
Amato da grandi e piccini, la figura di Babbo Natale è un emblema leggendario che appartiene oramai ad ogni civiltà. Nella notte di Natale tutti sperano che questo signore di avanzata età ci porti un piccolo dono. Chissà quante volte siamo rimasti con gli occhi semiaperti con la speranza di vederlo arrivare sulla sua sterminata slitta. Le sue fidate renne sanno bene quanto sia lungo e faticoso il viaggio nella notte più magica dell’anno. In una scena del film americano “La storia di Babbo Natale” (1985) di Jeannot Szwarc, lo si vede scorazzare sui grattacieli newyorkesi, cercando di compiere la missione sacrale: accontentare i bimbi buoni prima che sorga la luce. La sua carta d’identità ci dice che abita in Finlandia, a Rovaniemi, anche se la sua residenza sembra sia nella città di Korvatunturi. Il nome finlandese significa “montagna-orecchio” poiché la montagna che sovrasta il villaggio somiglia alle orecchie di una lepre. Infatti, si dice che da queste grandi orecchie Babbo Natale ascolti quello che fanno i bambini per decidere se siano meritevoli dei doni.
LEGGENDE – Tra le leggende che testimoniano la sua origine, c’è quella di un nobile signore caduto in povertà a tal punto da non poter far maritare le sue tre figlie. San Nicola di Bari, vescovo di Myra (nell’attuale Turchia) nel 300 d.C., aiuta l’uomo lanciando attraverso una finestra del castello, per tre notti di fila, un sacco pieno di monete. La terza notte, trovando la finestra chiusa, riesce a far passare il sacchetto dal camino, facendo felice il signore e le sue figlie. Insomma, il santo patrono del capoluogo pugliese è il primo portatore di doni, raffigurato tra l’altro con una lunga barba bianca e un cappello rosso in testa.A seguito dello scisma tra la Chiesa Cattolica e quella Protestante, San Nicola non viene più festeggiato come “esempio di generosità e carità cristiana”, ma si incarna in una nuova figura che assume diverse connotazioni da nazione a nazione: per i cugini francesi diventa “Pere Noel”, per gli anglosassoni “Father Christmas” (rappresentato con ramoscelli di agrifoglio, edera e vischio) e per i tedeschi “Weihnachtsmann” (l’uomo del natale).Al culto di San Nicola, vi restano legati i belgi e gli olandesi che lo festeggiano il 6 dicembre col nome di “Sinter Klauss” in groppa a un asinello bianco oppure a cavallo, mentre si reca nella case portando doni ai bimbi buoni. Secondo certe tradizioni, il suo fidato accompagnatore è lo gnomo Peter il Nero, che punisce i bambini cattivi. Quando gli olandesi emigrano in America e fondano New Amsterdam (l’attuale New York), portano oltre oceano anche questo personaggio, che i coloni inglesi trasformeranno in Santa Claus.
SLITTA E RENNE CON BOLLICINE – Nell’evoluzione leggendaria di Babbo Natale, nella prima metà dell’Ottocento, il buon vecchio viene dotato di una slitta e di renne. Nel 1823, infatti, Clement C. Moore scrive un poemetto intitolato “A Visit from St. Nicholas” (Una visita da San Nicola) dove lo descrive come un “vecchio elfo paffuto e grassottello”. Addirittura lo scrittore statunitense sottolinea che Santa Claus viaggia accompagnato da otto renne, che si cala nei camini e lascia giocattoli nelle calze appese dai bimbi. Data la dimensione da gnomo, tutto questo gli riusciva alla perfezione. L’ultimo tocco alla creazione del nostro Babbo Natale è stato dato tra il 1862 e il 1866 dall’illustratore Thomas Nast con una serie di celebri tavole. Nasce così il mito della casa al Polo Nord, la lista dei bambini buoni e cattivi e la fabbrica dei giocattoli dove lavorano gli gnomi aiutanti. Nel ‘900, è toccato ad Haddon Sundblom effettuare un restyling di uno dei personaggi più profondamente radicato nell’immaginario collettivo. Dal 1931 al 1966, il Babbo Natale realizzato per la pubblicità della Coca Cola, diventa l’icona del XX secolo: lunga barba bianca, inconfondibile abito rosso, stivali, cinta di cuoio e l’insostituibile sacco carico di doni. Il buon vecchio panciuto questa volta si consola gustando la famosa bibita piena di bollicine.
Cosa sarebbero i nostri banchetti natalizi, se non ci fosse lui al centro delle nostre tavole? Parliamo naturalmente del panettone, dolce natalizio per eccellenze che ci accompagna durante tutte le festività e ci addolcisce il palato quando brindiamo per l’arrivo dell’anno nuovo. Eppure non tutti sanno che questo dolce ha un’origine davvero leggendaria. Infatti, si narra che nel XV secolo un cavaliere milanese, Ughetto degli Atellani, si innamorò di Adalgisa, bellissima figlia di un tal Toni, pasticcere di Porta Vercellina. Per amore e solo per amore, il cavaliere si improvvisò pasticcere e creò un pane diverso. Diede davvero un tocco di classe, aggiungendo alla farina e al lievito, altri ingredienti quali il burro, le uova, lo zucchero, ughetta, il cedro e canditi. Grazie alla mediazione di Ludovico il Moro e della duchessa Beatrice, il cavaliere innamorato riuscì a sposare la sua Adalgisa, dedicandosi successivamente al lancio del nuovo dolce.




Valentina Rosselli, uno dei pochi personaggi del fumetto ad invecchiare nel tempo, è una donna libera ed indipendente che svolge la professione di fotografa. La creatura del compianto Guido Crepax (1933-2003) è nata a Milano il 25 dicembre 1942, è nubile, ha un figlio e proietta le sue avventure nei sogni, molto spesso avvolti da intime e segrete perversioni. Dai suoi “eyes-wide-shut” vengono fuori situazioni e personaggi inquietanti che diventano affascinanti per il loro mistero, per la loro irraggiungibilità. Valentina, è il volto della borghesia milanese denudata e psicanalizzata. E’ particolarmente desiderata dagli uomini per la sua bellezza che sfiora a tratti l’intimo e il sentimentale.
Angela e Luciana Giussani, dopo aver ideato Diabolik, hanno un altro colpo di genio: nel marzo 1963, infatti, danno vita ad Eva Kant. Fu uno splendido diamante a far incontrare ed innamorare i nostri due eroi. Per lei Diabolik è “duro, spietato, pragmatico, geniale e… tremendamente dolce”. Per festeggiare il 40° compleanno della compagna del re del brivido, lasciamo parlare l’eroina più affascinante ed intrigante del fumetto italiano. Vi proponiamo un’intervista rilasciata da Eva Kant nel 1969 alla rivista IL FUMETTO.
Nel filone del fumetto nero, censurato e maltrattato nell’Italia perbenista degli anni sessanta, si inserisce Satanik (Italia, 1964). L’eroina ideata da Max Bunker (Luciano Secchi) e disegnata dall’inconfondibile matita di Maguns (Roberto Raviola) è una biologa di mezza età con il viso deturpato. Stanca delle umiliazioni subite, da un giorno all’altro si trasforma in una malvagia criminale. Il primo eroe negativo al femminile tutto italiano viene presentato con lo slogan “crudeltà, sadismo, avidità e violenza”. Il mito della potenza americana si veste da supereroe ed è “più veloce di un proiettile, più potente di una locomotiva, capace di scavalcare i grattacieli con un solo balzo, e’ un uccello, è un aereo… ” è Superman (USA, 1938), l’unico superstite dopo la distruzione del pianeta Krypton. Attingendo al tema del superuomo e dello sdoppiamento della personalità (l’alter ego di Superman è il giornalista Clark Kent), Jerry Siegel e Joe Shuster danno vita al supereroe più imitato della storia del fumetto. Celebrato sul piccolo schermo, al cinema e a teatro, Superman è morto il 18 novembre 1992 per mano del suo acerrimo nemico Dommsday. Niente paura, è risorto. E’ vivo, vegeto e continua a solcare i nostri cieli. Ha più di cinquanta anni e non li dimostra.







