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L’iPhone 6 può attendere

Rosario PipoloCi sono code e code. Quella “surreale e stratosferica” delle ultime ore davanti agli Apple Store delle grandi metropoli per l’arrivo del nuovo iPhone 6.

Quella che vedo tutte le sere tornando da lavoro davanti a una Caritas milanese, dove una ciurma di uomini e donne aspetta di ricevere un piatto caldo.  Le prima fa il giro del mondo alla velocità della luce. Quest’ultima finisce nel dimenticatoio, perché fa parte della routine: gli operai in fila per protestare contro la mobilità o i papà in coda dall’alba all’entrata dell’asilo nido per accaparrarsi un posticino per il pargolo.

Quanto costa l’iPhone 6? In Italia il prezzo oscillerà tra i 700 e i 1000 euro. Occorre rinunciare ad uno stipendio medio per andarsene in giro con il gioiellino della Apple. I due ragazzi nella foto si sono accampati su una panchina della Fifth Avenue newyorkese. Non sono lì per protestare ma spudoratemente in fila per avvinghiare  il melafonino più amato o odiato di tutti i tempi.

Questa immagine offende un’altra America e non abbiamo bisogno di un vecchio disco di Bob Dylan per riascoltare quella voce. Basterebbe farsi raccontare dai genitori e dai nonni di questi ragazzi come sciuparono i loro quattrini: per fare un viaggio e protestare fuori la Casa Bianca contro il Vietnam sanguinoso di Nixon o il rampantismo di Reagan.
Erano altri tempi, come del resto in Italia. I nostri genitori e nonni hanno fatto lunghe code per salvarsi dagli scempi del Secondo Dopoguerra o per avere il diritto di studiare in un’università pubblica.

Quanto costa “mettersi in coda” per l’iPhone 6? Le favole del marketing urlano che qualche folle abbia pagato fior di quattrini per avanzare nella lunghissima fila. Ci sono code e code. Preferisco quella che vedo tutte le sere tornando da lavoro davanti a una Caritas milanese. Fotografa l’umanità di cui avremmo bisogno tutti.

Non lo vogliamo il nuovo Commodore 64!

Lo sconcertante effetto nostalgia dovrebbe funzionare soltanto sugli esseri umani e lasciar perdere il mondo artificiale. C’è da dire che a quella macchina-giocattolo, all’alba degli anni ’80 del secolo scorso, un’intera generazione ha dato del “tu” come se fosse un essere umano. Il rapporto uomo-macchina poteva davvero diventare una cantilena poetica come avviene nel film Corto Circuito? L’innominato è il Commodore 64, l’home computer che ha svezzato la mia generazione e tra qualche mese sarà rilanciato come se fosse un PC de giorni nostri. Lo chassis resta identico per i malati dell’Hi-Tech vintage, ma sarà soltanto un effetto ottico: il cuore del vecchio Commodore 64 pulserà a battiti così veloci da farci dimenticare quei ridicoli 64k, con cui abbiamo fatto di tutto, sognando davanti allo schermo di una piccola tv negli anni in cui l’idea di Internet poteva essere soltanto un’eccentrica stregoneria.
Alla notizia sono balzato dalla seggiola, ma poi mi sono detto: che significato può avere un vestito vintage su un corpo che non è il suo? No, non lo vogliamo questo Commodore 64 con i super-poteri, ma se proprio è necessario, restituitecelo come allora. Vogliamo un effetto nostalgia all’incontrario per dare una bella lezione alle nuove generazioni che fanno gli spavaldi con le nuove console: con una manciata di bit e ram ci siamo sentiti pionieri del mondo virtuale; abbiamo fatto “social life” prima dello sbarco di Facebook con i nostri amici che passavano da noi per condividere il joystick; ci siamo ingegnati per mettere da parte più soldi possibili e sperare che papà tirasse fuori il resto; abbiamo messo uno spunto di sentimentalismo pure lì, scrivendo a caratteri cubitali una frase carina, seguita dalla classica sfortuna. L’unica volta che ero riuscito ad invitarla a casa per far merenda col Commodore 64, il televisore non si accendeva più e quelle parole furono risucchiate da un cursore lampeggiante.
Non abbiamo bisogno dell’Hi-Tech vintage per riprodurre i sussulti della memoria, ma di tutto ciò che abbiamo condiviso con quella tastiera, quella di un home computer che ha fatto sognare di diventare informatici anche gli imbranati con la matematica come me.