Jackson Browne, Milano 7 maggio 2009

Jackson Browne, Milano 7 maggio 2009

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La musica ha le sue trincee: culturali, sociali, geografiche. Sorvolando la west coast americana, ci sono stati pochi musicisti paracadutisti che non hanno temuto di fare lanci in più traiettorie. Una rarità di questi tempi, ma può succedere che l’intimismo sia vestito di rock, che l’ispirazione letteraria sia velatamente al servizio del testo, che i tormenti esistenziali e il pacifismo siano macinati in un folk così leggero da disegnare una nuova geografia di luoghi e storie. Il “dimenticato” Jackson Browne, nella performance intima al teatro CiakWebank, ha tirato fuori l’altra America della fine degli anni Settanta, che non era né quella musicale di Springsteen o Dylan, né quella politica presidenziale dalla transizione di Ford alla timidezza di Carter, dopo il letamaio lasciato da Nixon. L’altra faccia degli USA ha un suo percorso in scaletta quando Browne accarezza la chitarra o si siede con compostezza al piano: Something Fine, The Pretender, Before the Deluge e Late for the Sky sono poesie musicali oneste e sincere. Niente effetti speciali, ma solo semplici giochi di luce per dimostrare che un concerto è un rito da consumare con la sola musica. Si gioca a rimbalzo tra l’ultimo album Time the Conqueror e il precedente The Naked Ride Home, ricordato dalla splendida esecuzione di About My Imagination. I suoi compagni di viaggio sono impeccabili e le coriste due splendide ancelle della musica soul. Sotto la tendostruttura del Ciak il pubblico si perde tra i fluttui dell’immaginazione e, se non fosse stato per la pausa fuori luogo, non avrebbe smarrito l’adrenalina della prima parte. Browne fa vincere la buona musica, il pubblico chiede il bis e per una sera Milano si trasforma in un faro della West Coast, come a dire che l’America ce l’abbiamo in casa e che i vecchi leoni come Jackson Browne hanno ancora un futuro.

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