Franco e Ciccio

Franco e Ciccio

franco-e-ciccioL’Italia dimentica spesso e a volte mostra sintomi di snobismo. E’ successo a molti personaggi del mondo dello spettacolo, qualche volta finiti ingiustamente nel dimenticatoio. Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, una delle coppie comiche più interessanti del Belpaese, rientrano in questa sfera. Alle spalle di Franchi (Palermo, 1928- Roma, 1992 ) c’è lo spirito di sacrificio, il sapore della povertà della Palermo del dopoguerra, le gag e le capriole, quelle macchiette indimenticabili nascoste dietro la maschera del posteggiatore Ciccio Ferraù, la conquista di nuove piazze passando per Bagheria e Termoli. Ingrassia (Palermo, 1922 – Roma, 2003) proviene da una situazione familiare più stabile anche se la Palermo del dopoguerra è amara per tutti, così come per lui: claquer degli avanspettacoli – aveva un debole per Totò – è stato sempre memore delle macchiette che regalava alle prime platee che si sedavano di fronte a lui, dell’esperienza col Trio Sgambetta o delle prime tournée in giro per l’Italia.

 

FRANCO E CICCIO – L’incontro artistico avviene nel 1954 e una fortuita casualità offre al duo palermitano l’occasione di diventare coppia fissa. Un impresario catanese scrittura Ingrassia per sostituire un suo comico ammalato. La coppia Franchi e Ingrassia viene battezzata al teatro Costa di Castelvetrano, ad una manciata di chilometri da Trapani. Il primo sketch insieme vede Ingrassia arrivare sul palco ed intonare la canzone “Core n’grato” mentre Franchi si diverte a metterlo in difficoltà. Da allora questo numero diventa un cavallo di battaglia, destinato a coronare una splendida carriera. Da Napoli al Salone Margherita di Roma sostando anche a Como e Bergamo: la coppia palermitana colpisce, conquistando persino l’algida platea settentrionale. Nel 1958 arriva l’incontro con Domenico Modugno ed il debutto dietro la macchina da presa con il film di Mattoli Appuntamento ad Ischia (1960). Una piccola apparizione che vale da trampolino di lancio per diventare negli anni sessanta la coppia d’oro del cinema italiano. Gli incassi al botteghino lo confermano. La loro capacità di improvvisazione rende alcune sequenze memorabili. Si pensi al filone di film diretti da Giorgio Simonelli dei due mafiosi o la pellicola I due della legione.

 

DAL CINEMA IN TV – Nel 1963 hanno già alle spalle venti titoli e si accingono ad interpretarne tanti altri, nonostante la critica ufficiale non riconoscesse il lavoro di questi due ex guitti. La filmografia è davvero sterminata e tra i titoli tornano in mente: Gerarchi si muore (1962), I due mafiosi (1964), I due toreri (1964) di Giorgio Simonelli; I due crociati di Giuseppe Orlandini (1968), Satiricosissimo (1970) di Mariano Laurenti, Le avventure di Pinocchio (1972) di Luigi Comencini, Amici più di prima (1976) di registi vari, e Kaos (1984) di Luigi e Paolo Taviani. La televisione ne riconosce i meriti e li accoglie a braccia aperte in programmi come “Cantatutto” (1964), i “I due nel sacco” (1966), “Canzonissimia” (1971) e “I due ragazzi incorreggibili” (1976).

 

IL SEGRETO DEL SUCCESSO – Oggi ci chiediamo quale fosse il segreto di questo successo. Prima di tutto, in un accoppiamento di due fisici diversi: Ingrassia, irresistibile marionetta con una faccia gommosa, Ingrassia con il suo physique du rôle e quel portamento scenico che creava un bel contrasto con il suo compagno di avventure. La grande capacità di Franco e Ciccio è stata l’adattamento dei ritmi e dei canovacci della slapstick comedy americana al contenitore spettacolare dello stivale italiano. Una comicità fanfarona e burlesca che non è mai inciampata nella volgarità, capace a volte di smuovere le corde della malinconia. Per questo a volte una strizzata d’occhio di Ciccio Ingrassia o un movimento fulmineo di Franco Franchi producevano un cocktail scenico che aveva la riflessività di Charlie Chaplin, l’esuberanza di Stanlio e Ollio e la tristezza di Buster Keaton. L’Italia li ha dimenticati mentre chi continua a rivedere alcuni loro film ritroverà tic o provocazioni, che farebbero rizzare i capelli a qualsiasi sociologo. Quel modo di essere appartiene all’evoluzione del nostro Paese, oggi carente di artisti, povero di idee e creatività.

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