Canzoni napoletane

Canzoni napoletane

150x150-canzoni-napoletaneE’ la canzone più cantata e tradotta di tutti i tempi: ‘O Sole mio (Capurro – Di Capua, 1898) è interpreta per la prima volta da Edoardo Di Capua e dedicata a donna Nina Arcoleo, moglie del noto letterato Giorgio Arcoleo. Di Capua compone le musiche sulle rive del mar Nero, consegnando l’andamento melodico di questo brano alla storia. “‘O sole mio sta nfronte a te” diventa il passpartout dell’Italia all’estero, tanto da conquistare persino il cuore degli americani nella versione inglese incisa da Elvis Presley dal titolo It’s now or never. ‘O surdato ‘nnamurato (Califano – Cannio, 1915) desta molto perplessità: una canzone triste, acquerello di sentimenti e batticuori lontani dalle trincee, viene intonata quasi fosse un inno da stadio. “Oj vit, oj vita mia” scolpisce a pieno un sussulto d’animo e conquista in maniera trasversale ogni tipo di pubblico, seducendo tanti interpreti: da Enrico Caruso a Beniamino Gilli, da Giacomo Rondinella a Roberto Murolo, finendo nel 1970 persino sulle labbra di Anna Magnani, protagonista dell’omonimo film diretto da Giannetti. ‘O ccafè (Pazzaglia – Modugno, 1958), nell’elegante interpretazione di Mimmo Modugno, diventa l’inno di un rito per i partenopei, mentre ‘A tazza ‘e cafè (Capaldo – Fassone, 1918) strizza l’occhio ad una procace cassiera di un caffè di Napoli: “Sotte tenite ‘o zucchero e ‘ncoppa amara site” avanza la canzone, con maniere anche sensuali e zeppe di doppio senso (“c’o ddoce ‘e sotto ‘a tazza fino mmocca m’add’arriva!”).

 

DA CAROSONE A DE CURTIS – ‘O sarracino (Nisa – Carosone, 1958) beffeggia chi vuole fare il Don Giovanni, scimmiottando melodie orientali e navigando in direzione d’oltre oceano sul pianoforte di Renato Carosone. Dalla stessa scuderia vengono fuori altri brani memorabili: Tu vuò fa l’americano (Nisa – Carosone, 1956), scanzonato ritratto di chi voleva imitare il popolo yankee come il Nando (Alberto Sordi) del film Un americano a Roma di Steno; Maruzzella (Bonagura – Carosone, 1955), ballata sentimentale per una donna un po’ lumaca e un po’ diavoletto;o Torero (Nisa – Carosone, 1957), polaroid tra flamenchi e nacchere della Spagna del dopoguerra. A rompere il comune senso del pudore ci pensa ‘A cammesella (Stellato – Melber, 1875), dove un marito invita la sposa a spogliarsi durante la prima notte di nozze, mentre l’umorismo si affila in ‘A casciaforte (Mangione – Valente, 1927), dove la cassaforte serve per custodire “la roba inutile” della piccola borghesia partenopea. Gli emigranti che sono sbarcati in America si portano nel cuore ‘A cartulina ‘e Napule! (Buongiovanni – De Luca, 1927), scritta da due emigranti e portata a New York dalla voce possente di Mario Gioia. Anema e core (Manlio – D’Esposito, 1950) apre la strada alla canzone napoletana moderna, in grado di coniugare melodia e un flusso lento, che la etichetterà come primo esempio di slow partenopeo.

 

IO, MAMMETA E TU – Il quadretto dell’opprimente “sacra famiglia napoletana”, che affoga nelle imperdonabili leggi matriarcali e patriarcali, ritorna in Io, mammeta e tu (Modugno – Pazzaglia, 1954); l’infatuazione di un ragazzino per una donna adulta in Guaglione (Nisa – Fanciulli, 1956); le struggenti pene d’amore si intingono nella bellissima musica di ‘Na sera ‘e maggio (Pisano – Cioffi, 1938); il tradimento delle donne dei vecchi café-chantant fanno bruciare il cuore all’innamorato nella splendida Reginella (Bovio – Lama, 1917); la nascita di un bambino di colore dal ventre di una donna napoletana esplode visceralmente in Tammurriata nera (Mario – Nicolardi, 1946); la voglia di ritornare a Napoli dopo il dolore della guerra lenisce le ferite in Munasterio ‘e Santa Chiara (Galdieri – Barberis, 1945); l’amore disperato per una donna che se ne va si diluisce nella struggente Malafemmena (De Curtis, 1951), che secondo la leggenda è stata dedicata da Totò a Silvana Pampanini: “Femmina tu si’ ‘na mala femmena chist’uocchie ‘e fatto chiagnere lacrime ‘e ‘nfamità”. Dagli anni settanta in poi, la canzone napoletanea percorre diverse traiettorie, che spesso la svuotano di spessore artistico, ma non sentimentale.

 

TEMPI MODERNI -Dall’istrionismo della sceneggiata in veste di dramma contemporaneo in Zappatore (Bovio – Albano, 1929), nella nuova rivisitazione di Mario Merola, alla denuncia sociale di Napule è (Daniele, 1977); dal trash di cuori di Popcorn e patatine (D’Angelo, 1984) al neoclassicismo penetrante di Carmela (Palomba – Bruni, 1977); dal folk incalzante che ingrandisce le nuove avanguardie di Vesuvio (Luca – ‘E Zezi, 1994), alla rapacità dell’hip-fok-rap che ronza nella testa dei 99 Posse, delirante al massimo in Curre curre guagliò (Persico – Jovine – Messina, 1993). Per questo l’universo partenopeo è così folto, pieno di contraddizioni, con inversioni repentine di tendenze, un magma destinato a non fermarsi mai. Forse soltanto una canzone ne conserva il vero significato. E’ Terra mia (Daniele, 1977): “Nun è overo nun è sempe ‘o stesso, tutt’e juorne po’ cagnà. Ogge è diritto, dimane è stuorto”.

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