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Il funerale

Da bambino ero irrequieto, ma ho imparato la compostezza ad un funerale. Qualche volta mio padre mi portava con lui e rimaneva stupito di come diventassi serio per l’occorrenza. Restavo in silenzio ad osservare tutti, a decifrare il significato delle lacrime. Poi mi soffermavo su quella cassa di legno. Mi ero convinto che tutti gli alberi, abbattuti nei frutteti delle campagne della mia terra natia, avvolgessero con la loro legna i defunti.

Che bizzarra idea mi ero fatto. Crescendo ho avanzato una spiegazione alla mia teoria infantile. Se da quel legno gli alberi fossero rinati, avrebbero rivestito con un manto di foglie verdi l’involucro, che ingabbia l’umanità della morte.

Ieri mattina ero in un obitorio della Lombardia. Prima che arrivassero i parenti, mi sono trovato da solo con il defunto. Non ho osato aprire la porta, perché non l’ho mai conosciuto di persona. Ero immobile al di là di una parete a chiedermi cosa ci accomunasse: essere figli del Sud Italia.
Da piccolo pensavo che, chi morisse fuori dalla terra-madre, ritornasse al suo paese, tra la sua gente. Non accade sempre così. Sottovoce ho chiesto al defunto se volesse andare via da qui, ma lui non ha risposto. I morti non parlano, o perlomeno così pensiamo.

Al termine delle esequie, ho avuto la risposta. Sulla bara ho visto spuntare un bonsai e mi è tornata in mente la mia teoria infantile, che ripetevo a mio padre: quando i nostri cari ci lasciano, dovremmo piantare un alberello nel luogo in cui viviamo, perchè loro non stanno mai nello stesso posto.

Scappando via, di corsa verso la stazione, ho incrociato un’anziana signora che rimproverava il figlioletto: “Giuseppe, non imbrattare il muro con la bomboletta spray”. Il bambino, dopo avermi sorriso, ha replicato con tono deciso: “Mamma, non l’ho mai svelato a nessuno. Da grande voglio disegnare alberi per non essere mai nello stesso posto. Quest’albero è per te, per le mie sorelle. Tenetemi con voi, per sempre”.

Diario di viaggio: sotto l’albero di Tonino

L’ultima volta che entrai in quella camera da letto sarà stato una trentina d’anni fa. Sul comodino a sinistra del letto c’era una copia dell’Espresso, su quello a destra un foglio scarabocchiato. Io, Gabriele e Dino ci nascondemmo lì. Non volevamo farci trovare dai nostri genitori. Volevamo continuare a giocare. Era una domenica sera e di andare a scuola il giorno dopo non se ne parlava proprio.
Ci sono tornato dopo troppi anni. Lui era disteso lì, immobile e ho sperato che aprisse gli occhi e mi dicesse:” Lasciamo perdere la chimica, lo so che non te ne frega niente. Piuttosto andiamo in cucina e facciamo merenda. Pane e pomodori, cosa ne dici?”

Ho cercato di resistere, ma non ci sono riuscito. Lui era immobile in quel letto e mi è venuto un groppo in gola. I ricordi hanno messo lo sgambetto all’infamia della morte e mi hanno travolto: erano milioni, scattanti, prepotenti e pronti ad aggredire la convinzione umana che la morte decomponga il cerchio dei rapporti umani.
Poi mi sono staccato dalla compostezza del corteo funebre e dalla ritualitá. Ho cercato di ricordare la strada per arrivare in campagna. Era passato troppo tempo, mi sono perso. Il paesaggio era cambiato, dei vecchi contadini neanche l’ombra, ma l’albero di Tonino era stato l’unico a rimanere intatto. Lì sotto ho ritrovato l’ultimo segreto svelatomi dalla terra che mi ha allevato: un sottile filo d’olio scivola su un pomodoro. Poi un pizzico di sale e origano danno sapore all’ortaggio. Quella non era una ricetta – gli uomini si affannano per la ricetta della felicità – ma il segreto che Tonino mi aveva lasciato durante quella merenda: si vive per restituire alla nostra esistenza la semplicità con cui la madre Terra ci ha generati.

Io ero all’opposto della generazione di Tonino, eppure nei vagabondaggi del mio esilio volontario ho scoperto finalmente la scorciatoia che mi ha riportato sotto quell’albero. Ed è stato lì che mi sono ricordato cosa ci fosse scritto su quel foglietto scarabocchiato, dimenticato sul comò trent’anni prima: “Tonino, non fare tardi. Ti aspettiamo. Ci siamo tutti per cena. Porta il pane. Ti amo. Annamaria.”

Gino Paoli, Annamaria

Il mio Natale, in quella casa del Sud Italia!

Mai come quest’anno mi sono distaccato dal fastidioso tam tam natalizio, dall’affannosa corsa al consumismo che stressa le famiglie italiane. L’unico scambio di doni a cui tenevo, l’ho anticipato la scorsa settimana sotto i primi fiocchi di neve. Ero felice come un bambino perché mi hanno regalato una borsa rossa della collezione Vespa-Piaggio. Per un “vespista” incallito come me, andarse in giro con quella tracolla è uno spasso! E il Natale dov’è finito? Risucchiato dalle vetrine o dagli addobbi natalizi? Mi è tornato in mente un vecchio racconto di Dino Buzzati e mi sono sentito come il protagonista, don Valentino, alla ricerca di una briciola del Natale. Alcune settimane fa sono passato a trovare due amiche di vecchia data, Cinzia e Rosa, nella loro casetta a pochi passi da Napoli. In quel recinto domestico mi sembrava che il tempo si fosse fermato al nostro primo incontro, in quella cucina, in ogni viso di quella famiglia, travolta da un invidiabile spirito di serenità. Il papà e la mamma mi hanno fatto un cenno e siamo andati tutti ad osservare il bel presepe, allestito nel salotto.  C’erano i pastori alti come piacciono a me, una luce fioca, il rumore della cascata. Ci siamo guardati diritti negli occhi e abbiamo condiviso in silenzio quel momento. In quell’attimo di stupore ho ritrovato il Natale, quello fatto di incontri veri, dove il tempo non è tiranno, ma è complice dell’attimo intenso. Siamo capaci ancora di ritrovare a piccole dosi le cose speciali della vita?