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8

mag

Jackson Browne, Milano 7 maggio 2009

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jacksonbrowne580

La musica ha le sue trincee: culturali, sociali, geografiche. Sorvolando la west coast americana, ci sono stati pochi musicisti paracadutisti che non hanno temuto di fare lanci in più traiettorie. Una rarità di questi tempi, ma può succedere che l’intimismo sia vestito di rock, che l’ispirazione letteraria sia velatamente al servizio del testo, che i tormenti esistenziali e il pacifismo siano macinati in un folk così leggero da disegnare una nuova geografia di luoghi e storie. Il “dimenticato” Jackson Browne, nella performance intima al teatro CiakWebank, ha tirato fuori l’altra America della fine degli anni Settanta, che non era né quella musicale di Springsteen o Dylan, né quella politica presidenziale dalla transizione di Ford alla timidezza di Carter, dopo il letamaio lasciato da Nixon. L’altra faccia degli USA ha un suo percorso in scaletta quando Browne accarezza la chitarra o si siede con compostezza al piano: Something Fine, The Pretender, Before the Deluge e Late for the Sky sono poesie musicali oneste e sincere. Niente effetti speciali, ma solo semplici giochi di luce per dimostrare che un concerto è un rito da consumare con la sola musica. Si gioca a rimbalzo tra l’ultimo album Time the Conqueror e il precedente The Naked Ride Home, ricordato dalla splendida esecuzione di About My Imagination. I suoi compagni di viaggio sono impeccabili e le coriste due splendide ancelle della musica soul. Sotto la tendostruttura del Ciak il pubblico si perde tra i fluttui dell’immaginazione e, se non fosse stato per la pausa fuori luogo, non avrebbe smarrito l’adrenalina della prima parte. Browne fa vincere la buona musica, il pubblico chiede il bis e per una sera Milano si trasforma in un faro della West Coast, come a dire che l’America ce l’abbiamo in casa e che i vecchi leoni come Jackson Browne hanno ancora un futuro.

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Tags: concerto, jackson browne, milano, musica, pipolo, time the conqueror, west coast

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22

apr

David Byrne, Milano 21 aprile 2009

Pubblicato da Pipolo.it  Archiviato in concerti, musica, rock

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Essere visionari in musica non è un limite, anzi è una lente in più per concedersi liberamente al suono. David Byrne è stato ed è un visionario, qualche volta così trendy da far gola all’universo letterario di Oscar Wilde, spesso così multimediale da far forza in un gioco futurista e scorazzare oltre l’elettronica. Altro che frottole modaiole: lui e Brian Eno si sono buttati a capofitto nell’avventura dei Talking Heads nei ruggenti anni ottanta, dove dietro l’apparenza c’era poco contenuto, perché erano i tempi in cui era facile prendere abbagli. Quella generazione, la mia generazione, di languide cottarelle musicali ne ha prese tante e qualche cantonata se la porta ancora sulla coscienza. L’incontro tra il pubblico del Dal Verme e David Byrne è stata una scialuppa di salvataggio perché c’è qualche sopravvissuto che merita ancora di essere ascoltato e raccontato. “Non vorrei essere poco professionale, ma stasera fate tutte le foto che volete. Anzi usate pure il cellulare o inviate una mail. Dopotutto avete pagato il biglietto…”, esordisce così in elegante abito bianco l’ex Talking Heads. Si parte con un show intimo che a lungo andare diventa irresistibile ascesa dai ritmi elettronici, risvolti tribali e sound metropolitano. Tra le coreografie dei ballerini e i minimalisti giochi di luce avanzano i pezzi tratti da Everything That Happens Will Happen Today, il nuovo album scritto a quattro mani col fidato Eno: My Big Nurse, Everything that Happens, Strange Overtones, I Feel my Stuff. Qualche volta Byrne prende fiato su canzoni lente e melodiche, pretesto per scivolare verso il passato dei Talking Heads, dove la memoria era già futuro perché tracciava una nuova urbanistica dell’architettura musicale, da Help me Somebody a Born under Punches, naufragando sul bis con Take me to the River e The Great Curve. Più di novanta minuti di buona musica, ma il pubblico spera fino alla fine che avvenga il miracolo: Brian Eno non esce sul palco, ma aleggia come un fantasma per tutto il concerto in una collettiva resurrezione sonora. Questa volta concediamoci pure il lusso di continuare a condividere questa performance, depurandoci dai cialtroni capricci da revival musicale.

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Tags: brian eno, concerti, david byrne, Everything That Happens Will Happen Today, milano, musica, pipolo, talking heads

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28

mar

Storia del Rock 1976-2000

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150x150-storia-del-rock-2Continua il nostro viaggio alla scoperta della storia del rock. Ripartiamo dal 1976: sono un gruppo di musicisti californiani appassionati di Country-Rock. Sono gli Eagles, ovvero Glen Frey, Bernie Leadon, Don Henley e Randy Meisner. Nel 1976 pubblicano “Hotel California”, il loro capolavoro con progressioni elettrice ed atmosfere visionarie a limite della surrealtà. Il 25 novembre, the Band festeggia lo scioglimento con un’adunata commemorativa al Winterland di San Francisco. Al concerto sono ospiti tra gli altri Dylan, Young, Diamond e Clapton. Nel 1977 debuttano i Clash con l’album omonimo che si rivela un uragano punk con hits come “White Riot”. Nello stesso periodo escono il provocante “Talking Heads 77″ della band capeggiata da David Byrne e l’angosciante “Suicide”, del duo punk Vega-Rev che punta il dito sulle angosce metropolitane.

 

DAL 1978 AL 1983 – Il 1978 si apre con l’LP “The Man Machine” del gruppo tedesco dei Kraftwerk che, con il brano fascinoso “The Model”, aprono la strada alla techno-pop, che dominerà gli anni ottanta. L’anno successivo, gli inglesi Wire denunciano l’era industriale con l’album psichedelico “154″, i Who salutano il compagno compianto Keith Moon con il doppio “The Kids Are Alright”, e gli australiani AC/DC pubblicano il loro capolavoro “Highway To Hell”. Il 1980 segna due lutti sconvolgenti nella storia del rock: la morte di Bon Scott degli AC/DC, punto di riferimento irrinunciabile per l’Hard-Rock, e l’assassinio dell’ex-Beatles John Lennon per mano del fanatico Mark David Chapman.Intanto, “Gentlemen Take Polaroids” della band londinese dei Japan scala le classifiche con pezzi di Glam Rock tra cui spiccano “Swing” e “Burning Bridges”. L’Irlanda ha un nuovo testimonial attraverso la la voce vigorosa di Bono (1960) e la chitarra suadente di The Edge (1961). Sono gli U2, un quartetto fantastico che prende quota nel 1981 con l’LP “October”, dove il micro universo dublinese diventa pretesto per affrontare tematiche sociali scottanti. L’anno dopo, Paul Weller (1958) annuncia il divorzio dei graffianti Jam, e gli Aerosmith tentano il rilancio con “Rock In A Hard Place”. Nel 1983 l’ex-Beatles Paul Mc Cartney duetta con Michael Jackson in “Say say say”, contenuto nell’album “Pipes of Peace”. Jackson, grande fenomeno dell’America di colore, ricambia l’ospitalità con “The Girl Is Mine”, contenuto nell’LP “Thriller”, tra i più venduti della storia del pop-rock.

 

DAL 1984 AL 1989 – Nel 1984 la bandiera americana sventola sulla copertina dello scintillante “Born In The USA” di Bruce Springsteen (1949): indimenticabile manifesto dell’America che si ribella al lassismo reaganiano e segna l’impegno sociale della rock-star con il progetto USA for Africa. Gli australiani Dead Can Dance, dopo una lunga gavetta a Melbourne, si fanno notare e nel 1985 irrompono nelle radio di tutto il mondo con “Spleen and Ideal”. L’anno successivo, i Metallica, padri fondatori dell’Heavy Metal, conquistano la diffidente critica musicale con l’album “Muster of Puppets”, con il piccolo gioiello strumentale di oltre otto minuti “Orion”. I Genesis, la band britannica, formata da Gabriel, Collins, Banks, Rutherford e Hackett, entra in classifica con “Invisible Touch”, album della maturità con hits come “Tonight, tonight, tonight”. Nuovi scenari si preannunciano per il gruppo newyorkese degli Swans che, nel 1987, rivestono di dark il loro doppio “Children of God”. Nel 1988 la band irlandese dei My Bloody Valentine, reinventori del Pop e del Rock ‘n Roll attraverso l’uso sperimentale delle sei corde, sfondano ogni parametro di sperimentazione e rivoluzione con l’album “Isn’t Anything”: un misto di suoni sinfonici, rumori assordanti e ritmi pop. Sempre nel 1988, la band dei Pixies lascia pubblico e critica con il fiato sospeso per il loro capolavoro “Surfer Rosa”, contenenti piccole gemme come “Bonne Machine” e “Broken Face”. Gli anni ottanta si chiudono con il debutto dei Mudhoney, primo gruppo Grunge, e degli Stone Roses. Da segnalare la reunion dei Who, festeggiata con un celeberrimo concerto nella Grande Mela.

 

DAL 1990 AL 1992 – Gli anni novanta si aprono con lo scioglimento di una delle band “punk-rabbiose” più attive del decennio precedente. Gli Alarm, formati dai gallesi MacDonald, Sharp e Twist, salutano i loro fan con LP “Standards”, seguito dal deludente “Raw”. Nello stesso 1990, l’ex-Genesis Peter Gabriel (1950), dopo diversi mesi in sala di registrazione, pubblica “US” con i brani “Come Talk To Me” e “Blood Of Eden”, forse i migliori della sua carriera da solista. Nel 1991, mentre il cardinale O’ Connor chiede al Papa Giovanni Paolo II di scomunicare Madonna (1958) per le sue provocazioni oltraggiose, nel cuore di Mosca 500.000 persone applaudono grandi formazioni musicali come i Pantera, gli Ac/Dc, e i Metallica. Nel novembre dello stesso anno, Freddy Mercury (1946-1991), anima carismatica dei Queen, muore di AIDS. Tuttavia, il testamento è scritto nelle parole della canzone che chiude l’album “Innuendo” (1991): The Show must go on. Nel 1992 esce sul mercato discografico “Automatic For The People”, uno dei manifesti del Rock di fine millennio. A firmarlo sono i R.E.M., straordinario quartetto che sin dal 1982 riesce a dominare le classifiche senza alcun impedimento. Tra gli hits si segnalano “Man on the Moon” e “Monty Got a Raw Deal”.

 

DAL 1993 AL 1997 – Nel 1993 il grande Frank Zappa (1940-1993) si spegne all’età di 53 anni con un cancro, mentre gli Stereolab, il duetto al femminile formato da Tim Gane (1964) e Laetitia Sadier (1968), si mettono alla ricerca di nuove sonorità pubblicando “Transient Random Noise Bursts Wuth Announcements”. Nel 1994 Jeff Buckley (1966-1997) balza in vetta alle classifiche con “Grace”, un album in cui i tormenti dell’anima annegano in atmosfere drammatiche e deliranti. Il 1995 segna due perdite nella scena Rock: muoiono Sterling Morrison (1943-1995) dei Velvet Underground e Jerry Garcia dei Grateful Dead. Nello stesso anno, i Queen commemorano il compianto Freddy con l’album “Made in Heaven”, dove la voce del fantasma di Mercury riappare con brani ripescati e risistemati in sala di registrazione. Alanis Morissette (1974) incide “Jagged Little Pill”, che contiene il singolo “You Oughta Know”, un misto tra pop puro e rock alternativo. Nel 1996 la cantautrice rock Suzanne Vega (1959) pubblica “Nine Objects Of Desire” e, l’anno dopo, prende parte al Lilith Fair Tour che vede in scena molte rock-star della scena contemporanea. Sempre nel 1997, i britannici Radiohead pubblicano il loro capolavoro. Si tratta di “OK Computer” che si guadagna una new entry nella storia del Rock con brani come “Karma Police”, “Paranoid Android” e “Exit Music”.

 

DAL 1998 AL 2000 – Nel 1998 i tre moschettieri di Melbourne, ovvero i Dirty Three, pubblicano uno dei migliori lavori discografici degli anni novanta. “Ocean Songs” è un album appassionato, originale e ricco di sonorità. Nello stesso periodo, scompare Linda Eastman, moglie e compagna artistica dell’ex-Beatles Paul McCartney, ed esce il bellissimo live “Perfect Night Live In London” dell’ex-Velvet Lou Reed (1942), registrato dal vivo il 3 luglio dell’anno prima al Meltdown Festival. Nel 1999, a tredici anni dal loro scioglimento, esce “From Here to Eternity”, primo live ufficiale dei Clash. Il terzo millennio si apre con un evento tragico. Il 31 giugno 2000 in Danimarca, durante l’esibizione dei Pearl Jam al Festival di Roskilde, nove spettatori muoiono schiacciati contro la transenna. Il mondo della musica si indigna. Intanto, i Beatles ritornano a dominare l’Hit Parade con “One”, raccolta dei loro singoli balzati al primo posto.

 

DISCOGRAFIA ESSENZIALE – AC/DC, Highway To Hell (ATCO, 1979); Aerosmith, Rocks (Columbia, 1976); Alarm, Declaration (IRS, 1984); Clash, London Calling (CBS, 1979); Clash, Sandinista (CBS, 1980); Dead Can Dance, The Serpent’s Egg (4AD, 1988); Dead Can Dance, Spiritchaser (4AD, 1996); Eagles, Hotel California (Asylum, 1976); Peter Gabriel, Peter Gabriel (Charisma, 1980); Peter Gabriel, So (Charisma, 1986); Peter Gabriel, Us (Real World, 1993); Genesis, A Trick Of The Tail (Charisma, 1976); Jam, Sound Affects (Polydor, 1980); Japan, Gentlmen Take Polaroids (Virgin, 1980); Metallica, Kill ‘Em All (Megaforce, 1983); Metallica, Master Of Puppets (Elektra, 1986); Mudhoney, Tomorrow Hit Today (Reprise, 1998); My Bloody Valentine, Isn’t Anything (Creation, 1988); Pixies, Surfer Rosa (4AD/Elektra, 1988); Pixies, Trompe Le Monde (4AD/Elektra, 1991); Bruce Springsteen, The River (Columbia, 1980); Bruce Springsteen, Born in The USA (Columbia, 1984); Bruce Springsteen, Tracks (Columbia, 1998); Stone Roses, The Stone Roses (Silverstone, 1989); Talking Heads, More Songs About Buildings And Food (Sire, 1978); U2, War (Island, 1983); U2, The Joshua Tree (Island, 1987); U2, Zooropa (Island, 1993); Wire, Pink Flag (Harvest, 1977); Wire, 154 (Harvest, 1979).

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Tags: 1976-2000, ac/dc, bruce springsteen, musica, pipolo, storia del rock, u2

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28

mar

Storia del Rock, 1950-1975

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150x150-storia-del-rock-iNel 1951 il termine “Rock ‘n’ Roll” viene coniato dal D.J. americano Alan Freed. Appare per la prima volta nel titolo del programma radiofonico “Moondog rock’n'roll party”. Nello stesso periodo esce sul mercato discografico il primo album di questo genere: “Rocket 88″ dei Kings Of Rhythm di Ike Turner mentre iniziano a suonare i primi juke-box. Nel 1952, Little Richard (1932), l’anima nera del R’n'R , canta la storica “Tutti i frutti” e l’anno successivo il singolo “Crazy Man Crazy” di Bill Haley (1925-1981) è il primo hit ad entrare in classifica. Il 78 giri cede il mercato al 45 giri, destinato ad essere il supporto storico di questo genere.

 

DAL 1954 AL 1959 – Il 5 luglio 1954 Elvis Presley (1935-1977), destinato a diventare il re del R ‘n’ R, incide un misto di blues e country con “That’s All Right Mama” e “Blue Moon of Kentucky”. Il disco, sotto l’etichetta della mitica Sun Records del talent scout Sam Phillips, vende in breve 20.000 copie. L’anno successivo, Elvis passa alla RCA con un contratto di 45.000 dollari mentre il leggendario Chuck Berry (1926) debutta con “Maybellene”. Si respira aria di cambiamento: nuovi arrangiamenti, modo provocante di muoversi sul palco e, soprattutto, uno stile di riff davvero impareggiabile. Il 1955 è anche l’anno di Fats Domino (1928) che esplode con “Ain’t That A Shame” mentre l’America “bacchettona” applaude Pat Boone (1934). Carl Perkins (1932-1998) diventa un fenomeno nazionale quando Elvis incide due dei suoi brani: “Honey Don’t” e “Blue Suede Shoes”. Nel marzo del 1956 Elvis Presley pubblica il suo primo album, mentre tra maggio e giugno il suo singolo “Heartbreak Hotel” resta al primo posto in classifica per otto settimane. Accompagnato dai Crickets, nel 1957 Buddy Holly (1936-1959) è sulla cresta dell’onda in USA con il singolo “That’ll Be Day”. Dopo un’apparizione alla trasmissione tv Ed Sullivan Show, nel 1958 Holly intraprende la carriera da solista, interpretando hits come “That’s My Desire” e “It Doesn’t Matter Any More”. L’anno successivo resterà vittima di un incidente aereo nello Iowa assieme a Ritchie Valens (1941-1959) e Big Bopper (1930-1959). Intanto gli USA condannano alcuni DJ, tra cui lo stesso Freed, per corruzione a favore delle case discografiche.

 

DAL 1960 AL 1965 – Il 1960 si apre con “la febbre da twist” diffusa dal brano di Chubby Checker (1941) “Twist” mentre la versione americana di “‘O Sole mio” incisa da Elvis col titolo di “It’s Now or Never”, con 780.000 copie vendute nella sola settimana d’uscita, diventa il brano più gettonato nella storia del mercato britannico. Nel 1961 i Beatles, una band di Liverpool, firmano un contratto con il nuovo manager Brian Epstein, e all’Ealing Club di Londra si esibiscono gli sconosciuti Mick Jagger, Brian Jones, Geoff Bradford, Dick Taylor, Keith Richard, Tony Chapman e Ian Stewart, ovvero i futuri Rolling Stones. L’anno successivo, i Beatles pubblicano il loro primo album “Please Please me” e negli USA debuttano gli Animals e gli Yarbirds, con un giovane Eric Clapton. Dopo il successo mondiale del singolo “I Want Hold Yor Hand”, nel 1964 i Beatles sbarcano negli Stati Uniti. Mentre comincia la Beatlesmania tra gli isterismi dei fan dei Fab Four, i Rolling Stones pubblicano l’omonimo primo album con una serie di celebri cover. L’anno dopo, Jagger e Richard degli Stones firmano “Last Time”, prima canzone a finire in vetta alle classifiche inglesi. Il ‘65 vede anche l’esordio degli Byrds con la rilettura della gemma di Bob Dylan “Mr. Tambourine Man” e l’ingaggio dei Velvet Underground da parte del pittore della pop-art Andy Wharol per il suo spettacolo multimediale “The Exploding Plastic Inevitable”.

 

IL 1967 E IL 1968 – Il 1966 viene ricordato perché John Lennon (1940-1980) afferma che “i Beatles sono più popolari di Gesù Cristo e il cristianesimo è destinato a scomparire”. Negli USA le canzoni del quartetto di Liverpool vengono soppresse per protesta da molte radio. Intanto, Bob Dylan (1941) pubblica “Blonde on Blonde”, uno dei doppi album più belli della storia del rock, registrato a Nashville con una serie di grandi musicisti tra cui Kooper e Robertson. Anche per i Beach Boys, la band californiana nata nel 1961, è un anno importante: esce “Pet Sounds”, votato dalla critica internazionale come il miglior album di tutti i tempi. Il rock alternativo ha come portavoce i Jefferson Airplane che debuttano con “Takes Off” mentre già vibra la chitarra di Jimi Hendrix (1940-1970) che incide “Hey Joe”, il suo primo singolo. Con l’uscita dell’album leggendario dei Beatles “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, il 1967 spalanca le porte all’era psichedelica. I Pink Floyd si affacciano alla scena con l’opera prima “The Piper At The Gates of Dawn”, in una direzione stravagante e sperimentale. La band londinese dei Procol Harum fa centro con il singolo “A Whiter Shade Of Pale”, primo esempio di rock sinfonico, che primeggia nella classifica britannica per sei settimane. La prima Rock-Opera della storia del R’n'R si intitola “Absolutely Free” e porta la firma di Frank Zappa (1940-1993). Intanto, con il suo secondo album “Goodbye & Hello”, Tim Buckley (1947-1975) brucia i tempi del Rock ed entra nell’emisfero underground.

 

1968 E IL 1969 – Il 1968 celebra il Rock con un memorabile concerto all’isola di Wight in Inghilterra, dove vi prendono parte 10.000 spettatori. Van Morrison (1945) incide il suo capolavoro “Astral Weeks”, fondendo atmosfere jazz, blues e Rock, e la band inglese dei Kinks, propone la rock-opera “The Village Green Preservation Society”, dove si parla dell’ascesa e della caduta dell’Impero Britannico. L’anno successivo, debuttano i Led Zeppelin (ex Yardbirds) sfornando a distanza di otto mesi “Led Zeppelin” e “Led Zeppelin II”, due diamanti discografici con intelligenti provocazioni musicali. La band inglese dei Who, nata nel 1965 sulle orme degli Stones, trionfa con la rock-opera “Tommy”, manifesto indimenticabile del progressive-rock che racconta l’esistenza di un ragazzo cieco. I favolosi anni sessanta si concludono con Woodstock, il più grande raduno della storia del Rock che si tiene a White Lake negli USA il 15, 16 e 17 agosto.

 

DAL 1970 AL 1973 – Il 1970 alza il sipario sulla tragica scomparsa di Jimi Hendrix e sullo scioglimento dei mitici Beatles. In classifica, oltre all’ultimo album dei favolosi di Liverpool “Let It Be”, compaiono già “John Lennon Plastic Ono Band”, “McCartney”, “All Things Must Pass” e “Sentimental Journey, rispettivamente primi album da solisti di John Lennon, Paul McCartney (1942), George Harrison (1943-2002) e Ringo Starr (1942). Mentre Lou Reed (1942) abbandona i Velvet Underground, i Deep Purple accolgono nella formazione Ian Gillan (1945) e Roger Glover (1945), e pubblicano il grande “In Rock”, mettendo a ferro e fuoco l’Hard Rock. Nel 1971, l’inglese David Bowie (1947) incide il trasgressivo “Hunky Dory”, John Lennon partorisce la ballata pacifista “Imagine”, e l’ex-beatle George Harrison promuove un mega concerto di due serate a favore del Bangladesh al Madison Square Garden di New York, a cui aderiscono tra gli altri Dylan e Clapton. Nel 1972 esce sul mercato discografico l’opera prima dei Roxy Music, band londinese formata da Bryan Ferry (1945), Phil Manzanera (1951), Andy Mackay (1946) e Brian Eno (1948). L’anno successivo il rock religioso trova le sue radici nella Germania dei Popol Vuh, che dominano le classifiche con l’LP “Hosianna Mantra”, in nome di una spiritualità ritrovata. Tuttavia, il 1973 viene ricordato per “Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd, capolavoro psichedelico che sbanca le classifiche per diversi anni. Nello stesso periodo esce la colonna sonora del film “Pat Garrett & Billy The Kid” di San Peckimpah, firmata da Dylan con il brano riuscito “Kmockin’ On Heaven’s Door”.

 

IL 1974 E 1975 – Nel 1974 la formazione tedesca dei Kraftwerk pubblica uno dei prodotti migliori discografici: “Autobahn”, che contiene l’omonima suite di 22 minuti, con vertiginosi richiami al futuro Electro-Funk e Techno Pop. L’anno dopo, il canadese Neil Young (1945) presenta l’album “Tonight’s The Night”, un’opera complessa e meditata dedicata a Danny Whitten e Bruce Berry, i due amici rocker scomparsi per overdose. Tuttavia, è proprio nel 1975 che arriva il boomerang del grande rock di tutti i tempi: si tratta di “Born to Run”, terzo album del fuoriclasse americano Bruce Springsteen (1949). Capolavoro indiscusso del Rock di tutti i tempi, “Born to Run” resta una pietra miliare del percorso artistico del folk-singer del New Jersey che raggiunge la vetta con classici come “Thunder Road” e “Backstreets”.

 

DISCOGRAFIA ESSENZIALE – Animals, Complete (EMI, 1998); Beach Boys, Pet Sounds (Capitol, 1966); Beatles, Rubber Soul (Parlophone, 1965); Beatles, Revolver (Parlophone, 1966); Beatles, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Parlophone, 1967); Beatles, The White Album (Apple, 1968); Beatles, Abbey Road (Apple, 1969); Chuck Berry, The Chess Box (Chess, 1988); David Bowie, Hunky Dory (RCA, 1971); Byrds, Mr. Tambourine Man (Columbia, 1965); Deep Purple, In Rock (Harvest, 1970); Deep Purple, Machine Head (Purple, 1972); Fats Domino, They Call Me The Fat Man (EMI,1991); Bob Dylan, Blonde On Blonde (Columbia, 1966); Bill Haley, Golden Hits (MCA, 1972); Jimi Hendrix, Are You Experienced? (Track, 1967); Jimi Hendrix, Electric Ladyland (Track, 1968); Buddy Holly, The Complete (MCA, 1979); Jefferson Airplane, Surrealistic Pillow (RCA, 1967); Kraftwerk, Autobahn (Philips, 1974); Led Zeppelin, Led Zeppelin I & II (Atlantic, 1969); Led Zeppelin, Led Zeppelin III (Atlantic, 1970); Led Zeppelin, Led Zeppelin IV (Atlantic, 1971); Van Morrison, Astral Weeks (WB, 1968); Pink Floyd, The Piper At The Gates Of Dawn (Columbia, 1967); Pink Floyd, The Dark Side Of The Moon (Harvest, 1973); Popol Vuh, Hosianna Mantra (Pilz, 1973); Elvis Presley, Omonimo (RCA, 1956); Elvis Presley, Rock ‘n’ Roll vol. I & II (RCA, 1956-1957); Elvis Presley, Elvis is Back! (RCA, 1960); Elvis Presley, His Hand in Mine (RCA, 1961); Elvis Presley, From Elvis in Memphis (RCA, 1969); Little Richard, 22 Greatest hits (Mercury, 1987); Rolling Stones, Aftermath (Decca, 1966); Rolling Stones, Beggar’s Banquet (Decca, 1968); Rolling Stones, Let It Bleed (Decca, 1969); Roxy Music, For Your Pleasure (Island, 1973); Bruce Springsteen, The Wild, The Innocent & The E Street (Columbia, 1973); Bruce Springsteen, Born to Run (Columbia, 1975); Velvet Underground, The Velvet Underground and Nico (Verve, 1967); Who, Tommy (Track, 1969); Who, Quadrophenia (Tack, 1973); Yarbirds, For Your Love (Epic, 1965); Yarbirds, Having A Rave Up (Epic, 1966); Neil Young, Tonight’s The Night (Reprise, 1975); Frank Zappa, The Mothers Of Invention – Freak Out! (Verve, 1966); Frank Zappa, The Mothers Of Invention – We’re Only in It For The Money (Verve, 1968); Frank Zappa, Hot Rats (Reprise, 1969).

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24

mar

Annie Lennox, Milano 23 marzo 2009

Pubblicato da Pipolo.it  Archiviato in concerti, musica, rock

lennox580

Seduto su un divanetto al Fitzcarraldo di Milano, sono a pochi centimetri da un pianoforte. Niente aperitivo stasera. I passanti notano una fila lunghissima all’entrata del locale di Porta Romana. Non capita tutte le sere di avere Annie Lennox che canta “a porte chiuse” come se fosse nel soggiorno di casa tua: accesso limitato ai media e ai pochissimi fortunati di una competition promossa da Sony Music e Radio Montecarlo. “Essere qui mi fa piacere. Adoro le atmosfere intime – esordisce la cantante scozzese – Sono qui per condividere non solo musica, ma qualcosa che ha cambiato la mia vita in questi anni”. Il tempo di accarezzare i tasti del piano e la sua voce lascia tutti ammutoliti, barman compresi. La magia dello showcase è ascoltare dal vivo gemme della sua discografia come Little Bird o There Must Be an Angel, ma racchiude anche il privilegio di osservarla parlare a tu per tu col pubblico: “Diventare madre mi ha fatto riflettere su situazioni incomprensibili della realtà. In Africa muoiono milioni e milioni di bambini a causa dell’Aids – continua l’altra metà degli Eurthimics – Non serve il solito gesto di carità, ma azioni concrete che smuovano la coscienza dei governi”. Parte un video ed Annie Lennox si commuove, raccontando l’impegno nel sociale nel continente nero al fianco di eroi come Nelson Mandela. Torna al pianoforte ed è tempo di sussurrare A Thousand Beautiful Things e trasformare Why in una dolce ninna nanna. “Sono una persona eccentrica con marcate radici teatrali che fa un mestiere meraviglioso. La musica è magica perché ognuno sceglie liberamente il genere da ascoltare. Adesso voglio avventurarmi in nuovi progetti”. Tutti in coro cantano Sweet Dreams e, dopo un gesto di ringraziamento, l’elegante signora scompare nel buio. Sessanta minuti da sbobinare che non siano solo il pretesto di promuovere la sua Collection, ma anche una riconciliazione simbolica con i discografici, che le avevano puntato il dito contro a causa del calo delle vendite. Annie Lennox è tornata a brillare perché i grandi artisti non sono fatti “di numeri”, ma di personalità di spessore.

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Tags: annie lennox, concerto, fitzcarraldo, live, milano, musica, pipolo, showcase

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