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Archives Agosto 2011

Diario on the road: Girotondo intorno al Lago Maggiore

Ogni lago ha il suo carattere: quello di Garda è esibizionista e nottambulo; quello di Como è chic e fricchettone e il Maggiore, com’è? Sì, proprio il lago che abbraccia Piemonte, Lombardia e Svizzera, usato dalle nostre maestre come tranello alle interrogazioni di geografia. Noi ci cascavamo puntualmente, perché pensavamo che fosse il più esteso d’Italia.
Il Lago Maggiore è discreto e riservato fino a Verbania, proprio come i piemontesi, ma poi tira fuori tutto il suo carattere e una bellezza inaspettata che lascia senza fiato. Ho fatto un girotondo in auto di 186 chilometri , costeggiandolo tutto. Una fermata ogni manciata di passi per dialogare con lui, svelare il segreto della sua anima, raccogliere storie. Una passeggiata ad Arona e poi ritagli da cartolina come i due vecchietti di Meina mano nella mano, lo splash dei bimbi a Solcio o il vocio degli stranieri nel centro di Stresa.
Dalla finestra di un edificio in stile liberty mi godo le ultime briciole di un tramonto. Sono su una collina, all’ostello della gioventù di Verbania-Pallanza. Vanessa, piemontese doc, mi accoglie con un sorriso e l’accento partenopeo di Pasquale mi riporta tra le braccia della mia Napoli: “E’ più forte di me. Io non riesco a tuffarmi nell’acqua del lago. Il mare è il mare”, ci tiene a precisare. In camera faccio quattro chiacchiere con PierAlfonso, veronese figlio di siciliani, che ha scelto questo rifugio lacustre per staccare la spina dalle ossessioni della quotidianità. Sul lungolago di Pallanza sgranocchio noccioline a mezzanotte, ascolto jazz con le mie cuffie giganti e un tizio seduto al bar dice al suo vicino: “Il solito matto austriaco in vacanza”. Più che austriaco, direi marocchino, vista la mia abbronzatura in stile “terruncello”! Poi mi perdo in piena notte e ci pensa Andrea a riportarmi indietro in auto: lo chiamano il ventenne dalle “gambe lunghe”. Mi racconta di essere appena tornato da Santiago De Compostela dove si è fatto 800 chilometri a piedi in un mese. Finalmente ho trovato un pazzo come me, con cui magari condividere in futuro una lunga passeggiata, sì ma non proprio così estrema.
L’indomani riparto: mi intrufolo tra le bancarelle del mercato di Intra, tra le salite e discese di Cannero Riviera. A Cannobio mi godo i surfisti tra le onde del lago e mi sembra di essere tornato nella baia di San Francisco. La frontiera è ad un passo: Puff ed eccomi in Svizzera. L’euro ormai è cartastraccia e da Mc Donald’s mi chiedono più di 12 euro per un menu base. A Locarno cazzeggio tra i vicoli della città vecchia e poi a piedi diritto sul lungolago al tramonto. All’ostello Palagiovani incontro Alfio, uno svizzero vero che mi racconta di quei posti, dei suoi avi, di questo Canton Ticino che parla in italiano. Spalmate a volontà di Ovomaltina (la Nutella swiss!) e poi ancora on the road tra i sussurri lacustri a ridosso di Magadino e San Nazzaro. Cosa c’è di meglio se non spaparanzarsi al sole?
Passo la frontiera italiana e nel gabbiotto non c’è nessuno. Ho un dubbio: non è che gli svizzeri si sono comprati all’asta per quattro soldi lo stivale italiano?  Il Lago Maggiore torna lombardo e a Luino mi sembra di essere finito sulla riviera Romagnola, dando a morsi piadina e crescione. Anna e Massimo si sono trasferiti qui dalla Romagna una vita fa, hanno messo su la deliziosa piadineria Divina, che come per magia si trasforma anche in un’allettante gelateria. Li adoro perché hanno una grande qualità: farti sentire a casa in un posto che non ti appartiene! Non restano tanti chilometri al traguardo, ma c’è ancora Porto Valtravaglio, un doppio panino con salamella in riva a lago a Laveno-Mombello, Ispra e Angera, dove un gruppo di anziani mi fa il battimano e mi dice: “Mai un visto un napoletano che gira il lago con tanta passione”. Alle 21.42 sono a Sesto Calende, fermo l’auto sul ponte e mi metto in piedi sul cofano con lo sguardo verso il Maggiore. I passanti pensano che voglia buttarmi di sotto. Ma io di sotto lancio una bottiglietta con questo pensiero scritto a penna: “Ci sono viaggi e viaggi. Caro lago, grazie per essermi stato accanto perchè sai sussurrare la spiritualità tipica dell’acqua salata”.

Veicolo: Fiat Punto 1200 a metano
Carburante: 11 kg di metano (costo: 9€)
Chilometri: 186
Velocità media: 60km/h
Soste: 42
Tempo di percorrenza (incluso pernottamenti): 53 ore
Dettagli: No navigatore; no strade a pedaggio.

Cartolina dalla Croazia: il giradischi di Tito

Gli italiani vanno a mare in Croazia per spendere meno. Sono gli stessi italiani che l’altro ieri stavano col “culo” al sole a Rimini mentre dall’altra parte dell’Adriatico rombavano le bombe. I croati ci hanno accontentati: nell’Istria, che una volta apparteneva a noi, hanno creato delle piccole giungle di cemento su misura per il turista: “i polentoni” si sono ritrovati una Riccione in miniatura, mentre “i terroni” delle riproduzioni della goffa Baia Domitia, che alla fine degli anni ’70 diventò l’oasi vacanziera della borghesia paesana di Napoli e contorni.
Sì, si va in Croazia, ma bisogna evitarli gli italiani che vogliono mangiare spaghetti a qualsiasi costo, lamentarsi in ogni circostanza e ribadire la stessa tiritera: il meglio ce lo abbiamo noi. Sì, si va in Croazia per stare con la gente del posto, per mangiare cevapci fino allo sfinimento, per rifugiarsi nei posti nascosti o tra i brandelli periferici. Sì, si va in Croazia per raccogliere storie di una generazione cresciuta all’ombra della dittatura di Tito e che adesso ha capito l’amara verità. Si stava meglio quando si stava peggio; oggi le vetrine sono piene e non ci sono più i soldi. “Democrazia? Ma quale democrazia?”, grida il pescatore di Stoja, zona balneare di Pola.
Le pagine emozionanti di Miha Mazzini mi hanno riportato altrove, quando suonò l’ultimo “giradischi di Tito”. Non c’è niente da fare soltanto la musica può unire più generazioni. C’ero anche io assieme ai venticinquemila che affollavano l’Arena di Pola. Eravamo lì ad ascoltare le poesie musicate di Djordje Balasevic, icona della canzone d’autore dell’ex Jugoslavia. C’ero anche io a scatenarmi con il rap-rock sociale dei Beat Fleat assieme a quella bella gioventù, di cui mi sono dovuto privare per così troppo tempo. C’ero anche io ad inseguire il pop melodico di Massimo Savic, che spesso singhiozzava swing o jazz e poteva permettersi il lusso di tradurre pure Renato Zero. C’ero anche io a fare il battimani ai Laibach mentre il buio della notte ammantava la città sonnolenta.
E tutte le sante notti camminavo da solo lungo una strada, nel silenzio, mi guardavo attorno e pensavo al figlio di quell’italiano nato in Istria che mi disse: “Mio padre era un panettiere. Quando l’Italia ci mollò alla Croazia, ci tolsero tutto, ma la nostra italianità non l’abbiamo mai rinnegata”. Dopo il buio e tornata la luce sul volto dei bambini del club Plivacki di Pola, gli aspiranti nuotatori che sognano una piscina. Non ci sono soldi per farla, ma io manterrò la promessa: se da grande divento un giornalista, metto da parte qualcosa e gliela regalo. Accipicchia, ho dimenticato di mettere il francobollo su questa cartolina!  Arriverà mai a destinazione?

Diario d’estate: Io vagabondo con la mia bici Willer “Tognazzi

Le mie prime pedalate risalgano al 1977. Immaginavo di essere un ciclista nei vialetti di una località balneare e mi sentii davvero libero quando, tre anni dopo, in un pomeriggio d’agosto riuscii finalmente a far a meno di quelle maledette rotelle. Ho ritrovato la bici in quest’estate, andandomene a zonzo in alcune città del Nord Italia e toccando persino la Svizzera. La mia Willer, è una bicicletta vintage a freni a bacchetta che assomiglia a quella di mio nonno Pietro. Tra una pedalata e l’altra ripensavo a quando, nella prima metà degli anni’50 del secolo scorso, lui gironzolava in un paesotto della provicncia di Napoli.
Mi sono trasformato in un “ciclo-vagabondo” e devo ammettere che il mondo può essere vissuto da una prospettiva diversa, a patto che si monti in sella. E non è tanto il fatto di percorrere chissà quanta strada in versione sportiva o arrampicarsi con una mountain-bike fino a chissà dove. Piuttosto è continuare a fare “il viaggiatore” in sella buttando l’occhio un po’ qui e un po’ lì, affinchè i luoghi si dileguino in paesaggi in movimento. Mi sono sentito un surfista tra il vento appena sono scivolato da cima a fondo, nella direzione di Villa Olmo a Como. Mi sono sentito come su un battello costeggiando il parco del Mincio a Mantova oppure cercando il Po a Piacenza. Tuttavia, pure su due ruote, sono finito a filtrare con il cinema, quello che da vent’anni a questa parte è accovacciato nel mio lavoro, ma anche tra le mie passioni. A Cremona ho battezzato la mia bici Willer “Tognazzi”, in omaggio ad uno straordinario attore, che purtroppo viene liquidato nella notorietà del film “Amici Miei”. Sostando davanti al cinema Tognazzi, ho ripensato ad una chiacchierata lampo con Marco Ferreri sullo scalone del palazzo del cinema di Venezia: mi raccontava delll’attore cremonese ai fornelli sul set di “La grande abbuffata”. Ed io rinuncerei volentieri al Ferragosto con la panza al sole, per rifugiarmi in chissà quale casale di campagna, passeggiare in bici con Ugo e farmi insegnare a preparare da mangiare. Sarebbe ora perchè la mia bici Willer Tognazzi non sa che ai fornelli sono una frana!

Al Montozzo: Adesso so dove si ferma Dio nei giorni d’estate

Adesso so dove si ferma Dio nei giorni d’estate. A 2500 metri d’altezza, a cavallo tra l’Alta Valcamonica e l’Alta Val di Sole, lì nel Parco dello Stelvio. A pochi passi dal rifugio Bozzi, ci sono le trincee della Grande Guerra. Noi le abbiamo dimenticate, soprattutto in questo periodo quando ce ne stiamo con “la panza” al sole sulle spiagge affollate. L’estate montanara è ballerina perché da un momento all’altro il sole può prestare la sua voce alle nuvole, permettendo alla pioggia di lavare la terra bagnata dal sangue.
Adesso so dove si ferma Dio nei giorni d’estate. Su quella cima, al Montozzo, ad ascoltare il coro delle voci bianche, che perirono per noi nei giorni bui della Prima Guerra Mondiale. Giovani e meno giovani, che sacrificarono la vita per un pezzo di confine, che andavano incontro alla morte martoriati dal freddo e dalla fame, come se i nostri soldati fossero giocattoli da vetrina del primo ‘900.
Adesso so dove si ferma Dio nei giorni d’estate. Lì, ad alta quota, muovendosi come i passi silenziosi sulla neve. Quelli che non fanno rumore, ma lasciano il segno, come il grido delle donne che non li videro più tornare, che aspettarono finché il sole spegnesse la torcia. Mamme che invecchiarono all’istante senza poter più sussurrare “Figlio mio”; fidanzate che si arresero allo strazio del dolore senza poter cantare “Amore mio”.
Adesso so dove si ferma Dio nei giorni d’estate. Lì in cima, tra la foschia, perché puntualmente la nebbia del “deserto dei tartari” ritorna in quella che dovrebbe essere la stagione più luminosa dell’anno. E’ solo nello smarrimento dell’invisibile che possiamo ritrovare le sagome di quei soldati. Quanto ci costerà restituire loro la visibilità dell’eroe, nel tempo in cui sperperiamo i valori a ridosso del mostruoso divismo del “Grande Fratello”?
Adesso so dove si ferma Dio nei giorni d’estate. Niente più castelli di sabbia con i bambini in riva al mare. Resta lì su quella cima, a far compagnia a tutto il coro di voci bianche che si aggira per il Montozzo. E presterà per il resto dei nostri giorni la voce a quelle montagne.

Diario d’Estate: 4000 chilometri in treno su e giù per la Lombardia

Dopo aver percorso migliaia di chilometri in giro per l’Europa, mi sono detto perché non farlo in Lombardia? Sì, proprio nella regione in cui vivo da quasi 10 anni. L’opportunità me l’ha offerta Trenord, in occasione del battesimo della nuova società del trasporto pubblico locale su ferro. Due mesi fa sono stati distribuiti biglietti promo per viaggiare gratis in treno il sabato e la domenica in tutta la regione. Me ne sono procurati abbastanza per costruirmi nei fine settimana, dal 29 maggio al 31 luglio, tanti mini itinerari, che mi guidassero a scoprire i mille volti di questo territorio. A fare da colonna sonora, durante gli spostamenti, c’erano le canzoni di Davide Van de Sfrooss, che in quel poetico dialetto comasco hanno incorniciato emozioni sparse qui e lì.
Questi 4000 chilometri e passa sono stati affrontati con lo spirito del vagabondo che utilizza il treno per riappropriarsi della vera identità del viaggio: quella che si sbottona, lasciando perdere “la sindrome dei chilometri”. Mi spiegate il senso di affacciarsi a Sharm o a New York, senza aver spalancato la finestra nei luoghi che ci circondano? Magari quelli che viviamo distrattamente, di passaggio, rinunciando “al tempo del viaggio”, che non è quello del turista “con la panza al sole”. E’ quello “slow”, il vagabondaggio spensierato alla scoperta dell’invisibile. Nel mio immaginario il treno è da sempre il mezzo di trasporto per acciuffare i dettagli dei luoghi. Penso alle linee secondarie della Lombardia, a quei trenini locali che si fermavano in ogni stazione, dilatando persino gli spazi delle piccole distanze e diluendo la frenesia di viaggiare ad alta velocità. Il sussulto per la scoperta non era soltanto nella meta scelta – dalle vette della Valcamonica e della Valtellina alle coste degli splendidi laghi; da città d’arte come Mantova a paesotti pittoreschi come Chiavenna – ma nel viaggio in treno, negli incontri casuali: Antonio, capostazione in pensione, che mi ha raccontato di quando è finito su un set di un film con Claudia Cardinale, negli anni dell’Italietta in bianco e nero del boom economico; il signore che mi ha regalato una lezione culinaria sui pizzoccheri valtellinesi; Lilia, Paolo e i loro genitori, raccolti nello spirito di un bellissimo focolare familiare; Marco, il ragazzino sulla sedia a rotelle, che sognava di fare il pilota; il giovane algerino che aveva lasciato nella sua terra natia il sogno di potersi realizzare in patria; Tamara, la chiavennasca riccioluta, nel cui sguardo si intravedeva la semplicità delle sue valli; il capotreno veneto, sposata con un casertano, che con tono appassionato mi ha trasmesso l’entusiasmo per un lavoro che negli ultimi anni coinvolge sempre più donne. Con loro e con tanti altri ho condiviso questi spostamenti perchè dopotutto sono stati luoghi e persone, vissute da un treno, a suggerirmi nuove storie, quelle di “casa mia”. Storie che forse non si incroceranno mai, proprio come i binari del treno, che da bambino mi fecero sognare di guardare oltre i luoghi dove stavo crescendo.

Periodo: 29/05 – 31/07/2011
Chilometri in treno: 4.300
Giorni effettivi in viaggio: 15
Linee ferroviare percorse: Milano-Verona; Milano-Mantova; Milano-Piacenza; Milano-Varese; Milano-Luino; Milano-Chiasso; Milano-Tirano; Milano-Bergamo; Bergamo-Brescia; Brescia-Edolo; Cremona-Brescia; Milano-Pavia; Milano-Mortara.
Destinazioni: Rovato, Ospitaletto, Brescia, Desenzano del Garda, Peschiera del Garda, Iseo, Marone, Pisogne, Boario Terme, Edolo, Sondrio, Tirano, Chiavenna, Morbegno, Colico, Varenna-Esino, Lecco, Lodi, Codogno, Mantova, Cremona, Pavia, Vigevano, Luino, Laveno, Varese.
Con la  bicicletta (biglietto extra 24h €3): Mantova (bis), Cremona (bis), Piacenza, Chiasso (CH), Como, Bergamo, Brescia (bis), Desenzano del Garda (bis).