François Truffat

François Truffat

truffautFrançois Truffat ha detto: “Il cinema non può scomparire, la gente vuole storie per immagini. Ci sarà il cinema in casa, ma è solo una trasformazione. Il rito va ricreato facendo dei film magici. Il rito non è automatico, lo era, ma non lo è più. Bisogna prendere le persone per mano e farle entrare in un universo. Sono gli choc fisici che portano le persone al cinema. Ma io preferisco gli choc morali, mentali. Voglio sentire in un film il piacere di fare del cinema, o l’angoscia, ma non la freddezza, la routine. Bisogna sentire qualcosa di vibrante nell’allegria o nell’angoscia. Ma deve essere vibrante. Le spiegazioni vengono dopo. Dopo “i1 Il ragazzo selvaggio”, mi è stato detto che quello era il mio passaggio alla paternità. Forse è vero, ma si dice dopo. Io non faccio della psicanalisi. I miei film sostituiscono la psicanalisi. Sulle donne, alcuni dicevano: “E’ un uomo che vuole essere donna”. E’ un po’ vero, ma l’idea non sarebbe stata d’aiuto mentre facevo il film. Ho sempre pensato che i film fossero fatti per tutti, non per un’élite. Non penso che i film fatti per un pubblico ristretto siano migliori. Non l’ho mai pensato”.

 

IL CINEMA SECONDO LUI – Da dietro la cinepresa si decide in funzione degli effetti visivi. Poi si domanda all’attore se può recitare mentre cammina o se preferisce restare fermo. Con l’attore si teme sempre un po’ che non faccia quel che gli si dice. Dietro la macchina si ha un senso di armonia, l’impressione di decidere per la recitazione e, insieme, per la cinepresa. Talvolta mi chiedo se devo girare la scena in una ripresa o spezzarla. In quel momento c’è un dilemma. E bisogna trovare la soluzione, non si può esitare, perché l’équipe, lì davanti, si tiene a disposizione, e bisogna decidere, aprire una porta o una finestra, fermarsi, sedersi… E’ molto, molto piacevole. E’ la storia del film, un uomo che si occupa d’un bambino. Come regista, mi sarei dedicato al tipo che si occupava del ragazzo, cioè avrei avuto un intermediario. Allora pensai: “Lo farò io.”, perché volevo essere quello che insegna al ragazzo. Al di là della storia si può pensare al film come a un’allegoria del mestiere della regia. Perché nel film spiego delle cose al ragazzo, e tra le riprese gli spiegavo alcune cose del cinema. Si stupiva di tutto, si stupiva del fatto che qualcuno accendesse la luce mentre l’attore fingeva di accendere una candela.

 

CLAUDE DE GIVRE’ – Truffaut si raccomandava: “Odiate l’informazione diretta”. Questo anche sul set di “Non drammatizziamo… è solo questione di corna”, in cui Antoine Doinel, cioè Léaud, sposa Claude Jade. Claude rimane incinta, e Truffaut ci chiese una scena originale per far scoprire a Doinel che Claude è incinta, visto che lei non lo dice “Risparmiatemi cose tipo: fra poco saremo in tre.” Architettammo una scena geniale molto ispirata a Ernst Lubitsch, di cui Truffaut era un grande ammiratore. Léaud accompagna Claude Jade d un portone. Lui crede di accompagnarla a lezione di violino, lei sparisce nel portone e si vedono tre targhette. Il pubblico ha un po’ di tempo, non molto, per leggere le targhette. Il pubblico non si rende ben conto che una targhetta è di un medico. Poi seguiamo Léaud, né lui né noi sappiamo, poi Léaud va a prendere il metrò e improvvisamente si vede il poster della pubblicità di una marca di abbigliamento per le future mamme. Improvvisamente Léaud ricorda che una targhetta era di un medico. Anche il pubblico deve ricordare, ha un ruolo, c’è l’interattività di cui parlava Truffaut nella sua teoria dei grandi film ‘amicali’. Veramente in alcuni film di Truffaut il pubblico è co-sceneggiatore, e viene considerato un po’ come faceva Lubitsch. Dopo abbiamo lavorato a un film che deve ancora essere realizzato. S’intitola “L’agence magique”. Avrebbe potuto essere il terzo dei film di Truffaut sullo spettacolo. Ne aveva fatto uno sul cinema, “Effetto notte”, ed uno sul teatro, “L’ultimo metrò”. Questa volta era il varietà, che piaceva molto a Truffaut. Cantanti, mimi, ballerini, e così via.

 

JEAN MOREAU – Ci incontrammo in un corridoio del vecchio palazzo del Festival. Per me era un critico brillante, molto aggressivo, e noi giovani leggevamo con passione tutte le sue critiche. Dopo questo incontro, François cominciò a scrivermi, mi parlava del progetto di diventare regista, aveva già il soggetto per un film. Cominciammo a pranzare insieme regolarmente. Era una tortura. Aveva di questi periodi: mangiava solo bistecche, poi solo lumache, e non diceva una parola. E io parlavo, perché nel frattempo avevo ricevuto una sua lettera. E gli rispondevo verbalmente. Quest’uomo così poco loquace, quand’era sul set era molto caloroso, assolutamente estroverso, con momenti d’intensa concentrazione come tutti i registi, e con il gusto della battuta. All’epoca, quando ha girato “I quattrocento colpi”, recitavo al Théâtre du Gymnase, in “La bonne soupe” di Marceau, e da lì François ebbe l’idea di girare una breve sequenza di quando uscivo dal teatro. François aveva scoperto l’opera romanzesca di Roché, aveva letto “Jules e Jim” e “Le due inglesi e il continente”. Ne parlò al nostro primo incontro… Sapeva di voler fare questi film. E’ successo qualcosa di veramente miracoloso. Cantavo “Elle avait des bagues à chaque doigt”, e tutti la cantavano. Dopo abbiamo avuto la certezza di fare un film straordinario.La gioia di vivere, di fare le cose, era anche nelle sequenze drammatiche Era la certezza che stavamo andando al fondo di una verità. Ricordo i suoi occhi magnifici, così furbi, così intelligenti… E i suoi sorrisi, le sue risate…

 

PETER BOGDANOVICH – Truffaut fu un seguace di Hitchcock, e ne fu molto influenzato. Io credo, come Hitchcock, che i film debbano avere storie coinvolgenti, sviluppi drammatici che impediscano alla gente di andarsene.Ma il film non è fatto per rimpiazzare un’indagine sociologica. C’era da trovare un equilibrio: avere personaggi vivi come in Renoir ma metterli in situazioni più forti, rammentando le lezioni di Hitchcock: come rendersi interessanti e impedire alle persone di andarsene prima della fine del film. Truffaut fu molto influenzato da due registi: Renoir e Hitchcock. E loro sono veramente molto diversi, come registi. Io credo che il cuore di François fosse con Renoir, ma in Hitchcock ammirava la tecnica. Era molto interessato alla tecnica. E talvolta François applicò idee diverse alla tecnica di Hitchcock. Fu un grande regista, François. Secondo me dette il meglio quando fu più tipo Renoir, che tipo Hitchcock. Certo Hitchcock fu anche un grande insegnante, e un grande teorico del film. Ho passato ore ed ore a parlare con Hitchcock, a pranzo e sul set, con il registratore, a parlare della tecnica del film. A lui piaceva insegnare. Diceva che sfortunatamente molti film oggi sono solo immagini di gente che parla. Lo interessavano molto i brevi spezzoni di film messi insieme, quando non hanno significato finché non li unisci. Quando stava facendo ‘Psycho’ mi disse che la Paramount fece un busto di gomma, così quando il coltello penetrava si vedeva il sangue che usciva. “Era stupendo! Ma non lo usai”, Gli chiesi “Perché no?” e lui disse “Non è cinema.” Gli piaceva creare l’illusione che il coltello toccasse il corpo, ma il coltello non tocca il corpo, mai, in tutto il film. Potrei parlare di Hitchcock all’infinito. Non ho conosciuto François Truffaut molto bene, era timido. Penso che dai tempi di Renoir lui abbia fatto i migliori film francesi.

 

FILMOGRAFIA – I quattrocento colpi (1959); Tirate sul pianista (1960); L’amore a vent’anni (1962); Jules e Jim (1962); La calda amante (1964); Fahrenheit 451 (1966); Baci rubati (1968); La sposa in nero (1968); La mia droga si chiama Julie (1969); Non drammatizziamo… è solo questione di corna (1970); Il ragazzo inglese (1970); Le due inglesi (1971); Mica scema la ragazza! (1972); Effetto notte (1973); Adele H una storia d’amore (1975); Gli anni in tasca (1976); L’uomo che amava le donne (1977); La camera verde (1978); L’amore fugge (1979); L’ultimo metrò (1980); La signora della porta accanto (1981); Finalmente domenica (1983).

freccia_indietro

Pipolo.it
Pipolo.it

Leave a Comment