Keith Jarrett, Milano 14 ottobre 2007

Keith Jarrett, Milano 14 ottobre 2007

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L’estate scorsa Keith Jarrett aveva sollevato un polverone ad Umbria Jazz per l’interruzione di un concerto a causa di un flash di troppo. Una litigiosità respinta dal pubblico che non aveva accettato questo atteggiamento. Il ritorno del grande pianista americano al Teatro Alla Scala di Milan è stata un atto simbolico per siglare la pace con il pubblico italiano. Del resto gli avvisi erano chiari: “E’ vietato fare fotografie e registrazioni, pena l’interruzione del concerto”. Un pianoforte a coda che ha accolto Jarrett alle 20.05 in punto. Un vascello di improvvisazioni per piano si spinge fino in fondo nei mari del free jazz. Il pianista americano, che osteggia lo sguardo dietro un paio di occhialini da sole, fa pulsare ogni istante nel tentativo di fissare i cardini del rapporto tra musica e contemporaneità. Keith Jarrett diventa un tutt’uno con quello strumento quasi magico, in un atto metafisico e tribale difficile da ridurre in frasi stringate. Il passaggio delicato dalla suonata puramente “celebrale” a quella impunemente “improvvisata” diventa irraggiungibile, inafferrabile, zeppa di pulsazioni nel suo curioso approccio allo strumento: Jarrett si muove e si alza, planando come un albatro, per reinventare la partitura inesistente. Jarrett gioca di anticipo con il pedale del pianoforte, rimettendo in gioco la relazione pericolosa tra musica e mistero, in quella serie di suoi ululati che completano ogni esecuzione. E la sua ossessione per il silenzio nell’ambiente trasforma il suono di quel piano in un incanto quasi visionario. I suoi dribbling tra sperimentazione, contemplazione e meditazione sul tempo presente lasciano sprofondare gli spettatori, ammutoliti e incantatati dinanzi a siffatta divina diteggiatura, nell’incertezza e nelle contraddizioni cicatrizzate dalla storia, adombrata da guerre e nefandezze umane. “Chiedo il silenzio perché dobbiamo ritrovare le cose che abbiamo perso”, replica Keith Jarrett dal palco del Teatro alla Scala, riferendosi anche a quelle distrazioni sceniche che riducono la creatività e la concentrazione dell’esecutore dinanzi alla composizione musicale. Oceani di applausi sono ricambiati con cinque bis a sorpresa per una serata indimenticabile.

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