Francesco Guccini, Milano 12 novembre 2008

Francesco Guccini, Milano 12 novembre 2008

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Francesco Guccini mantiene inalterato lo stile delle sue esibizioni live: asciutto, minimalista e diretto. Verso chi lo invita a cantare, lui non ha peli sulla lingua: “Ecco un altro che non ha capito. Io non sono un jukebox, ma un cantautore”. Canta, Guccini, canta perché le canzoni tornino ad essere minuscole poesie in musica. Ed è così che Canzone per un’amica addolcisce il dolore straziante della morte, è così che Vedi cara maschera confessioni o sentimenti, è così che il Testamento del pagliaccio mette a tacere chi non ha digerito l’indignazione dei giullari. Canta, Guccini, canta affinché il desiderio di un’utopia torni a vibrare, in silenzio, come un fremito, nella tragedia di Auschwitz così come nell’inevitabile annichilimento dell’uomo che grida Dio è morto. Canta, Guccini, canta perché per una volta sul calendario ritorni la domenica di Eskimo, perché restituiamo al macchinista ferroviere di La locomotiva un soffio di felicità, perché Cirano riscenda per strada a protestare per i diritti che ci hanno sottratto. Canta, Guccini, canta perché la vera emozione è questa raffica di versi musicati come Canzone dell’osterie di fuori porta, Il vecchio e il bambino, Noi non ci saremo e Un altro giorno è andato. Canta, Guccini, canta perché hai dimostrato che i concerti per restare indelebili non devono essere fatti né di effetti speciali né di orchestre astronaute, ma di musicanti e musicisti che fanno di quest’arte la missione di una vita intera. Canta, Guccini, canta.

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