Sessantotto

Sessantotto

150x150-sessantottoE’ stato l’anno che ha fatto tremare il mondo. Un terremoto socio-culturale ha cui nessuno ha potuto sottrarsi e dopo di allora molte cose non sono tornate ad essere più le stesse. Il 1968 è un anno chiave nella storia del XX secolo perché quel movimento politico e sociale, denominato appunto Sessantotto, si concretizza in un’utopia di massa, lasciando profondi segni. L’Europa dell’Est coglie il momento per ribellarsi all’Urss, la gioventù americana scende in piazza per protestare contro la guerra del Vietnam, mentre l’assassinio di Martin Luther King affievolisce il sogno dell’eguaglianza razziale. E’ proprio dall’oltreoceano che arriva un’icona del ’68: l’hippy, ovvero il “figlio dei fiori”, colui che dice “basta alle armi” e vuole “i fiori” come simbolo del nuovo movimento pacifista.

 

DALL’ASIA ALL’EUROPA – La Cina di Mao Tse-Tung acuisce il codice della Rivoluzione culturale e il grido dell’Est Europa si spegne nella Primavera di Praga. Gli studenti polacchi alzano la voce e l’occupazione dell’università francese fotografa Parigi in quel maggio che i cugini d’oltralpe non hanno scordato. Il Sessantotto italiano prende forza tra operai e studenti, nelle fabbriche come nelle scuole. Le istituzioni non possono far finta di niente, quando nel maggio del ’68 tutte le università, ad eccezione della Bocconi, sono occupate: le aule diventano centri di discussione, confronti e si propagano i sit-in di protesta per far sì che l’istruzione scolastica sia allargata a tutti, senza distinzione di classe sociale. Gli operai insorgono e le agitazioni alla Fiat di Torino si confermano come principale flusso di quell’ondata: un malcontento, che porterà il terrore del terrorismo nel decennio successivo.

 

DALLA MUSICA ALLA MODA – Il Rock ‘n’ Roll puro, che aveva domato i sixties (dai Beatles ai Rolling Stones), cede il passo ai folksinger con canzoni pacifiste e di impegno sociale. Bob Dylan e Joan Baez sono le due voci di quell’anno, mentre la dylaniana “Blowin’ in the Wind” diventa il manifesto della protesta sessantottina. Nell’Italia melodica degli anni sessanta, prima dell’avvento di cantautori come De Andrè e Guccini, si ritaglia un posto isolato il brano “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”. Scritta da Migliacci e Lusini e portata al successo da Gianni Morandi, la canzone evoca temi sociali molto forti e per questo è censurata dalla Rai bigotta di allora. E la moda? Dall’armadio le ragazze tirano fuori la minigonna e se ne vanno a zonzo nei mercatini dell’usato (i sessantottini detestano le grandi marche!), mentre barbieri e parrucchieri devono vedersele con chiome dai capelli lunghi e frangetta.

 

ARTE, TV E CINEMA – L’Arte accetta qualunque provocazione, persino quella d’essere mercificata e resa popolare. In pieno ’68 la Pop Art ha già contagiato mezzo mondo attraverso due profeti costanti, Liechtenstein e Warhol. Quest’ultimo serializza miti e politici, come il repubblicano Richard Nixon, elettro Presidente degli USA proprio il 5 novembre 1968. La tv americana trasmette il primo bacio interrazziale in un episodio del telefilm “Star Trek”, e il Belpaese si dà appuntamento davanti al televisore per applaudire o fischiare nuovi debuttanti allo sbaraglio. Infatti, dal 4 gennaio Corrado porta in tv una popolare trasmissione radiofonica, la Corrida. Chi preferisce andare al cinema, trova nelle programmazioni delle sale una serie di titoli destinati ad entrare nella storia della settima arte: “C’era una volta il West”, capolavoro di Sergio Leone; “Il Pianeta delle scimmie” di Schaffner, un cult di fantascienza; “Rosemary’s Baby” di Polansky, tratto dal romanzo pulp di Ira Levin; “Se…” di Anderson, in bilico tra surrealismo e lo humor dei Monty Python; “2001 Odissea nello spazio” di Kubrick, intrigante provocazione antropologica; e “La notte dei morti viventi” di Romero, capostipite di un nuovo horror.

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