I quarant’anni di Dylan Dog, l’antieroe del fumetto contemporaneo della scuderia della Sergio Bonelli Editore, si sciolgono nelle vite di chissà quanti di noi. Dove eravate il 26 settembre 1986?
Inutile chiedere aiuto ai ricordi di Facebook, perché quel venerdì è custodito soltanto nella memoria e nel cuore di ciascun dylaniano.
Io avevo appena compiuto tredici anni e la campanella della scuola media suonò nel primo pomeriggio. Papà mi diede un passaggio dall’edicolante, lasciandomi 3.500 delle vecchie lire per prendere il fascicolo del corso d’inglese a cassette.

Mi trattenevo volentieri dal vecchio zi’ Fonso, il giornalaio alla periferia di Napoli il cui volto incavato assomigliava a una maschera eduardiana. Entrai, mollai lo zaino a terra e scorsi nello scaffale il primo numero di Dylan Dog.
Fu lui stesso ad indicarmi l’albo destinato a diventare un cult di Tiziano Sclavi. Non volendo intaccare le fragili finanze di un ragazzino occhialuto, mi sedetti sulla seggiola di legno di Zi’ Fonso, sfogliai L’alba dei morti viventi senza lasciare neanche una piega, mandando giù tutto d’un fiato il numero 1 di Dylan Dog. Zi’ Fonso si accorse della mia furbata e rise sotto i baffetti.

Nel luglio del 1990, mentre ero a mare con i miei, il vecchio giornalaio all’ombra del Vesuvio mi mise da parte il numero 1 della prima ristampa con queste testuali parole: “Ti sei fatto scappare il primo numero una volta, non vorrai ripetere lo stesso errore?”. In realtà ci aveva visto lungo, perché oggi il numero 1 di Dylan Dog vale un occhio della testa.
Chissà che faccia avrebbe fatto il vecchio zi’ Fonso, se qualche decennio dopo, avesse fatto in tempo a leggere su uno dei quotidiani nazionali, ordinati tutti i santi i giorni con pazienza, l’intervista di quel ragazzino occhialuto a un fumettista.

Del resto il 20 marzo 2005, in chiusura del Salone Internazionale del Fumetto di Milano, io e Angelo Stano, disegnatore del celeberrimo numero 1 di Dylan Dog, eravamo seduti su due seggiole traballanti mentre gli espositori sbaraccavano. Angelo era stato molto generoso durante l’intervista, a partire dagli aneddoti sugli esordi nello stesso anno della mia nascita. 

Si era fatto tardi e lui aveva intuito che desideravo un indagatore dell’incubo tutto per me. Gli dissi: “Stasera mi sento un po’ Annie di Misery non deve morire di Stephen King. Terrò in ostaggio una delle matite che hanno disegnato e scandito il tempo della mia adolescenza…” Stano scoppiò a ridere – saranno state anche  le nostre comuni radici meridionali – tirò fuori un pennarello ed esaudì il mio desiderio. 

Oggi, nel giorno dei 40 anni di Dylan Dog, continuo a chiedermi quanta vita di ciascuno  di noi sia stata accompagnata e impregnata dalle profezie di un narratore contemporaneo e visionario come Tiziano Sclavi e di un editore innovativo come Sergio Bonelli.

La nostra gratitudine a tutti coloro che hanno reso grande l’Indagatore dell’incubo, innalzandolo a gioiello della letteratura a fumetti: dalla matita di Angelo Stano alla penna di Barbara Baraldi, che al timone della testata Dylan Dog dal 2023 ha contribuito ad abbattere le scorie di patriarcato e maschilismo del fumetto italiano.
Riconoscenza, infine, anche a tutti gli edicolanti sparsi sul territorio italiano, dal vecchio Zi’ Fonso che ora brilla lassù ad Annalisa e Marco, che vedo alzare la saracinesca in piena notte quando scappo verso l’aeroporto di Milano Malpensa.

A ciascuno il suo Dylan Dog, donatore della sfera di cristallo per affrontare incubi, paure e fragilità nel tempo balordo che sarebbe arrivato. Ci siamo dentro. E siamo grandi abbastanza per non vergognarci del nostro sentimentalismo, tenuto timidamente nascosto per una vita tra quintali e quintali di carta stampata.

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