuono delle inutili distrazioni che stanno imprigionando i nostri sogni. Bob Marley ne aveva più di uno e perciò gli ultimi trent’anni senza di lui sembra che non siano mai passati.

Parole: Rosario Pipolo – www.rosariopipolo.it
Immagine: Alice De Ferrari – www.temporaryblog.com

 

Pipolo.it
Pipolo.it

Leave a Comment