
Qualche profeta culinare di ieri lo diceva che la pizza napoletana non sarebbe invecchiata mai. Non si tratta di tendenza o moda gastronomica, ma di un segno storico e culturale di un popolo che ha racchiuso in questo cerchio di farina, pomodoro e lievito i sogni, le speranze, la vita di tutti i giorni. La pizza Margherita compie 120 anni. Quale scusa migliore per tornare a parlare di un piatto semplice e povero che continua a fare il giro del mondo, da Napoli a New York?
LE ORIGINI - Di origine etrusca, la pizza si conquista un’identtità precisa nella Napoli del XVII secolo. All’inizio non era altro che una variante del pane cotto a legno. Rovistando nei documenti storici di allora, si parla di un disco di pasta soffice e gustosa, cosparsa di pomodoro e basilico. Diventa il piatto del popolo perché è povero ed è alla portata di tutti. La pizza si mangia accattorciata nella Napoli dell’800 e questa cosa incuriosisce i reali, che chiedono di assaggiarla.
E SIA MARGHERITA! – Le leggende sono contrastanti sulla nascita della pizza Margherita, ma la più accreditata sembra la seguente. Nel 1889 la regina Margherita di Savoia chiede di assaggiare la pizza. Così Raffaele Esposito, il pizzaiolo più in voga di Napoli, si mette all’opera per conquistare il palato di Sua Maestà. Accanto a quella tradizionale, ne crea una versione con pomodoro, mozzarella e basilico per richiamare il tricolore. Giunto alla reggia di Capodimonte, la regina la assaggia e ne resta entusiasta. Il pizzaiolo pensa di conquistare la moglie di re Umberto I attribuendole il suo nome. Nasce così a furor di popolo la pizza Margherita, destinata da allora a fare il giro del mondo e ad accompagnare gli emigranti partenopei verso l’America.
BRANDI – Dall’altra parte c’è la versione che si tramanda, legata all’Antica pizzeria Brandi, fondata nel 1780. La famosa pizzeria di salita S. Anna sostiene di essere stata lei ad inviare la pizza alla regina perché Raffaele Esposito lavorava per il locale originario, che allora si chiamava “Pietro e Basta così”. Inoltre, vista la posizione geografica, pare che l’assaggio sia avvenuto a Palazzo Reale e non alla Reggia di Capodimonte.
TOTO’ SAPORE – Nel 2003 la pizza viene celebrata in un lungometraggio d’animazione di Maurizio Forestieri. Totò Sapore e la magica storia della pizza, con la colonna sonora di Eduardo ed Eugenio Bennato, ha ottenuto un buon successo di critica e di pubblico. Così dal cinema la pizza è tornata a fare breccia tra storia e fantasia, nel cuore di piccoli e grandi. La supervisione al doppiaggio era affidata a Lello Arena, ex compagno di scena di Massimo Troisi.

Quante volte abbiamo sognato di fare un 12 o un 13 con la speranza di dare una svolta alla nostra vita. Sarebbe bastata una combinazione giusta di “1 X 2″ da apporre sulla nostra schedina e il gioco ci avrebbe risollevato. Un pronostico azzeccato su una di quelle colonne e ci saremmo potuti permettere una villa immensa con piscina in un’isola tropicale, lontano da tutto e da tutti.L’istituzione della mitica schedina del Totocalcio, ovvero di un concorso a pronostici sui risultati delle partite di calcio è stata un’iniziativa importante per la ripresa dell’attività sportiva in Italia dopo il 1945.Durante il secondo conflitto mondiale, nonostante il numero elevato di sostenitori, le attività sportive erano completamente paralizzate nel nostro Paese. Al termine della guerra, occorreva trovare uno stratagemma per accelerare la ripresa del calcio in Italia.
Il 6 ottobre 1924 la radio entra ufficialmente nelle case degli italiani. La voce è quella di Maria Luisa Boncompagni che tiene compagnia gli ascoltatori con musica classica, bollettino meteorologico, e notizie sulla borsa. Sono passati esattamente più di 80 anni da quando l’Unione Radiofonica Italiana, fondata il 27 agosto dello stesso anno, taglia i nastri per dare il via alle prime trasmissioni via etere. Tuttavia, “il miracolo radiofonico” è già avvenuto prima, allorché il giovane Guglielmo Marconi trasmette il primo segnale in alfabeto morse senza il supporto di fili dalla sua casa di Pontecchio. Siamo nel 1894.Da allora, questo “mezzo camaleontico per eccellenza” non ha più smesso di raccontare e fare compagnia a più generazioni attraverso epoche: dal fascismo agli anni del boom, dagli anni di piombo alla fine della Prima Repubblica, nei salotti borghesi o nei vicoli, in auto o nei bar. Lo stile radiofonico cambia parallelamente all’italiano medio fino a rimpicciolirsi ed intrufolarsi in ogni angolo della sua quotidianità.
Nonostante la mostruosa invadenza della televisione, la radio continua a conservare il suo fascino racchiuso in quella scatola che da oltre un secolo accompagna la storia del nostro Paese. Nel 1894 Guglielmo Marconi trasmette segnali telegrafici grazie alle onde elettromagnetiche nella sua casa di Pontecchio, in provincia di Bologna. Il 2 novembre 1920 nasce a Pittsburgh la KDKA, la prima stazione radio. Il primo programma è il resoconto delle elezioni presidenziali americane. Il nuovo mezzo di comunicazione di massa si diffonde ampiamente durante la seconda mondiale, tanto che nel 1951 gli italiani possono ascoltare la voce di Nunzio Filogamo che, con il suo celebre “Miei cari amici, vicini e lontani…”, apre la prima edizione del Festival di Sanremo. Tuttavia, nella cronistoria della radio c’è una tappa importante che ha rivoluzionato il flusso musicale in FM: la nascita delle radio private all’alba degli anni settanta.
Il tango è senza ombra di dubbio uno dei balli più affascinanti, e si utilizzava questo termine già prima che questo ritmo fosse ballato. Agli inizi del XIX secolo con la parola “tango” si identificava il luogo di riunione degli schiavi africani o uno strumento musicale d’origine africana.Nel 1870 la zarzuela, un’operetta spagnola, includeva tra l’altro il tango o tanguillo andaluz. Tuttavia, il punto di partenza resta il tango rioplatense ( o milonga) che si ballava nell’ultimo decennio dell’ottocento nei sobborghi di Buenos Aires e Montevideo (si poteva usare indistintamente anche il termine milonga) Buenos Aires è l’indiscussa capitale del tango, che ha seguito le peripezie della gente ed ha scandito il tempo nell’ultimo secolo. I momenti di gloria si sono alternati a quelli di dolore e crisi.
“Che colpa ne ho se il mio cuore batte per Vespa” potrebbe essere l’inizio di una serenata. Una dichiarazione d’amore che dura da oltre mezzo secolo per lo scooter che rappresenta l’orgoglio nazionale italiano: la Vespa. L’Italia viene liberata dagli alleati, l’incubo della guerra è finito, bisogna ricominciare. La Vespa, nata nel 1946 dall’idea di Enrico Piaggio e dal progetto rivoluzionario di Corradino Ascanio, mette in sella i sogni e le speranze di una generazione, trafitta dagli orrori del secondo conflitto mondiale. Al bando la vecchia motocicletta! Ecco un piccolo gioiello dal mondo del motoveicolo: la scocca portante, il cambio sul manubrio, il motore posizionato sulla ruota posteriore e il braccio di supporto all’anteriore (per una facile sostituzione della ruota).
In questa giostra di nostalgia per gli anni ottanta, ci è sembrato opportuno parlare dei giocattoli messi sul mercato in quel decennio. L’industria dei giocattoli si è davvero sbizzarrita e perciò vi invitiamo ad un ripasso con noi se appartenete a quella generazione. Iniziamo con le bambole, per la gioia di tutte coloro che le hanno amate. La bambola icona restano i bamboli del campo incantato ovvero i Cabbage Patch, che con le facce tonde e gli occhini tondi hanno stregato davvero tutti. A seguire c’è Camilla, con gli inconfondibili capelli di lana e il suo passaporto alla mano che le consentiva di essere la “prima bambola viaggiatrice”. Nella classifica ci sono anche Bebè Amore con il cuore che batteva, Bebimia con tanto di carrozzina e Baby Skater, che non avrebbe rinunciato mai e poi mai ad una lunga pattinata.
Da soli o in compagnia, bere una birra è un rito a cui non si può rinunciare, anche perché questo infuso di cereali aromatizzato e fermentato è una delle bevande più consumate al mondo. Secondo alcuni, l’etimologia della parola birra deriva dall’indogermanico bh(e)reu o bh(e)ru, che significa “ribollire”. Il termine evoca la cottura del mosto e la fermentazione, ovvero il momento in cui le bollicine di anidride carbonica salgono in superfice. La prima ricetta per produrre birra risale al 4000 a.C., anche se sono i Sumeri in Mesopotamia i primi a produrla con processi diversi da quelli di oggi. La birra conquista presto diverse civiltà: egiziani, etruschi, greci e romani.







