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La tragedia della funivia Stresa-Mottarone e l’Italia assassina della “ripresa”

L’Italia della “ripartenza” si è macchiata dell’assassinio di 14 persone sulla funivia Stresa-Mottarone. Al momento della tragedia in Piemonte mi trovavo a pochi chilometri in linea d’aria dal Mottarone. Ero accanto al torrente Erno che sfocia nel Lago Maggiore, all’altezza di Lesa.
Quella del 23 maggio doveva essere una domenica speciale, la ripartenza del Paese dopo il buio della pandemia. Nei miei vent’anni di vita a Milano, non c’è luogo che mi appartenga come la sponda piemontese del Lago Maggiore: l’apertura lacustre da Meina fino a Baveno mi ricorda il mare della mia Napoli. 

LUCIDA FOLLIA ASSASSINA

Sabato sera, sotto una pioggia torrenziale che ha fatto da presagio alle lacrime versate l’indomani, mi sono perso in auto accanto ad un’indicazione per il Mottarone. La promessa di portarci mia moglie quanto prima è stata spazzata via domenica scorsa dal rumore degli elicotteri in perlustrazione della zona della tragedia. In quell’istante ho capito cosa fosse accaduto. 

Nello sgomento di queste ore in cui le indagini hanno portato alla luce l’intenzione volontaria di manomettere i freni della funivia che presentava delle anomalie, c’è un misto di rabbia e dolore: Alessandro e Silvia di Varese ci assomigliavano da fidanzati tra i progetti fatti guardando Stresa. Amit, Tal, Barbra e Itskak sarebbero potuti essere i nostri compagni di viaggio sul prossimo volo per Tel Aviv.
Serena e Mohammadreza erano come tanti in partenza dal nostro Sud per un futuro lavorativo migliore. Le candeline di Roberta, soffiate dal vento di una morte prematura, erano quelle di noi quarantenni che amiamo la vita senza riserve. Vittorio e Elisabetta, prossimi al matrimonio, insieme al piccolo Mattia erano come noi che ci siamo battuti per una bella storia d’amore superando le barriere anagrafiche.

L’ITALIA SMEMORATA, DAL CERMIS AL MOTTARONE

Chi si assume la responsabilità di questa tragedia enorme? Nei condomini osserviamo regole rigide per manutenzioni e revisioni dell’ascensore, perché non potrebbero esserci tempi più serrati per una funivia? In uscita dal tunnel buio della pandemia con tutti i lockdown a singhiozzo e il fermo degli impianti, dovevano essere monitorati i gestori della funivia abbagliati da una lucida follia. Qui si tratta di una corresponsabilità pubblica e privata e ci sono di mezzo anche soldi pubblici.

In Italia tiriamo a campare e siamo smemorati: i 42 morti della caduta della funivia del Cermis in Trentino del 1976 non bastavano? Facendo un rapido conto degli impianti a fune funzionanti nel nostro Paese, mi chiedo se ora scatterà la sindrome delle revisioni e manutenzioni come è accaduto dopo il crollo del Ponte Morandi di Genova.

NUOVE REGOLAMENTAZIONI PER LE FUNIVIE IN ITALIA

Consapevole che né una residenza né un domicilio temporaneo possano farci sentire parte di una comunità, lascio al dolore e alla rabbia di queste ore la funzione di integratori, anche per noi senza natali in questa zolla di Piemonte ferito. E’ legittima la richiesta di giustizia attraverso le indagini che farà la Magistratura così come la pretesa di un aggiornamento in tempi rapidi delle regolamentazioni delle funivie in Italia e di impianti simili.

Stresa non sarà più la stessa e non sarà più ricordata soltanto come perla del Lago Maggiore, culla delle isole Borromee o corridoio privilegiato del turismo tedesco. La lacerazione della funivia del Mottarone resterà aperta per non ridurci ad essere beati, per dirla alla Nietzsche, come “gli smemorati perché avranno la meglio anche sui propri errori”.

L’estate di nonna Luigina, “mondina” centenaria tra gli angeli sopra Valduggia

nonna_luigina

rosario_pipolo_blogMi era piaciuta fin dal primo momento l’idea di farmi adottare da una bisnonna di 101 anni, per giunta invecchiata tra le risaie del vercellese, in quella zolla di Piemonte che tratteggia tanti miei vagabondaggi a corto raggio.
Mi era piaciuta l’idea di poter raccontare una bresciana, adottata dalla piccola comunità di Valduggia, che aveva attraversato il ‘900 ed era stata mondina nelle risaie, proprio come Silvana Mangano nel film di Riso amaro.

Nonna Luigina era entusiasta di questa visita insolita di un ospite che non le era apparso come un curioso ficcanaso, ma come il giornalista pronto a fare quattro chiacchiere per poter tirar fuori un ritratto e raccogliere spunti di riflessione.
Di questi tempi poi, in cui la centrifuga della vita tritura la lentezza necessaria a farci ricchi con la saggezza degli anziani, questi sono spicchi di vita meritevoli di essere raccontati e condivisi.

Nonna Luigina – aveva già prenotato il parrucchiere in vista del mio arrivo – aveva saputo che era una buona forchetta e, non potendo venire al ristorante, si sarebbe presa la briga di invitare a casa sua uno chef tutto per me, che avrebbe cucinato per il lieto evento. La situazione mi commuoveva al solo pensiero, perché avrei ritrovato una “nonna” che si sarebbe preoccupata per me.

In due occasioni, tra fine maggio e giugno scorso, sono stato costretto a rinviare a causa del maltempo, che tra piogge e temporali ha trasformato il nostro territorio di frontiera in una landa tropicale. Sapevo che la bisnonna di Valduggia mi avrebbe aspettato, anche se alla veneranda età della “mondina centenaria” basta un soffio di vento a scompigliare tutto.

Qualche settimana fa non hanno avuto il coraggio di dirmi che non avrei potuto intervistarla più. Alla trisnipotina Ginevra, la piccola che le sorride accanto in questa foto di compleanno, hanno spiegato che ora nonna Luigina è diventata un folletto o forse una fata.

Io sono un po’ all’antica e credo ancora negli angeli. Un giorno se dovessi finire all’Inferno, avrò un buon motivo per farmi spedire in trasferta temporanea in Paradiso e ritrovare così nonna Luigina per intervistarla.
Fino ad allora però non potrò far altro che ringraziare “la mondina centenaria di Valduggia” per avermi fatto sentire di nuovo nipote, nel tempo scandito dalla solitudine cronica che allunga le distanze nei legami.

Diario di viaggio: Michele Ferrero, il galantuomo di Alba che mi fece felice

Rosario PipoloIl mio viaggio ad Alba di qualche anno fa fu una tappa di un giro on the road nella langhe piemontesi. La mia auto, come al solito, andava a passo d’uomo per raccogliere le impressioni del territorio. Arrivato nella cittadina del cunese, ebbi la tentazione di andare fuori lo stabilimento della Ferrero. Mi feci scattare una foto lì. Per me quello stabilimento era la casa del signor Ferrero.

Ai tempi del liceo volevo lavorare in quell’azienda, non solo per mangiare chili di Nutella in nome delle merende dell’infanzia condivise con mia madre e mia sorella, ma per conoscere di persona Michele Ferrero.

Per me in un certo senso il signor Ferrero è stato un “secondo” nonno: mi ha viziato con pane e Nutella; mi ha fatto guardare il mondo “a colori” attraverso le scatoline dei Tic Tac, che conservavo per creare arcobaleni artificiali; ha deliziato mamma con i Mon Chèri, da sempre i suoi cioccolatini preferiti che le regalava papà; ha fatto su misura per me un premio, l’ovetto Kinder, che nonno Pasquale tirava fuori dal taschino quando veniva a prendermi all’asilo e non avevo fatto il monello; mi ha fatto corteggiare una compagna di classe alle elementari lasciandole sul banco un Rocher, senza dovermi sentir chiamare Ambrogio.

Michele Ferrero è stato il galantuomo dell’imprenditoria italiana. Sobrio e discreto come la maggior parte dei piemontesi, voglio ricordarlo come uno dei fiori all’occhiello dell’industria italiana del Secondo Dopoguerra, sempre a distanza dai clamori e dai riflettori.
Da un piccolo laboratorio di pasticceria nel centro di Alba, il signor Ferrero ha regalato la felicità anche alla mia generazione, a piccole dosi. Oggi, grazie a Michele Ferrero, posso filare ricordi privati e legarli ai sapori che lui ha inventato anche per me, facendo scattare l’inevitabile meccanismo proustiano della memoria.

Quando nel 2005 fu tolto dalle confenzioni delle barrette Kinder il volto dello storico bambino, stavo per scrivere al signor Ferrero una lettera di protesta. Quella faccia datata apparteneva all’amico immaginario di merenda, che veniva a farmi compagnia puntualmente nei pomeriggi dell’infanzia.
Il papà della Nutella se n’è andato nel giorno della Festa degli innamorati. Ero a casa dei miei e, prima di tributargli un tweet, sono andato a trafugare nel frigo. Sapevo che, a ridosso dello snack di mezzanotte, papà e mamma mi avrebbero fatto ritrovare le barrette di cioccolato che ora hanno la forma di una “M”.

Cartolina da Torino: Il “razzismo” di un cronista e “la puzza dei napoletani”

I social network lo hanno linciato, l’azienda in cui lavora si è limitata a sospenderlo. Giampiero Amandola era un giornalista anonimo fino alla settimana scorsa. E’ riuscito finalmente a guadagnarsi un pizzico di celebrità, firmando un servizio “razzista” per il Tg3 Piemonte in occasione della partita Juve-Napoli di sabato scorso. Nel mirino non c’erano gli extracomunitari o i vucumprà, ma coloro che dagli anni’ 50 del secolo scorso hanno dato al capoluogo piemontese, assieme agli altri meridionali, la più grande forza lavoro dal secondo dopoguerra ad oggi: i napoletani.

“I napoletani che puzzano” sembra un vecchio slogan stampato sui volantini anonimi lasciati all’entrata della fabbrica che produceva le automobiline del Belpaese del Boom. L’urlo e le definizioni della rete bastano e avanzano per sintetizzare la meschinità di Amandola e l’accaduto non merita neanche di essere commentato.
Tuttavia, bisognerebbe fare un passo indietro e capire come possa accadere che vada in onda sul Servizio Pubblico televisivo marciume di una tale portata. E’ legittimo chiedersi, senza per forza fare il mestiere di giornalista: Chi ha dato il benestare per mandare in onda il servizio? Se fosse accaduto all’epoca della lottizzazione RAI del Pentapartito sarebbe scoccata la bufera: Democristiani e socialisti  con il dito puntato contro i comunisti che occupavano il suolo del terzo canale.

Se ciò accadesse in Gran Bretagna, nel tempio della BBC, vedremmo “il cronista d’assalto” sbattuto fuori dalla porta con una lettera di “licenziamento” tra le gambe. Ahimé, siamo in Italia, dove riusciamo a far passare per “un servizio giornalistico di colore” qualcos’altro.

I tifosi che sono stati al gioco, dovrebbero farsi raccontare dai genitori e dai nonni che “i napoletani puzzavano” quando uscivano dalle fabbriche di Torino. Di quell’odore ne andavano orgogliosi perchè, rincasando, potevano guardare negli occhi mogli e figli con la dignità di chi conosce i sacrifici e lo sfinimento della fatica.
Chi ha lanciato invece la scialba provocazione, dovrebbe imparare a memoria un’affermazione di Elsa Morante, che in questi dieci anni in cui vivo lontano da Napoli, recito tutti i santi giorni mentre mi guardo allo specchio e mi sento orgoglioso di essere stato partorito dalla mia terra: “Grande civiltà di Napoli: la città più civile del mondo. La vera regina delle città, la più signorile, la più nobile. La sola vera metropoli italiana”.

 

  Juve-Napoli, Rai sospende giornalista Tg Piemonte

Diario on the road: Girotondo intorno al Lago Maggiore

Ogni lago ha il suo carattere: quello di Garda è esibizionista e nottambulo; quello di Como è chic e fricchettone e il Maggiore, com’è? Sì, proprio il lago che abbraccia Piemonte, Lombardia e Svizzera, usato dalle nostre maestre come tranello alle interrogazioni di geografia. Noi ci cascavamo puntualmente, perché pensavamo che fosse il più esteso d’Italia.
Il Lago Maggiore è discreto e riservato fino a Verbania, proprio come i piemontesi, ma poi tira fuori tutto il suo carattere e una bellezza inaspettata che lascia senza fiato. Ho fatto un girotondo in auto di 186 chilometri , costeggiandolo tutto. Una fermata ogni manciata di passi per dialogare con lui, svelare il segreto della sua anima, raccogliere storie. Una passeggiata ad Arona e poi ritagli da cartolina come i due vecchietti di Meina mano nella mano, lo splash dei bimbi a Solcio o il vocio degli stranieri nel centro di Stresa.
Dalla finestra di un edificio in stile liberty mi godo le ultime briciole di un tramonto. Sono su una collina, all’ostello della gioventù di Verbania-Pallanza. Vanessa, piemontese doc, mi accoglie con un sorriso e l’accento partenopeo di Pasquale mi riporta tra le braccia della mia Napoli: “E’ più forte di me. Io non riesco a tuffarmi nell’acqua del lago. Il mare è il mare”, ci tiene a precisare. In camera faccio quattro chiacchiere con PierAlfonso, veronese figlio di siciliani, che ha scelto questo rifugio lacustre per staccare la spina dalle ossessioni della quotidianità. Sul lungolago di Pallanza sgranocchio noccioline a mezzanotte, ascolto jazz con le mie cuffie giganti e un tizio seduto al bar dice al suo vicino: “Il solito matto austriaco in vacanza”. Più che austriaco, direi marocchino, vista la mia abbronzatura in stile “terruncello”! Poi mi perdo in piena notte e ci pensa Andrea a riportarmi indietro in auto: lo chiamano il ventenne dalle “gambe lunghe”. Mi racconta di essere appena tornato da Santiago De Compostela dove si è fatto 800 chilometri a piedi in un mese. Finalmente ho trovato un pazzo come me, con cui magari condividere in futuro una lunga passeggiata, sì ma non proprio così estrema.
L’indomani riparto: mi intrufolo tra le bancarelle del mercato di Intra, tra le salite e discese di Cannero Riviera. A Cannobio mi godo i surfisti tra le onde del lago e mi sembra di essere tornato nella baia di San Francisco. La frontiera è ad un passo: Puff ed eccomi in Svizzera. L’euro ormai è cartastraccia e da Mc Donald’s mi chiedono più di 12 euro per un menu base. A Locarno cazzeggio tra i vicoli della città vecchia e poi a piedi diritto sul lungolago al tramonto. All’ostello Palagiovani incontro Alfio, uno svizzero vero che mi racconta di quei posti, dei suoi avi, di questo Canton Ticino che parla in italiano. Spalmate a volontà di Ovomaltina (la Nutella swiss!) e poi ancora on the road tra i sussurri lacustri a ridosso di Magadino e San Nazzaro. Cosa c’è di meglio se non spaparanzarsi al sole?
Passo la frontiera italiana e nel gabbiotto non c’è nessuno. Ho un dubbio: non è che gli svizzeri si sono comprati all’asta per quattro soldi lo stivale italiano?  Il Lago Maggiore torna lombardo e a Luino mi sembra di essere finito sulla riviera Romagnola, dando a morsi piadina e crescione. Anna e Massimo si sono trasferiti qui dalla Romagna una vita fa, hanno messo su la deliziosa piadineria Divina, che come per magia si trasforma anche in un’allettante gelateria. Li adoro perché hanno una grande qualità: farti sentire a casa in un posto che non ti appartiene! Non restano tanti chilometri al traguardo, ma c’è ancora Porto Valtravaglio, un doppio panino con salamella in riva a lago a Laveno-Mombello, Ispra e Angera, dove un gruppo di anziani mi fa il battimano e mi dice: “Mai un visto un napoletano che gira il lago con tanta passione”. Alle 21.42 sono a Sesto Calende, fermo l’auto sul ponte e mi metto in piedi sul cofano con lo sguardo verso il Maggiore. I passanti pensano che voglia buttarmi di sotto. Ma io di sotto lancio una bottiglietta con questo pensiero scritto a penna: “Ci sono viaggi e viaggi. Caro lago, grazie per essermi stato accanto perchè sai sussurrare la spiritualità tipica dell’acqua salata”.

Veicolo: Fiat Punto 1200 a metano
Carburante: 11 kg di metano (costo: 9€)
Chilometri: 186
Velocità media: 60km/h
Soste: 42
Tempo di percorrenza (incluso pernottamenti): 53 ore
Dettagli: No navigatore; no strade a pedaggio.

Diario di viaggio: i sussurri di Teresa tra le montagne della Valle Vigezzo

John Ruskin aveva ragione ad affermare che “le montagne sono il principio e la fine di ogni scenario naturale”. Chi viene da una città di mare, scivola sempre sulla stessa buccia di banalità e così tra un tuffo in acqua salata e un passeggiata in alta quota preferisce la prima ipotesi. Il mio mini viaggio on the road tra le montagne della Valle Vigezzo in Piemonte mi ha proposto un’altra alternativa per un intelligente uso del tempo libero: ritrovare il dialogo con la natura, lasciando che la pelle si raffreddi con un’immersione nell’acqua dolce di un lago alpino. Poi lo stomaco ci mette il suo con un piatto di gnocchi ossolani a Druogno; gli occhi si soffermano sulle facciate delle case pittoresche di Santa Maria Maggiore; la fantasia sosta a Malesco dove gli spazzacamini non sono né roba da fiabe per bambini né frullano soltanto sul filo della voce di Mary Poppins. Qui, infatti, nel primo fine settimana di settembre, si svolge da quasi trent’anni un raduno magico che li celebra!
La montagna, quando vuole ed ha voglia, sa lasciarti incontri casuali ed emozionanti. Teresa, l’anziana signora milanese, che da qualche anno trascorre le vacanze qui nella Valle Vigezzo. Ho condiviso con lei un piatto di pasta e melanzane mentre mi raccontava della sua Milano del dopoguerra, di quando il marito le portò a casa la prima lavatrice, delle figliole Laura e Rosanna che scorazzavano per casa, valorizzando la gioia di essere mamma. Ad un certo punto mi ha indicato una montagna e la ha associata al capo di una donna addormentata. A tavola mi hanno fatto cenno di non preoccuparmi perchè era l’avanzare dell’età a guidarla in uno slalom tra realtà e immaginazione. La sera a cena Teresa ha risposto a tono ad una mia battuta con la massima: “Quando il diavolo ti accarezza, vuole l’anima”. E’ la stessa frase che mia nonna Lucia mi ripeteva puntualmente nelle sere d’estate delle nostre vacanze. In quell’istante ho capito che Teresa era la più lucida tra tutti noi, che non aveva né bisogno di medicinali né di compassione, ma solo di amore perché la sua mente si faceva trasportare dai sussurri delle montagne. Chissà se la “donna addormentata” non fosse proprio nonna Lucia, con la sua chioma imbiancata. Chissà se le nuvole che osservava Teresa, a cui dava una forma e un nome, non sono le stesse che guardo io quando vago tra i miei pensieri. Dovremmo tornare a guardare al di là della superfice che ci circonda per non sottometterci alla “resistenza della quotidianità”, ma per mutare il nostro stato d’essere.
Prima di ripartire, non ho detto a Teresa che a me succede la stessa cosa. E se mi reputate un matto, per favore non rinchiudetemi im una casa di cura, ma riportatemi tre quelle montagne piemontesi da Teresa, mia nonna per un giorno, per condividere un altro piatto di pasta e melanzane e divagare con lei, ricordandoci che tutto è superfluo, a parte la nostra anima.

Elezioni, il popolo ha fame dategli le brioches

La grande disfatta. Sì, proprio così perchè in uno stato di ordinaria confusione non si capisce chi siano i vinti o i vincitori. I numeri parlano a favore del PDL , ma non penso che queste elezioni siano davvero un test per capire quale sia il giudizio degli italiani nei confronti del Governo. In Francia l’avanzata dei Socialisti sta facendo tremare Sarkozy, in Italia l’innegabile sorpasso della Lega non rappresenta la consacrazione del Centrodestra, bensì uno sfogatoio di protesta. Proprio in Piemonte, Lombardia e Veneto, le problematiche relative all’integrazione degli stranieri fuori e nelle grandi città diventano sempre più complesse.  La via più semplice? Barricarsi nel proprio bunker tra folclore e tradizioni locali  perchè sentirsi “lumbard” è più sicuro che essere un anonimo italiano. Il Lazio finisce nella mani di una donna, la cui vittoria manda a casa definitivamente i fantasmi di Marrazzo e della sua combriccola. Neanche i santini della Bonino sono serviti a fare miracoli. In Campania avrebbe vinto chiunque si trovasse sulla sponda opposta di  Antonio Bassolino. E così è stato, nonostante la controfigura di Caldoro avesse dalla sua parte l’Italia della Prima Repubblica, quella era l’unica via d’uscita dal lungo regno del Vicerè. E la Puglia? Quella non è andata al PD, ma semplicemte ad un cane sciolto come Vendola, abile a far tremare i palazzi del potere romano, mandando in tilt persino il “Baffo di ferro di Gallipoli”. Bersani dà la colpa a Beppe Grillo per la dispersione dei voti, senza rendersi conto che è al timone di una nave che non sa più che pesci prendere. Il popolo si lamenta e pure troppo, ma poi al momento della “scelta” il chiasso da cortile finisce nell’omertà, nella rassegnazione del vigliacco astensionismo, nel vittimismo del tiriamo a campà, nel chiacchiericcio dei social network, aggrovigliati dai soliti luoghi comuni.  Aspettando la nuova ondata di riforme annunciate da Silvio Berlusconi, mi torna in mente l’orribile frase di Maria Antonietta di Francia, che però può starci bene adesso: Il popolo ha fame, dategli le brioches. E’ quello che si merita e nessuno si lamenti!

Il kebab arriva tra le montagne e sconfigge pizza e porchetta!

Kebab

Rosario PipoloDopo una lunga traversata in treno dalla Svizzera tedesca, un pausa non guasta. Capitare a Domodossola in una sera d’agosto non è il massimo, ma almeno si trova qualcosa da mettere sotto i denti. Siamo ad una manciata di chilometri dal confine tra le valli suggestive del Piemonte. Di prodotti locali da sgranocchiare neanche l’ombra e un panino al formaggio sembra roba di altri tempi.  Quei pochi ristoranti aperti sono semivuoti e sfornano qualche pizza. In corso Moneta c’è un kebabaro aperto e così mi fermo volentieri lì. Giusto in tempo perché Alì mi confessa che ad agosto vende più kebab del solito. La cliente in fila prima di me se ne porta a casa sette! Scusate, ma sono a Domodossola o in un paesotto della Turchia?  La cosa curiosa è un’altra: molti clienti sono del Sud Italia. Lui mi riconosce dall’accento e ribatte: “Non è caro pagare una pizza 4 o 5 euro? Se pensi che è acqua, farina e pomodoro…” E’ l’unico motivo che ha fatto prendere agli italiani una cotta culinaria per questa pietanza turca? Ormai il kebab ha fatto il botto ed ha sostituito il panino con la porchetta, dal Piemonte fino al Trentino. Persino alcuni locali italiani hanno bandito lo spiedo per i polli e si sono organizzati con il girarrosto verticale per fare kebab. Insomma neanche l’afa estiva ferma l’ascesa al trono del panino etnico (il migliore l’ho mangiato nel quartiere turco a Berlino). Aspettando di assaggiare il prossimo ad Instambul, spero che in Turchia non ci sia una controtendenza tra pizze e polli allo spiedo. Sarebbe un altro scherzetto del villaggio globale!

Capriccio d’estate a Torino senza i soliti cliché

Torino by night

Rosario PipoloAvevo un capriccio e me lo sono tolto: girovagare a Torino in un fine settimana d’estate e godermi la città semivuota. In parte ci sono riuscito e devo dire che le Olimpiadi invernali di tre anni fa hanno fatto decisamente bene al capoluogo piemontese. Escludendo i miei blitz al Festival Cinema Giovani, Torino non me la ricordavo ringiovanita a tal punto da brillare per le proposte allettanti di intrattenimento, per i graziosi locali che pullulano ovunque e, soprattutto, per avere una seconda vita fino all’alba del giorno dopo. Mi sembra che le nuove generazioni, perlopiù figli di emigranti del Sud Italia, abbiano rinunciato ancora più marcatamente alle schizofreniche nostalgie sabaude – circoscritte per fortuna a Palazzo Reale – e all’iconografia della famiglia Agnelli e della Fiat nel tempo in cui il vecchio stabilimento del Lingotto è diventato un centro commerciale. La jenuesse torinese ha una grande responsabilità: far sì che il processo di integrazione degli stranieri in città non diventi “discriminazione” come il secolo scorso è successo con i nostri meridionali. E mi fa incazzare incrociare il torinese dall’accento pugliese che trasforma il piccolo kebabbaro del centro nel capro espiatorio di turno. Si raccomanda la visione del film Rocco e i suoi fratelli di Visconti per cancellare dal vocabolario di ieri “terrone” e da quello di oggi  “extracomunitario”.  Le intrusioni criminali ci sono e dovrebbero essere gestite al meglio dalle istuzioni affinché una città sia sicura sempre.  Se così non fosse, Torino rischerebbe di far offuscare la sua vitalità nei risaputi cliché che la hanno isolata per decenni.