Jean Michel Basquiat, l’arte dei graffiti

Jean Michel Basquiat, l’arte dei graffiti

basquiatAndy Wharol, padre della Pop-Art, aveva un discepolo prediletto, un enfant terribile che volle ribellarsi a tutti i costi all’edonismo newyorkese degli anni ottanta reaganiani. Parliamo naturalmente di Jean-Michel Basquiat (1960-1988), l’artista scomparso prematuramente all’età di ventotto anni, che ha portato i graffiti metropolitani ad essere arte pura. Mentre i critici severi storcevano il naso, Basquiat accostava il graffito all’arte primitiva. Consumata da tensioni razziali, la Grande Mela ha colto il suo talento, nel massimo splendore, proprio in un quartiere popolare: Brooklyn. Qui, infatti, era nato e cresciuto Jean-Michel, primogenito di padre haitiano e madre portoricana. Il suo estro ed il suo percorso artistico si avviano sui muri del Greenwich Village, dove griffava le sue opere: per la prima volta si sposavano parole e pittura in maniera provocatoria, anche con la firma: “Samo” acronimo che stava per “SAme Old Shit” (la solita vecchia merda). Un marchio che catturerà l’attenzione della redazione del Village Voice, che inizierà a parlare di lui.

AMERICAN GRAFFITI – Basquiat era capace di portare a termine più opere in una sola giornata e lasciava traccia su qualsiasi cosa: dai frigoriferi alle finestre, dagli assi di legno ai dischi. In questo si individua la scelta di utilizzare i materiali recuperati dalla strada, la strada da cui proviene, fuggito da casa e costretto ad elemosinare. Tra i primi graffiti emerge Jimmy Best (1981), che denuncia in maniera chiara l’aggressività razzista con una scritta a bomboletta spray. Dai muri passa alle tele, e questo lento passaggio non si capisce fino in fondo se non si mettono in risalto alcuni elementi biografici: il disorientamento nella droga e nell’alcool, lo sguardo attento ai problemi razziali, la passione sfrenata per jazz, il fumetto, la letteratura beat, strizzando l’occhio all’hip hop, al breaking e all’electric bolgie. Nelle tele è sempre presente una realtà razziale raggomitolata in una conflittualità, anche quando a prevalere sono semplici incursioni spray, disegni elementari, quasi infantili e primitivi. Ed è proprio di fronte a macchinine, camioncini, aeroplani, animali, rivitalizzati con colate di colore denso, o maschere mostruose come teschi africani, che si delinea il suo linguaggio pittorico: un graffito-denuncia sulla pericolosa metropoli moderna, avvolta da minacce e contraddizioni, che diventa pittura enigmatica, a limite di un geroglifico che accosta piani e significati sovrapposti. Questo ed altro si trova in alcune opere migliori: da Fallen Angel (1981) ad Agony of the Feet (1982), da Mona Lisa (1983) a Jazz (1986).

CONDIZIONE DELL’ESSERE – Il processo creativo di Basquiat rigetta ogni razionalizzazione mentale e pone al centro dell’opera d’arte una condizione dell’essere: perciò i graffiti, sempre con un pizzico di aggressività, rappresentano uno stile di vita. L’artista accumula energie, inevitabilmente destinate a sfogarsi all’interno dell’opera d’arte. Soltanto in quest’ottica, si può dare un significato a quell’ansia espressiva che gli consentiva di lasciare traccia di un pensiero fulminea oppure di un’illuminazione fuggiasca. L’ultima opera è “Cavalcando la morte”, un quadro in cui la solita figurina nera domina uno scheletro bianchissimo che cammina a quattro zampe. Tra le altre opere si ricordano Zydeco (1984), Self Potrait (1986), Piano Lesson (1983) e Black (1986). Il cinema gli ha reso omaggio con il film Basquiat (USA, 1996), diretto da Julian Schnabel ed interpretato dal credibile Jeffrey Wright. La pellicola è stata presentata con successo alla Mostra d’Arte cinematografica del Cinema di Venezia.

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