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Natale low-cost: Chef stellati e concerti svenduti su Groupon e Groupalia

Rosario PipoloA dicembre dell’anno scorso erano in tanti ad urlare che finire in pasto alla ferocia dei deal – Groupon e Groupalia in pole position – significava calarsi le brache. Un anno dopo, a ridosso del Natale più sottotono dell’ultimo decennio, ci sono finiti i concerti e le cene blasonate degli chef stellati. E così in saldi ci sono Nina Zilli, i Tiromancino, Fabio Concato e tanti altri. Mettere sotto l’albero un coupon da 10€ per un concerto potrebbe essere una proposta regalo e rialzare l’intrattenimento dall’orlo del precipizio. Ormai le proposte del giorno contano sempre meno e si finisce come al supermercato: adattiamo il nostro menu del giorno al volantino del sottocosto.

E a proposito di cibo, anche gli chef stellati hanno dovuto ripiegare: Claudio Sadler è in saldo su Groupalia a 199 euro con cena per due. In un momento di crisi come questo, neanche le vecchie glorie del food possono permettersi il lusso di facilonerie snobistiche. E nonostante i maestri stellati dei fornelli  abbiano conquistato le casalinghe di Real Time, i prezzi sono ancora alti.  In Italia abbiamo 3 milioni di disoccupati, la maggior parte dei quali non riesce neanche a sostenere le spese di un’alimentazione dignitosa. E se un invito a cena da uno chef resta cosa d’elite, non è stralunato pensare ad un’alternativa.  Se facciamo noi la spesa al supermercato, riusciremo mai ad abbassare il cachet di Sadler e compagnia bella?

Diciamo fesserie? Mai dire mai.  L’anno scorso tutto questo si chiamava “calarsi le brache”, oggi  “sopravvivere alla crisi”!

Cartolina dalla Croazia: il giradischi di Tito

Gli italiani vanno a mare in Croazia per spendere meno. Sono gli stessi italiani che l’altro ieri stavano col “culo” al sole a Rimini mentre dall’altra parte dell’Adriatico rombavano le bombe. I croati ci hanno accontentati: nell’Istria, che una volta apparteneva a noi, hanno creato delle piccole giungle di cemento su misura per il turista: “i polentoni” si sono ritrovati una Riccione in miniatura, mentre “i terroni” delle riproduzioni della goffa Baia Domitia, che alla fine degli anni ’70 diventò l’oasi vacanziera della borghesia paesana di Napoli e contorni.
Sì, si va in Croazia, ma bisogna evitarli gli italiani che vogliono mangiare spaghetti a qualsiasi costo, lamentarsi in ogni circostanza e ribadire la stessa tiritera: il meglio ce lo abbiamo noi. Sì, si va in Croazia per stare con la gente del posto, per mangiare cevapci fino allo sfinimento, per rifugiarsi nei posti nascosti o tra i brandelli periferici. Sì, si va in Croazia per raccogliere storie di una generazione cresciuta all’ombra della dittatura di Tito e che adesso ha capito l’amara verità. Si stava meglio quando si stava peggio; oggi le vetrine sono piene e non ci sono più i soldi. “Democrazia? Ma quale democrazia?”, grida il pescatore di Stoja, zona balneare di Pola.
Le pagine emozionanti di Miha Mazzini mi hanno riportato altrove, quando suonò l’ultimo “giradischi di Tito”. Non c’è niente da fare soltanto la musica può unire più generazioni. C’ero anche io assieme ai venticinquemila che affollavano l’Arena di Pola. Eravamo lì ad ascoltare le poesie musicate di Djordje Balasevic, icona della canzone d’autore dell’ex Jugoslavia. C’ero anche io a scatenarmi con il rap-rock sociale dei Beat Fleat assieme a quella bella gioventù, di cui mi sono dovuto privare per così troppo tempo. C’ero anche io ad inseguire il pop melodico di Massimo Savic, che spesso singhiozzava swing o jazz e poteva permettersi il lusso di tradurre pure Renato Zero. C’ero anche io a fare il battimani ai Laibach mentre il buio della notte ammantava la città sonnolenta.
E tutte le sante notti camminavo da solo lungo una strada, nel silenzio, mi guardavo attorno e pensavo al figlio di quell’italiano nato in Istria che mi disse: “Mio padre era un panettiere. Quando l’Italia ci mollò alla Croazia, ci tolsero tutto, ma la nostra italianità non l’abbiamo mai rinnegata”. Dopo il buio e tornata la luce sul volto dei bambini del club Plivacki di Pola, gli aspiranti nuotatori che sognano una piscina. Non ci sono soldi per farla, ma io manterrò la promessa: se da grande divento un giornalista, metto da parte qualcosa e gliela regalo. Accipicchia, ho dimenticato di mettere il francobollo su questa cartolina!  Arriverà mai a destinazione?

L’ultima notte assieme ai Pooh

I Pooh

Rosario PipoloNel 1981 ero sul tetto di un palazzo storico del corso Garibaldi di Acerra. Eravamo a casa di un’amica di famiglia. Mentre io e mia sorella giocavamo a nascondino tra i panni  stesi, da una radio in soffitta volavano le note di Chi fermerà la musica dei Pooh. Continuo ad associare il ritmo di quella canzone a questo ricordo d’infanzia, ancora in volo sul panorama che vedevo da lì. Quando i Pooh hanno festeggiato 25 anni di carriera, ho dovuto mettere da parte tutti i miei risparmi (40.000 delle vecchie lire) per acquistare il biglietto dello splendido ed intimo concerto al Politeama di Napoli. E certamente ieri non mi aspettavo di finire per lavoro all’ ultima data del tour assieme a Stefano D’Orazio: 30 settembre al Forum di Milano. Non discuto la scelta del batterista di lasciare i compagni di lavoro di una vita, piuttosto l’idea che gli altri tre possano continuare con un’alternativa. Credo che la buona musica di queso longevo gruppo italiano sia finita tanti anni fa, poco prima dell’LP Uomini Soli. C’è chi li accusa di aver triturato i soliti temi melodrammatici all’italiana tra amori finiti e tradimenti. C’è chi come me li apprezza per essere stati i primi a diventare “manager di loro stessi” ed aver resistito alla tipica diffidenza degli anni ’70 in Italia: o facevi musica impegnata politicamente o eri uno sfigato raccontaballe! Scrivere una bella canzone “popolare” è il desiderio di molti, ma l’arte di pochi. Trascrivere sentimenti o vita quotidiana in maniera trasversale è stato il loro punto di forza. I primi accordi imparati alla chitarra sono stati quelli di Tanta voglia di lei. Ho dedicato quei versi stonati alla ragazza di cui mi ero invaghito negli anni del liceo. Non ha funzionato. Mi sa che non avevo capito il significato di quella canzone!

Montreux Jazz Festival ci serva da lezione!

Prince al Montreux Jazz Festival 2009

Rosario PipoloLa Svizzera può insegnarci qualcosa su come si fa un festival. Aggirandomi al Montreux Jazz Festival, ho ritrovato la concezione di “festa”, quella stessa che Gillo Pontecorvo cercò di portare negli anni ‘90 al Festival del Cinema di Venezia. Pontecorvo non tradì la sua indole di “innovatore” perché aveva capito che un festival doveva essere “condivisione” per tutti, e non passerella elitaria di pochi. Ritornando alla musica di Montreux, mi ha fatto immensamente piacere vedere migliaia di giovani assiepati sul lungo lago, nel parco o fuori all’Auditorium ad ascoltare musica, condividere divertimento e un buon bicchiere di birra, senza avere necessariamente il biglietto della grande serata. Chi se ne frega di tirar fuori dalla tasca 120 euro per Prince, quando poi al Jazz Cafè ci danno la possibilità di vederlo in diretta video gratis? Questa sì che è vera democrazia! Ispirarsi ad una manifestazione, non significa copiarne in parte soltanto il programma. E’ lo dimostra la scarsa presenza di pubblico al Milano Jazzin’ Festival che scimmiotta Montreux. Per non parlare delle date annullate, come l’interessante duetto tra Occidente e Oriente con Hancock e Lang lang. Non sono un arcipelago di live a casaccio all’Arena Civica a farci sentire ad un festival. Eppure l’anno scorso il Milano Jazzin’ Festival era tutta un’altra musica. Montreux ci serva da lezione per fare qualche riflessione intelligente, senza piangerci addosso.