Il titolo della mia chiusa natalizia fonde il tormentone musicale di Mariah Carey con The Sound of Silence, ballata poetica di Paul Simon: ogni anno che passa mi capita puntualmente di entrare in letargo nello stressante tunnel natalizio.
C’è una tana per scappare dal rumore assordante che stordisce chi è finito nella ruota del criceto delle ipocrite convenzioni delle festività: il silenzio e il mantello dell’invisibilità, quest’ultimo per coprirsi dalla nudità volgare dell’apparire per forza ovunque, nella buona e nella cattiva sorte.
Ho ripensato a uno strano viaggio nei paraggi dell’estate scorsa. Sono andato a fare una visita di controllo e mi hanno tenuto in ostaggio al pronto soccorso di un policlinico milanese con questo annuncio: vagabondo, è giunto il momento di separarsi dalla sua “cistifellea” perchè sta per esplodere come una bomba a orolgeria. “Sta scherzando? Non sono andato mai sotto i ferri di una sala operatoria, pure le tonsille mi sono tenute”, ho fatto io al camice bianco che mi stava di fronte.
Così dal letto di uno degli alloggi del mio giro del mondo sono finito in quello di un ospedale, eccellenza nella ricerca, tuonando con tono minaccioso: “Non mi piazzate in una stanza con chi non si risparmia selfie neanche in degenza, perché detesto chi fa di un letto ospedialero il megafono social di una terapia di gruppo”. Quando in barella mi hanno portato verso la sala operatoria, ho pensato che l’ultimo viaggio era stato nella mia Napoli, dopo una lunga assenza di sei anni, condensata nel tragitto di una vagone stranamente semivuoto della metropolitana collinare verso piazza Dante: negli occhi luminosi di una donna con la mascherina – era bella come l’infermiera uscita dalle pagine di Per chi suona la campana di Hemingway – ho ritrovato appartenenza e radici.
In sala operatoria ho firmato un modulo nel caso fosse scoppiata la mia povera cistifellea e ci sarei rimasto secco con il rammarico di non aver stilato in tempo la lista degli invitati al mio funerale, obbligati a vestirsi di bianco come John (Lennon) e Yoko (Ono) nel giorno del matrimonio.
Poi improvvisamente il buio, la dimenticanza, fino alla luce, in cui mi è sembrato di essere uscito dall’utero di mia madre. Con lo stato d’animo di un’incoscienza tutto questo si chiamava rinascita.
Affacciandomi, al termine della convalescenza, a un finestrone dei piani alti del policlinico, ho allungato lo sguardo sulla perferia a Sud-Est di Milano con l’orizzonte socchiuso sulla via Emila di reminiscenze gucciniane. Così ho visto diradarsi tante presenze della mia vita, distratte dalla vergogna, cecità o vigliaccheria, e trasformarsi in tristi e paurose assenze.
Sotto l’albero di Natale il vero dono è il silenzio perché, alla larga da chi si lascia stordire dal rumore della frenesia natalizia, sa sussurrare riflessioni e rendere più agile la ripresa di conversazioni in sospeso con noi stessi.
In fondo la luce, piccola o grande che sia, accompagnata da una vecchia melodia di Ennio Morricone nell’abbraccio dei versi di Tornatore e Quignard:
Ricordare, ricordare quel che c’è da cancellare.
E scordare, e scordare…
è che perdi cose care.
E scordare, e scordare…
finiranno gioie rare.
Ricordare, ricordare è come un po’ morire,
Tu adesso lo sai.”
