Simone Cristicchi

Simone Cristicchi

150x150-cristicchiClasse 1977, Simone Cristicchi è tra i cantautori romani più interessanti del panorama emergente. Appassionato di fumetti, è stato persino allievo del grande Jacovitti. Nel 2000 si fa conoscere dal palco di Il Locale, assieme ad altri giovani cantautori della nuova scuola romana come Daniele Silvestri. Il singolo del 2005 “Vorrei cantare come Biagio” lo ha confermato rivelazione dell’anno, tanto che lo stesso Antonacci lo invita a cantarla in apertura di un suo concerto. Nel 2006 si porta a casa la prestigiosa targa Tenco 2006 e pochi mesi dopo il Festival di Sanremo 2007 con il brano “Ti regalerò una rosa”.

 

Il tuo nome è legato al tormentone Vorrei cantare come Biagio (Antonacci). Ti infastidisce o ti inorgoglisce?
“Mi infastidisce nel senso che ho un percorso artistico alle spalle. Tuttavia, se penso ai tanti che non sono riusciti a raggiungere il grande pubblico, faccio qualche considerazione diversa. Io sono un cantautore e far parte del calderone di una musica più commerciale non mi apparteneva”.

 

Perché assomigliare ad Antonacci e non ad un altro personaggio del panorama musicale?
“Non è casuale visto che Biagio è distante da me sia come tematiche affrontate che musicalmente. Il pezzo è piaciuto ma non è stato capito”.

 

In che senso?
“Era un’ironia, una provocazione verso un tipo di musica che facciamo in Italia, che occupa molto spazio e toglie spesso visibilità a chi crede alla canzone come veicolo di contenuti diversi. Lo confesso: è nata in un momento di grande rabbia”.

 

Quando hai scritto la prima canzone?
“Nel 1998. Prima di allora facevo il fumettista. Ho partecipato ad un concorso ed ho vinto il premio della Siae. Mi è rimasto nel cuore l’applauso del pubblico dopo che è stato letto il mio testo. Lì mi sono convinto che questa era la mia strada”.

 

Oggi è davvero difficile emergere. Su cosa bisogna puntare?
“Sulla pazienza e sulla lunga distanza. Occorre investire sul tempo futuro e non sul presente”.

 

La tua apparizione al Festival di Sanremo?
“Non avevo in mente la gara quando ho deciso di partecipare. Mi piaceva l’idea di salire sul palco dell’Ariston. A chi non piacerebbe cantare lì? Il mio sogno era cantare il mio pezzo due volte. L’ho cantato quattro volte e mi reputo soddisfatto”.

 

C’è un anello che unisce le tue canzoni?
“Forse sì. L’essere contro i pregiudizi, contro il giudizio facile molto diffuso oggi. Giudicare con leggerezza le cose. Pochi conoscono quello che c’è dietro. Di fatti, pochissimo sanno che ho vinto il premio come miglior album di debutto”.

 

A chi dedichi il successo di questo tempo?
“Lo dedico ai miei amici cantautori, a coloro che hanno vissuto una miriade di difficoltà prima di emergere”.

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