Dance e disco music

Dance e disco music

150x150-disco-music“You’re the first, the last, my everything” è il singolo di Barry White (1944-2003) che apre ufficialmente il tunnel della musica dance. Siamo nel 1974 e la mitologia legata alla collettività, esplosa nel ’68, è ancora troppa viva per riconoscere il valore di una corrente musicale che inneggia all’individualità. White, re indiscusso della disco music, attraversa con la sua voce inconfondibile dal timbro basso gli anni settanta e gli anni ottanta, due decenni che per spirito e contraddizioni si scontrano a suon di cambio generazionale. La leggenda del soul americano, all’anagrafe Barry Lee, cavalca il tempo superando i 50 milioni di dischi e balza ai primi posti delle classifiche di tutto il mondo con canzoni come “I’m gonna love you just a little more baby”, “Can’t get enough of your love babe”, e “Just the way you are”. Si vantava di aver inventato una musica senza tempo, con una formula del tutto originale dove le atmosfere pop-soul si propagavano attraverso il contrasto ineccepibile tra la sua voce sensuale, i cori altalenanti e le orchestrazioni ad archi. Ma cosa rappresenta realmente la disco music? 

 

DANCE COME LIBERAZIONE – Negli anni settanta Il “ballo” diventa per la gioventù di allora un rito liberatorio per fuggire dalla martellante quotidianità, dal calendario di giorni grigi e senza futuro. La musica diventa un antidoto, una pozione magica e sacrale per ritrovare una nuova scorciatoia e risalire. Lo scenario è quello dell’ America nixoniana che cerca di venir fuori dall’incubo della guerra del Vitenam, a qualsiasi costo e a qualsiasi prezzo. Nel 1972 Barry White è il leader della Love Unlimited Orchestra che, col brano “Walking in the ram with the one I love”, traccia i primi segnali di quello che diventerà anno dopo anno una “nuova liturgia del movimento”. Un prodigio legato ad una maniera del tutto nuova di leggere la musica, di atteggiarsi, di vestirsi nel nuovo tempio dove si consuma “la febbre del sabato sera”: la discoteca. L’intera produzione discografica di questi anni, quasi con prepotenza e determinazione, si libera dei contenuti politici e culturali, e si proietta in tutto e per tutto verso “il ballo”, diventando un vero e proprio prodotto di consumo. Nel frattempo, si afferma una nuova figura, il disc-jokey, che diventa il messaggero di una nuova era, profeta maledetto che, con la puntina del giradischi e la nuova tecnica della “dissolvenza incrociata”, fa scivolare melodie e voci che si impongono e travolgono i giovani. Tra il 1974 e il 1975, si moltiplicano le piccole etichette indipendenti e vengono fuori nuovi brani che diventano subito un cult: da ” Bad Luck ” di Harold Melvin and the Bluenotes a “Lady Marmalade” di Labelle, da “Honey Bee/Reach Out l’ll Be There” di Gloria Gaynor all’anarchico “The Hustle “, l’inno ufficiale di questa annata prodotto dal talent scout Van McCoy. Anche stelle del pop come i Bee Gees, i Four Season, Barbra Streisand o Bob Scaggs si lanciano nel calderone della musica dance, che nel 1976 raccoglie un successo senza precedenti e comincia a contaminare anche gli altri continenti. Il brano più gettonato dell’anno è “Best Disco in town” delle Ritchie Family, una sorta di collage antologico di quello che era stato la disco music fino ad allora.

 

CONTAMINAZIONI – Da questo momento, la dance straripa dagli argini della black music e si fonde con altre forme musicali, dal jazz al rock, dalla musica classica al punk-rock. Mentre il mercato è pieno a bizzeffe di nuovi album, tra cui “Chattanooga Choo Choo” dei Tuxedo Junction e “Disney Medley ” di Michael Zager, l’Europa viene letteralmente conquistata dal pezzo “Love to Love you Baby” di Donna Summer, celeberrimo per la durata di oltre 17 minuti. Nella Grande Mela proliferano le megadiscoteche. Lo scettro se lo contendono il Paradise Garage, cuore della Disco underground mixata dal famoso D.J. Larry Levan, e lo Studio 54, club ufficiale delle stelle (da Michael Jackson a Brooke Shields), che proponeva disco music di successo mixata da nomi come John Jellybean Benitez, Tony Carrasco e Tony Humphries. In quest’ultima, era molto difficile accedere per la selezione fatta all’ingresso.
Sfogliando gli albi della golden age della musica dance ecco i brani che sono sulla cresta dell’onda alla fine degli anni settanta:: Chic “Le Freak” e Good Times, Sister Sledge “He’s The Greatest Dancer” e “We Are Family”, Disco-Tex & The Sex-O-Lettes “Get Dancin'”, Rose Royce “Car Wash”, Bell & James “Livin’ It Up [Friday Night]”, Wild Cherry “Play That Funky Music”, The Trammps “Disco Party” e “Disco Inferno”, Silver Convention “Fly, Robin, Fly”, Tavares “It Only Takes A Minute” e “Heaven Must Be Missing An Angel”, Musique “In The Bush” e “Keep’on Jumpin”, Inner Life “I’m Caught Up (In A One Night Love Affair)”, Andrea True Connection “More, More, More” e What’s Your Name What’s Your Number”, Lipps Inc. “Funkytown”. Per non parlare delle rock star che si adeguano alla nuova moda musicale: da i Kiss (” I Was Made For Lovin’ You “) a Cher (” Take Me Home “), da Rod Stewart (” Da Ya Think I am Sexy ?”) ai Rolling Stones (” Miss You “).

 

LA FEBBRE DEL SABATO SERA – Nel 1977, con l’uscita del film cult di John Badham “La febbre del sabato” (Saturday Night Fever), l’universo della dance diventa un fenomeno di massa. Il protagonista Tony Manera, interpretato dal nuovo sex symbol John Travolta, è un commesso in un negozio di vernici che trova il riscatto dalla desolazione della quotidianità esibendosi in discoteca. Il riscatto di una generazione è cantato nella splendida colonna sonora dei Bee Gees che farà il giro del mondo ai primi posti della hit-parade. Da questo momento in poi gli snobismi si attenuano e la musica dance si ritaglia uno spazio autonomo nella crono-storia della musica del Novecento.

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