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Cartolina da Cameri: Immaginarci

In Italia straripano le mostre, grandi e piccole che siano. Il vantaggio di quelle piccole sta già nell’itinerario che fai per raggiungerle, magari allestite in un piccolo centro. Come quella di Cameri, un piccolo paese piemontese del novarese, che raccoglie scatti di aspiranti fotografi o di coloro che si dilettano con l’obiettivo.
Incrociando per caso “Immaginarci”, mi è venuto da pensare che la fotografia ha davvero il potere inespugnabile di farti sentire in più luoghi nello stesso tempo. Come questo scatto malinconico di Maria Cioffi che mi ha riportato nei miei sopralluoghi dei cimiteri da guerra. Una ventina d’anni fa ero di ritorno da Cassino e ne ho visitato uno.

Certo non uno di quei posti dove vai a fare una scampagnata, ma il luogo che ti fa avvistare la crudeltà della guerra, attraverso l’apparente geografia dell’anonimato riservata ai caduti. I veri eroi non hanno bisogno della notorietà. La cerchiamo noi nel folclore di alcuni nostri cimiteri civili, dove sostituiamo la semplicità di una lapide all’ostinazione di rendere pacchiana persino la caducità della morte, abbassando il capo al tornaconto per far spazio alle cappelle-bunker private.

La morte è una cosa seria. E il fiore sulla tomba di questo soldato, seppellito nel cimitero di Minturno, ci ricorda che l’eroismo si nasconde tra i petali di un fiore.

  Immaginarci

Al Montozzo: Adesso so dove si ferma Dio nei giorni d’estate

Adesso so dove si ferma Dio nei giorni d’estate. A 2500 metri d’altezza, a cavallo tra l’Alta Valcamonica e l’Alta Val di Sole, lì nel Parco dello Stelvio. A pochi passi dal rifugio Bozzi, ci sono le trincee della Grande Guerra. Noi le abbiamo dimenticate, soprattutto in questo periodo quando ce ne stiamo con “la panza” al sole sulle spiagge affollate. L’estate montanara è ballerina perché da un momento all’altro il sole può prestare la sua voce alle nuvole, permettendo alla pioggia di lavare la terra bagnata dal sangue.
Adesso so dove si ferma Dio nei giorni d’estate. Su quella cima, al Montozzo, ad ascoltare il coro delle voci bianche, che perirono per noi nei giorni bui della Prima Guerra Mondiale. Giovani e meno giovani, che sacrificarono la vita per un pezzo di confine, che andavano incontro alla morte martoriati dal freddo e dalla fame, come se i nostri soldati fossero giocattoli da vetrina del primo ‘900.
Adesso so dove si ferma Dio nei giorni d’estate. Lì, ad alta quota, muovendosi come i passi silenziosi sulla neve. Quelli che non fanno rumore, ma lasciano il segno, come il grido delle donne che non li videro più tornare, che aspettarono finché il sole spegnesse la torcia. Mamme che invecchiarono all’istante senza poter più sussurrare “Figlio mio”; fidanzate che si arresero allo strazio del dolore senza poter cantare “Amore mio”.
Adesso so dove si ferma Dio nei giorni d’estate. Lì in cima, tra la foschia, perché puntualmente la nebbia del “deserto dei tartari” ritorna in quella che dovrebbe essere la stagione più luminosa dell’anno. E’ solo nello smarrimento dell’invisibile che possiamo ritrovare le sagome di quei soldati. Quanto ci costerà restituire loro la visibilità dell’eroe, nel tempo in cui sperperiamo i valori a ridosso del mostruoso divismo del “Grande Fratello”?
Adesso so dove si ferma Dio nei giorni d’estate. Niente più castelli di sabbia con i bambini in riva al mare. Resta lì su quella cima, a far compagnia a tutto il coro di voci bianche che si aggira per il Montozzo. E presterà per il resto dei nostri giorni la voce a quelle montagne.