Pipolo.it

Blog e Sito di Rosario Pipolo online dal 2001

Diario di viaggio: La foiba di Basovizza e la ferita aperta di Trieste

Rosario PipoloTrieste mi appartiene. C’è il riverbero di Joyce degli anni del mio “studio matto e disperatissimo” dell’Ulisse; è crocevia di culture; è culla di storia che fa di ogni impronta etnica il cumulo del sogno futuro di ciascuna comunità. Trieste custodisce la memoria con riservatezza, senza troppo rumore, senza civetterie.

La mia estate comincia sul carso triestino, alla foiba di Basovizza. Qui il tempo sembra essersi fermato. E’ più di un presagio questo stadio di sospensione. E’ come se la storia ci volesse sculacciare per aver fatto finta di niente; per essercene disinterassati sui banchi di scuola; per non aver provato sdegno quando ci siamo accorti che in tanti in Italia non sapevano che una foiba fosse la fossa aratra di un campo di concentramento.

Dopo le mie tappe ad Auschwitz e Redipuglia, eccomi a Basovizza: il silenzio urla a voce alta disperazione. Disperazione per aver coperto i partigiani jugoslavi – complici furono gli stessi anglo-americani quando era necessario avere come alleato “il compagno Tito” – che trucidarono in questo inghiottitoio migliaia e migliaia di italiani.

La storia non si studia solo sui manuali tra i banchi di scuola. La storia si affronta di petto, perchè gli eccidi appartengono a nazisti, fascisti e comunisti. Complice e criminale è stata quella classe politica italiana che sapeva ed ha mentito alla propria coscienza.
Il riconoscimento della foiba di Basovizza come monumento nazionale da parte del nostro Presidente della Repubblica – accadde nell’anno della mia maturità classica – non smuove il fango della vergogna con cui è fatto il mantello della nostra Prima Repubblica.

C’è un’odiosa classe politica italiana frequentatrice di salotti e figlia  di quella generazione che strizzò l’occhio al compagno Tito. Questa è una disfatta morale, prima che politica. La mia estate comincia qui alla foiba di Basovizza, mentre si squarcia la commiserazione della memoria collettiva.

In viaggio verso l’altro “Giorno della Memoria”

Quando sono a ridosso del 27 gennaio, mi accosto a il Giorno della Memoria tirando fuori tre ricordi dei miei viaggi in Europa: un pomeriggio al campo di concentramento di Sachsenhausen, a 35 chilometri da Berlino; un chiacchierata con un anziano ebreo nel vecchio ghetto di Varsavia; la mia discesa agli inferi ad Auschwitz. Tre momenti staccati tra loro che mi traghettano – facendomi vergognare di appartenere alla razza umana – verso il più grande genocidio del XX secolo.

Tuttavia, al di là dei riti commemorativi che affollano il 27 gennaio, mi vengono in mente altri olocausti che non risparmiano nessuno, dall’Africa all’Asia, e sono stati rimossi.  Prendo spunto dall’episiodio di Ken Loach del film 11 settembre 2001, in cui uno scrittore cileno scriveva agli americani: “Oggi, 11 settembre, noi ricorderemo i vostri morti, ma voi, per favore, ricordate anche i nostri (golpe cileno dell’11 settembre 1973, ndr.)”. In questo post faccio lo stesso, ma rivolgendomi a tutta la comunità ebraica.

Oggi preghiamo per i vostri defunti, ma voi non dimenticate di commemorare le vittime di altri genocidi atroci come quello in Ruanda. Di fronte alla morte e al dolore, non c’è religione, colore della pelle o ideologia che tenga. Essere smemorati è il rimorso più grande che mai dovremmo consegnare alla storia!