
Da dove viene quel ritmo che, a trent’anni dalla sua scomparsa, ci ronza ancora nel cervello? Bob Marley (1945-1981) è tra i pochi musicisti a trasfigurare un sermone in una partitura: niente note stritolate, ma ritmi tribali che, attraverso il suo reggae, impastano spiritualità, suono, voce. L’impasto è identico alle delizie fatte in casa dalle nostra nonne, che ci mettevano l’anima per farci venire l’acquolina in bocca. E il luogo di quella musica non fu soltanto la Giamaica, ma qualsiasi “dintorno del mondo”.
I pezzi di Marley sono alla ricerca disperata della libertà, perché come diceva lu stesso “meglio morire combattendo per la libertà, che vivere da schiavi”. E chi cercò di attuare un razzismo sottile nei confronti della sua arte musicale, si è arreso alla massima che vale anche oggi: “Fino a quando il colore della pelle sarà più importante del colore degli occhi sarà sempre guerra”. Tutto come prima, forse peggio di prima.
Di Bob Marley dovremmo tornare a sillabare ogni sua canzone, riviverla come “smisurata preghiera”, perché potremmo ritrovare la scorciatoia per guardare in faccia l’Universo. Cantare Marley significa puntare gli occhi al cielo, distesi sull’erba, a piedi scalzi, senza il frastuono delle inutili distrazioni che stanno imprigionando i nostri sogni. Bob Marley ne aveva più di uno e perciò gli ultimi trent’anni senza di lui sembra che non siano mai passati.
Parole: Rosario Pipolo – www.rosariopipolo.it
Immagine: Alice De Ferrari – www.temporaryblog.com






Nonostante la mostruosa invadenza della televisione, la radio continua a conservare il suo fascino racchiuso in quella scatola che da oltre un secolo accompagna la storia del nostro Paese. Nel 1894 Guglielmo Marconi trasmette segnali telegrafici grazie alle onde elettromagnetiche nella sua casa di Pontecchio, in provincia di Bologna. Il 2 novembre 1920 nasce a Pittsburgh la KDKA, la prima stazione radio. Il primo programma è il resoconto delle elezioni presidenziali americane. Il nuovo mezzo di comunicazione di massa si diffonde ampiamente durante la seconda mondiale, tanto che nel 1951 gli italiani possono ascoltare la voce di Nunzio Filogamo che, con il suo celebre “Miei cari amici, vicini e lontani…”, apre la prima edizione del Festival di Sanremo. Tuttavia, nella cronistoria della radio c’è una tappa importante che ha rivoluzionato il flusso musicale in FM: la nascita delle radio private all’alba degli anni settanta.
“You’re the first, the last, my everything” è il singolo di Barry White (1944-2003) che apre ufficialmente il tunnel della musica dance. Siamo nel 1974 e la mitologia legata alla collettività, esplosa nel ‘68, è ancora troppa viva per riconoscere il valore di una corrente musicale che inneggia all’individualità. White, re indiscusso della disco music, attraversa con la sua voce inconfondibile dal timbro basso gli anni settanta e gli anni ottanta, due decenni che per spirito e contraddizioni si scontrano a suon di cambio generazionale. La leggenda del soul americano, all’anagrafe Barry Lee, cavalca il tempo superando i 50 milioni di dischi e balza ai primi posti delle classifiche di tutto il mondo con canzoni come “I’m gonna love you just a little more baby”, “Can’t get enough of your love babe”, e “Just the way you are”. Si vantava di aver inventato una musica senza tempo, con una formula del tutto originale dove le atmosfere pop-soul si propagavano attraverso il contrasto ineccepibile tra la sua voce sensuale, i cori altalenanti e le orchestrazioni ad archi. Ma cosa rappresenta realmente la disco music? 







