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Cartolina dall’Amazzonia: il soliloquio del Rio delle Amazzoni

Il Rio delle Amazzoni è stato il fiume più distante da me che da bambino desideravo navigare.  Quando la maestra Iole mi accompagnò alle elementari, attraverso un atlante geografico, lungo quel corso fluviale ebbi la percezione infantile di quanto le distanze fossero incolmabili tra i luoghi e gli uomini.
Per me il corso d’acqua più lungo del mondo, che attraversa Perù, Colombia e Brasile, era secondo la mia immaginazione il luogo in cui Dio andava a lavarsi senza la scocciatura di portarsi dietro lo spazzolino da denti.

Navigarlo a “nel mezzo del cammin di nostra vita” non solo ha esaudito uno dei più grandi desideri di viaggiatore, ma mi ha preparato all’entrata nel polmone verde della Terra: la foresta dell’Amazzonia. In nessuna navigazione ho mai provato questo prepotente senso di libertà che ti sgancia dell’ottusità della quotidianità, i cui ricatti vorrebbero fagocitarti in mondi che non ti apparterranno mai.

Poi il lungo e strabiliante abbraccio tra il Rio delle Amazzoni e il Rio Negro, dove le acque azzurre del primo e quelle scure del secondo si incrociano in uno spettacolo della natura che conferma un comandamento del Creato: siamo meticci come queste acque e il colore della pelle così come quello delle culture dei popoli è destinato a fondersi, e neanche lo sbianchetto dell’intolleranza potrà fermare tutto questo.

Non avrei voluto mai staccarmi da quelle onde. Sapevo che una parte dell’anima mia avrebbe continuato a navigare il Rio delle Amazzoni ripetendo a memoria i meravigliosi versi di Wilson Harris, parte preziosa del mio bagaglio letterario:

Lo spirito profondo dell’innocenza
è maturità senza fiato senza sogni:
le mani nere degli alberi si allungano
con pazienza. Le ali d’un uccello
fanno vento all’aria che brucia.
Le forze esterne, le forze interne
sono illusioni distinte che vanno
oltre il buio e le luci con un coltello a tagliare via tempi di dentro e di fuori, gli uni dagli altri,
nel corpo di un animale o di un dio
il cui passo furtivo è un’immateriale successione
di movimenti, così vasti e precisi, che non ha gesti la sua azione.

Diario di viaggio: 130 persone ritrovano “l’Italia bella” nella notte magica sul fiume Chiese

Bisogna spingersi oltre i selfie biodegrabili per ritrovare i sogni e le utopie in una notte di mezza estate. E non sono di certo le cartoline da catalogo che palleggiano da una bacheca all’altra di Facebook; non sono di certo i noiosi splash che illudono tanti di avere la stazza da viaggiatore.

Ci sono luoghi segreti che vanno riscoperti nell’ottica del vagabondaggio che fa dei nostri territori il pozzo dell’anima di ciò che eravamo, come l’Italia in bianco e nero di matrice contadina che impugnava la socialità.
Possiamo fare a meno dei gruppi Facebook si sono detti ad Acquafredda, il paesino sulla striscia di frontiera tra le province di Brescia e di Mantova, affinché una serata in compagnia di pochi amici diventasse nel raggio di un decennio una notte magica di mezza estate sul fiume Chiese con 130 persone: la parola d’ordine è rispetto per l’Ambiente, perché ognuno può fare del suo senza arzigogolare.

Piatti e stoviglie portate da casa, niente plastica; prodotti culinari a chilometro zero; un trattore trasformato in un palco per un chitarrista ed un armonicista; tutto il resto ce lo mette il plenilunio, quello cercato dai barcaioli mantovani nelle notti sul Mincio, e un gruppo di testardi volontari capace di creare un set dal sapore felliniano attraverso il passaparola, che per l’ennesima volta ha smosso tanti a condividere questo banchetto.

Mi sembra di essere tornato in Patagonia, quando osservavo gli argentini sul lago di Neuquén alle prese con la voglia di stare assieme e non di certo assuefatti dalla grande abbuffata di una serata di mezza estate. Possibile che piazzare una tenda accanto ad un fiume, lasciare musica fino a notte fonda, conoscere belle persone, sorseggiare un bicchiere di vino, riesca ancora a materializzare sogni e utopie?
Sì, perché come ci ricorda Giorgio Gaber “senza utopia c’è la morte”.

Ovunque continueranno a riunirsi uomini e donne nel comune segno denominatore del non arrendersi ai ricatti dell’omologazione che vorrebbero stemperare le nostre radici, ci saranno sempre zolle di terra dove qualcosa cambierà in meglio.

Provate ad andare di notte lungo la sponda del fiume Chiese e ascolterete l’evaporazione di questi versi di Giovanni Caproni.

 

L’amore finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.