
Quella simpatica canaglia della Pantera Rosa, rivestita dal tocco surrealista che fa il verso a Salvador Dalì, è nata per uno schiribizzo da “titoli di testa”. Sì, perché di certo il suo non era un destino riservato ai personaggi che nascono e vivono nel mondo dei cartoni animati. E poi il suo nome di battesimo si riferisce ad un prezioso diamante, che è il motore dell’azione della fortunata serie di film diretti da Black Edwards tra il ‘63 e il ‘93, la Pantera Rosa per l’appunto.
TITOLI DI TESTA – Capita anche questo, come scrisse a suo tempo Time Magazine, che “i titoli di testa” prendano il sopravvento sulla storia, quelle delle peripezie dello svitato Ispettore Clousoe. David DePatie e Friz Freleng, due fuoriclasse dell’animazione, mettono a punto la sagoma di un felino che ha il portamento di Cary Grant e l’espressione mimica di Buster Keaton. Un felino tutto “pink”, così carismatico da contagiare persino i colori della moda di quegli anni, destinato a diventare un personaggio regale dell’immaginario popolare: il motivetto jazz scritto da Henry Mancini dà quel tocco finale che decreta la longevità del successo della Pantera Rosa.
MINIMALISMO – Il minimalismo del disegno, l’atteggiamento tipicamente aristocratico “very British”; quell’essere sofisticato, residuo dell’American way of Life degli anni ’50; la sembianza buffa tra i lunghi baffi e il naso rosso, fanno di Pink Panther una vera icona dell’ultima stagione del surrealismo. Quello iconografico che controbatteva le inquietudini e i sussulti rivoluzionari che caratterizzavano gli anni sessanta, al di là della Manica così come oltre Oceano.
PINK PANTHER – I 123 cortometraggi a cartoni animati consegnano la complessità del mondo degli adulti alla spensieratezza dell’infanzia, persino quando nella metà degli anni ’80 i diritti della Pantera Rosa finiscono alla premiata ditta Hanna & Barbera. Alcuni musicisti come Nicola Conte, Fatboy Sim e Peggy Lee le hanno fatto il filo dedicandole alcuni brani inediti.


Erano altri tempi in America: c’era un presidente carismatico che si chiamava Roosevelt, c’era un programma politico ed economico che si chiamava New Deal e le minacce erano diverse da quelle di oggi. Tuttavia, alla vigilia del Secondo Conflitto Mondiale, gli Stati Uniti si sentivano già una super potenza e così nel 1933 questo atteggiamento assunse il volto del primo super eroe della storia dei fumetti: Superman. Nato dalla fantasia di Jerry Siegel e disegnato dalla matita di Joe Shuster, fa la sua prima apparizione soltanto nel 1938 nel primo numero dell’albo “Action Comics” (della Detective Comis). Tuttavia, il successo tarda ad arrivare in quanto non siamo più di fronte a paesaggi esotici ma ad un superuomo dai poteri eccezionali, cittadino di una metropoli e protagonista di una serie di avventure che mischiano abilmente fantascienza, guerra e giallo.
Chissà se Alberto Sordi (Roma, 1920 – 2003) si sentiva ancora un italiano, dopo tutto quello che il nostro Paese ha vissuto negli ultimi tempi. Non lo sapremo mai, perché da questo momento l’Albertone nazionale non c’è più, è passato al di là dello schermo e non ritornerà più indietro. Forse la risposta qualcheduno la troverà nel suo sentimento per l’Italia. Un sentimento così forte e sincero da consentire di vivere – attraverso una galleria infinita di personaggi – la sua italianità con scanzonata disinvoltura, senza mai rinnegare i pregi e i difetti del Belpaese. La celeberrima battuta “Spaghetto: tu m’hai provocato e io me te magno” è lo sbandieramento ironico di questa italianità che diventa sfrenata passione, sfiorando quasi l’ingordigia nazionalista.
Mi prende il magone in gola pensando che anche Nino Manfredi se ne sia andato. Mi ricordo quando con molta discrezione entrava nelle case degli italiani, attraverso il piccolo schermo, e ci invitava a bere un buon caffè. Io che non sono mai stato un “caffeinomane”, aspettavo volentieri quello spot e poi me ne andavo a letto. Era per me quasi un appuntamento serale. Quella pubblicità gli è rimasta appiccicata addosso così come a noi lo slogan “Più lo mandi giù e più ti tira su”. Ma il Manfredi che mi resta incollato addosso è il Geppetto dell’indimenticabile “Pinocchio” di Comencini, con le sue frazionate pause silenziose e riflessive, con i suoi sguardi paterni e protettivi verso quel figlio discolo che si era fatto con le proprie mani. Il vecchio padre falegname di Collodi venne rivitalizzato da un’interpretazione naturalista che, sullo sfondo fiabesco, ritrovava una dimensione temporale più universale.
Abbiamo un secolo alle nostre spalle: il novecento. Un secolo di sovversivi cambiamenti storici, sociali, politici e tecnologici. Cento anni che non scorderemo facilmente perché ogni avvenimento è andato al di là di ogni nostra profezia. Nell’euforia per l’arrivo della new age , però, ci è sfuggito un particolare. IL novecento si è portato via con avidità uno scorcio di tempo importantissimo che ha stravolto completamente, nell’èra della globalizzazione, della informatizzazione e della multimedialità, il nostro assetto sociale: gli anni ‘90. La massificazione del computer, del telefono cellulare, di internet o della televisione digitale ci ha colto di sorpresa e ci ha obbligati a parlare un nuovo linguaggio, quello iconografico o meglio quello delle immagini. Sebbene il nuovo passaggio epocale abbia tentato di seppellire la memoria del vecchio secolo nella voragine del tempo, noi l’abbiamo ritrovata immediatamente nelle immagini, sbiadite o a colori, quelle stesse che, incollate insieme, hanno dato vita al vero incantesimo del ventesimo secolo: il cinema.
Ci sono stelle e stelle. Le stelle cadenti brillano ma prima o poi cadono e si schiantano sul suolo del percorso della vita che finisce, che si consuma e si dilegua indissolubilmente. Tuttavia, ci sono anche le stelle del firmamento, quelle che continueranno a brillare per sempre sopra di noi, al di là dei piccoli sogni di questa fragile umanità. Quei sogni che il cinema hollywoodiano ha saputo condensare nei volti di una piccola schiera di stelle di celluloide. Gregory Peck (1916-2003) fa parte di questa famiglia, una famiglia di divi e dive che l’America del rampantismo ha saputo rendere memorabili. Siamo lontani dalla volgarità e dalla meschinità dei nostri tempi, dei culti delle “veline e delle velone”, di maschietti capricciosi e narcisi che, guardandosi allo specchio, restano quasi folgorati dalla loro fasulla bellezza.
François Truffat ha detto: “Il cinema non può scomparire, la gente vuole storie per immagini. Ci sarà il cinema in casa, ma è solo una trasformazione. Il rito va ricreato facendo dei film magici. Il rito non è automatico, lo era, ma non lo è più. Bisogna prendere le persone per mano e farle entrare in un universo. Sono gli choc fisici che portano le persone al cinema. Ma io preferisco gli choc morali, mentali. Voglio sentire in un film il piacere di fare del cinema, o l’angoscia, ma non la freddezza, la routine. Bisogna sentire qualcosa di vibrante nell’allegria o nell’angoscia. Ma deve essere vibrante. Le spiegazioni vengono dopo. Dopo “i1 Il ragazzo selvaggio”, mi è stato detto che quello era il mio passaggio alla paternità. Forse è vero, ma si dice dopo. Io non faccio della psicanalisi. I miei film sostituiscono la psicanalisi. Sulle donne, alcuni dicevano: “E’ un uomo che vuole essere donna”. E’ un po’ vero, ma l’idea non sarebbe stata d’aiuto mentre facevo il film. Ho sempre pensato che i film fossero fatti per tutti, non per un’élite. Non penso che i film fatti per un pubblico ristretto siano migliori. Non l’ho mai pensato”.
Costituiscono sicuramente la coppia comica più amata del XX secolo. Parliamo di Stan Laurel e Oliver Hardy, nel nostro paese conosciuti con i nomi di Stanlio e Ollio, doppiati in Italia dal 1935 dalle celebri voci di Mauro Zambuto e Alberto Sordi. Un sodalizio proficuo durato 25 anni che ha fatto incassare alla macchina industriale hollywoodiana migliaia di dollari. Il primo, Stan Laurel (1890 -1965) , è magro e minuto, è un inglese doc ed entra nel mondo dello spettacolo grazie al padre Arthur, abile attore ed impresario. Il secondo, Oliver Hardy (1892 -1957), è robusto e paffuto (nel 1954 il suo peso tocca il record di 150 chili!), è un americano purosangue che dal teatro passa al cinema, non perdendo mai di vista il suo mito: Charlie Chaplin.







