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Vinyl Mania 2024

Sotto la puntina del giradischi

Ivan Graziani
Ivan Graziani

Per gli amici di Ivan Graziani è un atto d'amore del figlio Filippo verso tutti coloro che non hanno mai dimenticato questo grande cantautore italiano. Un vinile di inediti da ascoltare tutto d'un fiato.

Ciao America
Ciao America

Dargen D'Amico, il rapper e cantutore indipendente rivelazione di Sanremo 2022, torna con un nuovo disco. Ciao America esce il 2 febbraio e fa di sonorità eterogenee l'essenza di questo nuovo progetto musicale.

This is me
This is me

Jennifer Lopez si racconta in un film autobiografico e in un nuovo disco che condensa il suo percorso musicale. This is me, in uscita il 16 febbraio, sarà più colonna sonora o una raccolta di tanti successi?

GLOBETROTTER since 1988

Profumo d'Oriente

Giappone on the road
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La giovane geisha a Kyoto

Giappone on the road
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Sorrisi da Tokyo

Giappone on the road
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Hiroshima e il viaggio della memoria

Giappone on the road
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La nuvola nasconde le stelle e canta vittoria ma poi svanisce: le stelle durano.

Rabindranath Tagore
Rabindranath Tagore Scrittore e poeta

Non ho un caratteraccio. Ho carattere.

Don Backy
Don Backy Cantautore

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Gli Agricoltori
Gli Agricoltori Francesi

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20 anni di Facebook tra innovazione, trappole e poca vita

I 20 anni di Facebook dovevano ridursi al passaggio del vecchio “libro delle facce” delle università americane ad uno strumento online per tenere in contatto gli studenti degli atenei d’oltreoceano. Non è stato così perché Zuckerberg e la sua brigata smanettona hanno cambiato le nostre vite, nel bene e nel male.
Cosa stavate facendo mercoledì 4 febbraio 2004? Scavate nella memoria perché quel giorno avrebbe riscritto le pagine della storia dei nuovi mezzi di comunicazione, più di quello in cui la carcassa di un televisore in bianco e nero aveva prodotto nel soggiorno dei nostri nonni nelle seconda metà del Novecento.

FACEBOOK E LA PRIMA ISCRIZIONE

20 anni di Facebook diluiti in una gelida domenica d’inverno del 2008, il 13 gennaio per l’esattezza, a casa della mia amica Valeria nel centro di Milano, a pochi passi dalle guglie del Duomo. Accesi il PC, eravamo seduti al tavolo in cucina con un gruppetto di amici. Davide, allora studente di giurisprudenza alla Statale, mi disse: “Cosa stai combinando?”.
In realtà completavo l’iscrizione a Facebook, il social network di cui mi aveva parlato la mia amica e che aveva conosciuto durante un’esperienza di vita in Australia dell’anno precedente. Gli iscritti in Italia si contavano, per la maggior parte eravamo presenti all’appello noi addetti ai lavori della comunicazione, geolocalizzati soprattuto in Lombardia.

IN PRINCIPIO NON C’ERANO I FEED

20 anni di Facebook all’alba senza feed, in lingua inglese, con i tuoi contenuti che poteva vedere soltanto l’amico facebookiano, consultando la singola timeline. La prima richiesta di amicizia di Facebook la inviai a Valeria e la seconda a Elena, collega in comune, iscritta al social network di Zuckerberg dall’estate del 2007.
Ci avrei messo almeno un paio d’anni prima di ritrovare gli ex compagni di classe e gli amici lasciati a Napoli. Nel frattempo mi divertivo ad aggiungere nel network coloro che avevano lo stesso cognome mio. Non si sa mai avessi trovato un lontano parente nell’America attraversata da vagabondo su un bus della Greyhound?


FACEBOOK TRA DOPPIA VITA E IDENTITA’ SEGRETE

20 anni di Facebook, le nostre vite sotto i riflettori e con il tempo stritolate dall’orco orwelliano del Grande Fratello. E poi tutti travolti dal vortice del cambiamento delle nostre relazioni nella vita e nel lavoro, all’ombra delle nuove tecnologie che hanno condizionato persino il modo di divertirsi o la smania di raccontarsi a tutti i costi, fingere di essere ciò che non eravamo nella vita reale, trasformare la prima puzzetta di nostro figlio in un evento mediatico per metterlo già sul seggiolone della competizione.
Perché correre il rischio di ritrovarsi come l’ultimo scemo del villaggio?
Per essere tutti surrogati di un eroe, come cantava Bowie nei versi profetici “We can be heroes just for one day“, prima che la famiglia si allargasse con le abbuffate di gallerie fotografiche su Instagram o la messaggeria di Whatsapp in coda allo sfinimento dei gruppi morbosi.

IL GOLPE INFAME DEGLI ALGORITMI

20 anni di Facebook e lo strapotere degli algoritmi che, attraverso un golpe infame, hanno messo fine alla democrazia dei social network, già prima che ci accorgessimo di cyberbullismo, fake news, odio e violenza, censure, messa alla gogna della nostra sacrosanta Privacy.
Si è dovuto ricredere chi pensava di entrare da protagonista nelle nostre vite con l’emoticon di un cuoricino o con una sfilza temporanea di like. La vita si alimenta, per fortuna, ancora fuori dai recinti dei bunker facebookiani e lontano dagli spioni. L’accesso non è consentito a tutti, proprio come quello alle nostre case, ultima spiaggia di riservatezza e intimità, al contrario di chi ha scelto di svendere vita privata e ambiente domestico in cambio di una manciata di polvere di popolarità.

FACEBOOK TRA I NUOVI SOLI E L’INVASIONE DEGLI IMBECILLI

20 anni di Facebook oggi. Ci abbiamo perso o guadagnato? Siamo onesti con noi stessi. Nelle partite di ping pong da una bacheca all’altra in cui palleggia la solitudine, echeggiano i versi saggi del Teatro-Canzone di Giorgio Gaber e Sandro Luporini: “Soli e le sole ormai sono tanti Con quell’aria un po’ da saggi, un po’ da adolescenti A volte pieni di energia, a volte tristi, fragili e depressi.”
Si consoli chi non è finito nella morsa della frustrazione collettiva senza la tentazione di strizzare l’occhio ai permalosi che ancora giocano a fare gli offesi sotto il tuono della parole dell’unico professore che ancora rimpiango, Umberto Eco: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.”

Il bicchiere mezzo pieno c’è? Sì, ma lo capiremo meglio nei prossimi vent’anni.

Sanremo Rewind in 5 canzoni anticonformiste

IL Festival di Sanremo è sempre stato caratterizzato dalla melodia fin dalla sua età della pietra. Eppure il Belpaese “canzonettaro” ha barattato il suo cliché melodico con l’anticoformismo. I tempi erano davvero maturi per captare le canzoni ribelli sottopelle?
Il tempo è galantuomo anche con i brani anticonvenzionali e così accade che facendo un rewind sanremese ritroviamo piccoli gioielli. Queste 5 canzoni anticonformiste lo sono anche per voi?

PAPAVERI E PAPERE

Il Festival di Sanremo si ascolta ancora alla radio quando salta fuori Papaveri e Papere, brano interpretato dall’allora reginetta della canzone italiana Nilla Pizzi. Siamo nel 1952, l’Italia si avvia sulla salita del Boom economico con ancora lo spettro della bombe della passata guerra. Panzeri, Rastelli e Mascheroni ci regalano la prima canzone davvero anticonformista della storia sanremese.
Altro che la favoletta dall’incipit scherzoso “Su un campo di grano che dirvi non so Un dì Paperina col babbo passò.” Dietro la melodia allegra si nasconde una satira feroce contro il potere politico di allora, incarnato dalla vecchia Democrazia Cristiana. I “papaveri alti” sono gli uomini del presidente del sesto governo De Gasperi e “le papere” tutti quelli sottomessi al potere. La canzone ottiene un successo strepitoso. In tanti non colgono il vero significato tanto che la censura feroce della vecchia Balena Bianca resta a guardare, o quasi.

CIAO AMORE CIAO

Il Festival di Sanremo del 1967 è sotto choc alla notizia del suicidio di Luigi Tenco dopo l’eslusione del suo brano Ciao amore ciao. Questa volta l’anticonformismo di polso del cantutore genovese è tutto in una canzone in cui si esplicitano la voglia di cambiamento, l’irrequietezza di una generazione e la consapevolezza di mollare la propria donna per una nuova vita: “Andare via lontano A cercare un altro mondo Dire addio al cortile Andarsene sognando.”
Il festival di allora viaggia sulle onde di sentimentalismi in stile Io, tu e le rose cantata da Orietta Berti. Tenco è troppo avanti, ha una sensibilità cantautoriale più contemporanea e ci vorranno decenni e decenni prima di dare il giusto valore a questo piccolo capolavoro.

GIANNA

Il Festival di Sanremo del 1978 si veste dell’anticonformismo di Rino Gaetano e della sua Gianna che “sosteneva tesi e illusioni, prometteva pareti e fiumi, aveva un coccodrillo e un dottore, non perdeva neanche un minuto per fare l’amore.”
Un inno sfrontato alla liberà femminile e strafottente dei luoghi comuni che fa balzare l’album da cui è tratta, Nuntereggae più, in vetta alle nostre classifiche.
Eppure dietro la canzone del cantutore crotonese, che fa tremare il palco dell’Ariston, si nasconde una girandola di interpretazioni. C’è chi vorrebbe Gianna semplicemente come manifesto della libertà sessuale, chi invece la innalza a simbolo dell’ipocrisia politica e alla sua corruzione o chi la elegge a rappresentare di chi non rinuncia alle ideologie illusorie. Nel testo ironico di Rino Gaetano alcuni vedono allusioni al vecchio potere della massoneria in Italia.

VITA SPERICOLATA

Al Festival di Sanremo del 1983 nessuno scommette una cippa su Vita spericolata, senza capire che la canzone Vasco è destinata a diventare l’inno di una generazione: “Voglio una vita che non è mai tardi Di quelle che non dormi mai Voglio una vita, la voglio piena di guai.”
L’anticonformismo del Blasco, sulle onde di un rock grezzo e provinciale, non attecchisce su critica e platea dell’Ariston, ma si fa strada piano piano. Attraverso l’urto delle onde radiofoniche sprofonda nell’immaginario di una generazione che riconosce nel rocker di Zocca il suo paladino.
Nel 1992 la canzone ottiene un bel riscatto ed è riconosciuta persino dalla vecchia guardia del cantautorato genovese. Infatti, Gino Paoli chiude il suo brano Quattro amici con l’inciso di Vita spericolata dove interviene la voce dello stesso Vasco.

LA TERRA DEI CACHI

Il Festival di Sanremo del 1996 è sconvolto da La terra dei cachi. L’anticonformismo di Elio e le Storie Tese è demenziale tra musica rocchettara e testo irriverente, mancando per un pelo il podio dell’Ariston. Nel bel mezzo della Seconda Repubblica, dopo il terremoto di Tangentopoli e la fine della Prima Repubblica, quale Italia ci resta tra le mani? Quella dei “Parcheggi abusivi Applausi abusivi Villette abusive Abusi sessuali abusivi Tanta voglia di ricominciare, abusiva.”
Si ride per non piangere con il rock demenziale di Elio e compagnia bella, tanto si sa che il Belpaese dobbiamo tenercelo così. Si facciano avanti delusioni, omissioni, indignazioni, nuovi santi corrotti, melodrammi dei giorni nostri. Il nonsense fa la sua parte in pieno stile zappiano e il brano continua a brillare nella costellazione del Sanremo off: “Italia sì, Italia no, Italia bum, la strage impunita Puoi dir di sì, puoi dir di no, ma questa è la vita Prepariamoci un caffè, non rechiamoci al caffè C’è un commando che ci aspetta per assassinarci un po’.

Buon 2024 a piedi nudi sulla speranza

Lasciandoci alle spalle un 2023 affollato da tanti impostori, guardiamo con ottimismo all’anno nuovo senza leggere gli oroscopi. Sì, questo è un atto di fede. Ahimè, è cronica la mia strafottenza (tu chiamala se vuoi libertinaggio) e allergia al buonismo e alla luce artificiale di questo tempo annacquato da affanni e corse inutili. E la vostra?

Anche per il 2024 l’augurio è mettersi al riparo da ritualità inutili, convenzioni, sbaciucchi e brindisini per festeggiare poi cosa? Le lacrime di coccodrillo del cigno nero, spennacchiato dallo scandalo del pandoro benefico? Le fette griffate sono andate di traverso agli influencer di cristallo, rivelandosi il replay di Maria Antonietta di Francia: “Se il popolo ha fame, date loro brioche.”

Senza “la noce” sentimentale dell’alberello pubblicitario in tasca, mi sono incamminato tenendo a bada le urla dell’ortopedico e reumatologo per salvare il mio ginocchio consumato dai viaggi di una vita vissuta fino al crollo di un menisco. Dopo aver percorso migliaia di chilometri, lontano dai bagordi, sono giunto nello stesso posto dove ero più di un anno fa: al di là del kibbutz di Nir Am, bloccato da un filo spinato sulla Striscia che mi impediva di uscire da Israele per proseguire verso Gaza.

Ho trovato un Bimbo dalla pelle bruna che mi ha detto: “Aiutami a tornare nella mia Palestina. Non ricordo più neanche come mi chiamo.” Mentre l’Erode dei nostri tempi sta collezionando un numero di morti pari a un nuovo genocidio, dopo essersi sbiancato la coscienza nel giorno dello Shabbat, gli ho risposto: “Duemila anni fa ti saresti chiamato Gesù.”
Il bambino mi ha sorriso e mi ha stretto la mano con la stessa intensità dell’abbaglio di una stella cometa che ha oscurato i lampi dei missili all’orizzonte. Datemi pure per disperso, tanto io e il piccolo resteremo seduti qui, in un fienile del Medio Oriente senza bue e asinello, in attesa di un lieto fine.

Buon 2024, a piedi nudi sulla speranza.

No al Femminicidio. Il ricordo tenero della mia Laura per l’ultimo saluto a Giulia Cecchettin

Non bastano le dita delle mani per contare i casi di femminicidio in Italia. La morte di Giulia Cecchettin (Art Cover: Antonio Federico) ha scosso tutti. Oggi Padova le tributa l’ultimo saluto mentre in ogni angolo del nostro Paese si continua ad urlare: “No al femminicidio”.
La violenza non è questione di genere o sesso, appartiene alla razza umana. La storia tragica di Giulia mi ha ricordato però che non tutti gli uomini sono violenti, riportando a galla la mia storia adolescenziale con Laura.

STORIE DI PERIFERIA TRA TENEREZZE E OMERTA’

All’alba degli anni Novanta io e Laura eravamo due ragazzi occhialuti di periferia. Ci innamorammo su una panchina mentre io ero alle prese con la maturità e lei, di qualche anno più piccola, in preda all’ansia delle ultime interrogazioni di fine anno.
La aspettavo sotto casa di Donatella, fidata compagna di classe che, assieme alle sorelle, proteggeva la nostra tenera clandestinità. Quando accompagnavo Laura a scuola in Vespa, facendo attenzione che non ci vedessero, lei mi infilava nello zaino letterine d’amore imbevute dei suoi profumini.
Non ho mai capito perché in paese scandalizzasse più il bacio di due adolescenti anziché l’omertà delle generazioni precedenti di fronte al femminicidio, alla violenza subita da tante donne nel lurido piccolo mondo antico della famiglia patriarcale di stampo maschilista.
Mia zia Lilina, che nel Secondo Dopoguerra aveva lavorato nei campi alla periferia di Napoli, mi raccontò di fattori violenti, di mogli contadine pestate, di violenze taciute dietro i sacchi di patate per paura di perdere il lavoro stagionale o essere isolata dal resto della comunità per aver fatto “la spia”.

IL NO DI LAURA MI FECE CRESCERE

In una giornata uggiosa di novembre Laura decise di mettere fine alla nostra storia da ragazzini. Mi sentii crollare il mondo addosso, per la prima volta avvertivo un tremendo senso di abbandono. Come avrei fatto senza le sue coccole, la passione per Freddie Mercury infilata nelle musicassette che mi registrava, le passeggiate mano nella mano lungo i binari della ferrovia guardando i treni che portavano nei vagoni i nostri sogni di un’adolescenza ribelle, i progetti comuni, la promessa che un giorno con i risparmi l’avrei portata a Londra a un concerto dei Queen, magari a dicembre per il compleanno?
Non ebbi nessun raptus di violenza, anzi il sentimentalismo prese il sopravvento sulla rabbia.
Con una videocamera me ne andai in giro a filmare i nostri luoghi, sovraincisii delle musiche, le feci recapitare una videocassetta, con la speranza che infilandola nel videoregistratore la nostalgia riaccendesse il cuore.
L’indomani Laura mi restituì la VHS e, guardandomi con gli occhioni lucidi, mi salutò con una carezza come per dire “non cambiare per gli altri, resta te stesso”. Il suo No mi fece crescere e io senza rancore decisi che non avrei rinnegato l’indole di sentimentale, nonostante quelli come me ai tempi erano additati come “mezze femminucce”.

NO AL FEMMINICIDIO SENZA SLOGAN

Cara Giulia, se da una parte oggi essere uomo mi fa vergognare per le violenze che in tante subiscono, dall’altra ho una consolazione. Laura e le donne avute accanto nella vita, attraverso il bene che mi hanno voluto, mi hanno insegnato che senza l’universo femminile la nostra esistenza sarebbe una nullità.
Baci, carezze, amore, rispetto reciproco e cuore ti portano lontano se combatti fianco a fianco e giorno dopo giorno i luoghi comuni, i pregiudizi, i soprusi. Oggi dico “No al femmicidio” senza slogan, lasciando che questi pensieri aggrovigliati con i ricordi si alzino in volo verso di te come palloncini colorati.