Mario Merola

Mario Merola

150x150-mario-merolaNapoli si è guardata allo specchio in diverse occasioni e a volte si è sentita Cenerentola. Eppure è riuscita a trovare un riscatto nell’esuberanza di alcuni personaggi, che hanno filtrato “la napoletanità” – avvertita come condizione evolutiva del genere partenopeo – attraverso l’arte: poteva essere il calcio ad un pallone di Diego Armando Maradona, una suonata al pianoforte di Renato Carosone o una gag di Totò. Mario Merola (1934-2006), voce della Napoli popolare, ha lasciato una traccia trasversale nel cuore dei napoletani. Il suo approccio all’interpretazione di una canzone, marcata da un profondo istrionismo, era più vicino a quello di un posteggiatore che alla compostezza di alcuni cantori del Vesuvio come i Murolo, i Cigliano, i Bruni, i Fierro.

 

GLI ESORDI – E’ sintomatico che la scuola dei suoi esordi, nel mezzo degli anni sessanta, siano i matrimoni e le feste di piazza. Queste due situazioni, nell’immaginario collettivo partenopeo, hanno connotati interessanti: la piazza spinge l’artista a diventare un tutt’uno con il pubblico e un breve concerto ad una cerimonia matrimoniale trasforma l’artista in una persona di famiglia. Perciò Merola diventa di casa nel cuore di ogni famiglia napoletana, e non è un caso che a tributargli l’ultimo saluto sia stata proprio “la piazza”. Canzoni come Malu figlio, Guapparia o Zappatore tessono fili per far incrociare micro drammi da quartiere, che hanno tutti gli elementi per far affermare Mario Merola come il re della sceneggiata. E’ lui a rilanciare negli anni settanta questo genere teatrale, che affonda radici nel primo dopoguerra del palcoscenico napoletano. Un genere costruito su un canovaccio che si ispira ad una canzone avente come leit-motiv il triangolo inevitabile “Isso, issa e ‘o malamente”. Tutti gli ingredienti della sceneggiata napoletana, dalla ricchezza dei sentimenti alla religiosità popolare, dalla bontà d’animo alla spontaneità della gente.

 

IL CINEMA – Il tutto condito con canzoni napoletane a profusione. Queste atmosfere si impongono all’interno delle sceneggiature dei film interpretati da Merola: in Lacrime Napulitane di Ciro Ippolito (1981), dove un operaio, credendo che la moglie lo tradisca con un camorrista, emigra in America per cercare un nuovo lavoro, o in Giuramento di Alfonso Brescia (1982), dove Don Salvatore non può sposare Concetta per le precarie condizioni delle rispettive famiglie. Tuttavia, la sceneggiata ricompare in tutti i suoi aspetti nel gettonato ‘O Zappatore di Alfonso Brescia (1980), dove il figlio di un contadino rinnega il padre dopo aver raggiunto la brillante carriera di avvocato. Il brano ottiene un successo inaspettato, consacrando Merola anche all’estero, soprattutto in Nord America dove si reca periodicamente per diversi concerti. Inoltre, la pellicola ‘O Zappatore segna un punto di svolta nella carriera dell’artista napoletano, che si allontana dal genere noir-poliziesco napoletano. Si pensi a titoli come Sgarro alla camorra di Ettore Fizzarotti (1973), dove un pescatore ex galeotto dovrà vedersela con un sacco di insidie; I contrabbandieri di Santa Lucia di Alfonso Brescia (1979), ritratto dei nuovi “padrini” nati all’ombra del Vesuvio; Napoli… la camorra sfida, la città risponde (1979), cronaca nera tra omicidi e punizioni di chi non si adegua a ‘O Sistema; o Napoli… serenata calibro 9 (1978), dove un boss diventerà spietato per vendicare la morte della moglie e del figlio.

 

MEROLA E NAPOLI – Questo filone racconta con film a basso costo la Napoli “noir” degli anni settanta, complice e allo stesso tempo vittima di sotterfugi malavitosi. Il successo da cassetta della filmografia di Merola resta nel connubio di diversi puzzle, che compongono la tradizione napoletana: dai sentimentalismi del vicolo alla fatalità immersa nel quotidiano, dalla malavita spicciola alla teatralità della vita che si estingue nel tentativo, a volte vano, di fare il passo più lungo della gamba. Mario Merola rispecchiava la Napoli dell’entroterra, quella più interiore, quella che guardava avanti ma voltandosi sempre indietro per capire quale fosse la direzione da mantenere. Merola detestava la Napoli dei giorni nostri, fatta di criminalità e ipocriti clamori. La Napoli di Merola era una bella cartolina. Non c’è più e se ne è andata con lui.

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