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Archives Febbraio 2022

Mahmood, Blanco, il nudo di Vanity Fair e la censura di Facebook

In copertina: Sanremoji di Radio Kiss Kiss

Il nudo d’autore di Mahmood e Blanco sulla copertina di Vanity Fair Italia si è guadagnato la prima censura, quella degli algoritmi di Facebook. Chiunque abbia tentato di condividerlo su uno dei social di Zuckerberg, incluso Instagram naturalmente, ha dovuto fare marcia indietro come il sottoscritto. Sanzione minacciosa: limitazione o blocco dell’account.

FORBICI E CESOIE SUL NUDO D’AUTORE

Luigi Murenu e Iango Henzi, i due fotografi dello scatto “compromettente” che ha violato le linee guide di Facebook e Instagram, non sono mica gli ultimi arrivati? Sono l’occhio fotografico di Vogue e i loro ritratti hanno fatto il giro del pianeta. Ahimé, tanta roba tecnologica tra le mani progressiste e gli algoritmi del social network più famoso del mondo non sanno riconoscere un nudo d’autore dopo più di mezzo secolo di battaglie civili portate avanti anche dall’arte?

DEJA VU, DA JOHN & YOKO A LADY GAGA

Il nudo di Mahmood e Blanco, vincitori di Sanremo 2022, profuma di déjà vu se vogliamo dirla proprio tutta. Ho tirato fuori dal mio archivio la copertina del vinile del 1968 di John Lennon e Yoko Ono, Two Virgins, con un nudo integrale da far rizzare i capelli a quelli di Facebook. E poi quale sarebbe lo sgarbo di questa o tante altre copertine? Insidiose zozzerie.
Su Facebook o Instagram sono mai circolate copertine di dischi come questi? Vi invito a cercarli: Roxy Music (1974) di Brian Ferry e compagni, Honey (1975) degli Ohio Players, Lovesexy (1988) di Prince, Mother’s Milk (1989) dei Red Hot Chili Peppers o Artpop (2013) di Lady Gaga.

IL PUDORE DI BOMBE E CARRI ARMATI

Questa è davvero una grande beffa. Da una parte Mahmood e Blanco bannati, dall’altra fiumi di “violenza” e offese gratuite, sparse in tanti angoli di questi social network, convivono tranquillamente. Sembra un vecchia balbuzia americana in cui le immagini di bombe, carri armati e corpi sanguinanti hanno più pudore di due corpi svestiti e innocenti.

L’Italia senza profeti tra il Quirinale mancato e il Festival di Sanremo

Specchio, specchio delle mie brame, chi sarà il più bello del reame? L’Italia senza profeti, dopo tanta baldoria, è stata incapace di eleggere il nuovo Presidente della Repubblica e si è salvata grazie alla generosità di Sergio Mattarella. Dall’altra parte il Festival di Sanremo, che riflette il buono e il cattivo tempo del Belpaese, galleggia sulla nave dell’incertezza con il look in poppa dell’abito rosso cornificato, formato confetto gigante, di Orietta Berti.

I 55 APPLAUSI PER MATTARELLA ANCHE PER DRUSILLA

Finché la barca va lasciala andare, tanto tra le scialuppe di salvataggio ci sono sempre l’umiltà dei Maneskin, il bacio gay con mascherina ffp2 o il trottolino amoroso di Mahmood & Blanco. Lorena Cesarini sul palco dell’Ariston è come i nomi di donne bruciate in Parlamento dopo la conta per il nuovo Presidente della Repubblica. Persino l’Honduras è riuscita a superarci in materia di quota rosa: Xiomara Castro è la prima donna Presidente laggiù e noi siamo ancora qua, trallallero trallalà.
I 55 applausi per Mattarella durante il discorso di insiediamento del Presidente della Repubblica dovrebbero combaciare con quelli per Drusilla Foer il cui speech all’Ariston, invece di andare in onda a notte fonda prima che il gallo del tradimento (della censura) canti tre volte, sarebbe dovuto andare a reti unificate per unicità, convinzioni, (lotta sottovoce alle) convenzioni.

GIU’ LE MANI DALLA COSTITUZIONE

Mentre il Centrodestra e il Centrosinistra raccolgono i cocci dopo le sberle twitterine sotto l’hashtag Vergognatevi per non aver eletto un nuovo Capo dello Stato, il Festival di Sanremo risente della cancellazione della categoria Nuove Proposte: non bastano la Perfetta così di Aka 7even, le effusioni cantautoriali di Truppi, “la strada, tutte curve, tra il cuore e la testa” di Yuman o i teneri succhiotti di Matteo Romano.
Giù le mani dalla Costituzione, gridano dall’oltretomba i padri della Repubblica italiana. Non sacrificate l’agnello del Padre bruciandolo nel falò della vanità, ammonisce San Grillo cantando Farfalle di Sangiovanni e sculacciando il figliol prodigo Luigi e il fratellastro Giuseppe.

L’AMORE E’ LA’ DOVE SEI PRONTO A SOFFRIRE

“Puoi chiamarti dottore, puoi chiamarti scienziato, puoi chiamarti ufficiale, puoi chiamarti soldato, puoi persino morire: comunque l’amore è là dove sei pronto a soffrire.”, ricorda il buon Cremonini a noi che ascoltavamo Squérez? e Luna Pop e oggi ci ritroviamo il peso di ventitre anni in più sul collo tra la Zanicchi che, prima di cantare Voglio amarti, viene messa in castigo da Drusilla, il nostro Gianni Nazionale impacciato in puro stile Jova, la lezione di eleganza musicale di Massimo Ranieri e l’ottusa ripetitività di Achille Lauro, messo a tappeto dall’Osservatore Romano che gli ricorda con stile che non è neanche l’unghia di David Bowie.
Spazio ai nuovi outsider del festivàl, La Rappresentante di Lista e Highsnob & Hu, che avanzano con umiltà e sperimentazione senza fronzoli.

Specchio, specchio delle mie brame, chi sarà il più bello del reame? Tra Quirinale e Teatro Ariston il terzo gode, Palazzo Chigi: “Mario Draghi, in diretta a banche unificate”, per chiuderla alla Fiorello.

Quante emozioni mi ha lasciato l’incontro con Monica Vitti

Il mio incontro con Monica Vitti nel settembre 1995 diede una sterzata ai miei vent’anni e passa. Dopo quella lunga conferenza stampa al Lido di Venezia confessai a me stesso che avrei intrapreso questo mestiere, anche perché le stesse interviste erano una grande ricompensa nella crescita della vita.

LA MIA MONICA VITTI

Per chi ha preservato il Cinema e la Letteratura dalla gogliardia dei capricci di gioventù, la vita vi ha messo davanti salite e rinunce. Io ho barattato senza rimorsi il destino di un ventenne tra le certezze di provincia per una vita spericolata fatta di nuovi orizzonti in cui vi era riflesso il cinema di cui mi ero nutrito.
La mia Monica Vitti non è stata soltanto la passerella di personaggi cinematografici che mi avevano tenuto compagnia nei pomeriggi d’inverno in cui mi annoiavano tremendamente le versioni di greco e latino. La mia Monica Vitti è stata colei che, quella mattina d’estate, mi accecò di luce tra Alberto Sordi e Giuseppe De Santis, l’ultimo grande alfiere del Neorealismo italiano.

LA SUA GRAFIA E LE LINEE DELLA MIA MANO

Quel che resta dell’incontro, dello scambio di parole dopo l’intervista, di una stretta di mano, è tutto qui, nei segni di una biro blu, in una dedica che per quasi trent’anni è rimasta rinchiusa nel bunker del mio archivio di lavoro. Iniziai a riguardare i segni della sua grafia quandò Monica Vitti si defilò dalla vita pubblica a seguito della malattia.
Ho sempre pensato che l’unico tatuaggio naturale che meriti di appartenerci sia composto dalle linee della mano, alcune delle quali si dice contengano la traiettoria del nostro destino. Nel giorno in cui il cuore di Maria Luisa Ceciarelli ha smesso di battere, accosto alcuni tratti della sua dedica a due linee della mia mano destra. Sotto l’inchiostro c’erano le orme del mio futuro, quello in cui si ridisegna persino la geografia dei legami.

NELLA VITA DEGLI ALTRI

I social media hanno acceso l’arroganza in tanti di poter entrare nella vita degli altri in qualsiasi momento. Monica Vitti e suoi personaggi appartengono alla razza estinta che bussava alla porta della tua vita prima di entrare a farne parte. Al tavolo della mia vita privata vedo sedute alcune persone volate nel cosmo dell’eternità né per legame familiare né per imposizione altrui. E’ una sorta di incantesimo che porta la firma della vita, inspiegabile forma di libertà di amare e lasciarci amare a modo nostro, a qualsiasi prezzo, in una direzione ostinata e contraria alla chiassosa volgarità del nostro tempo.

Inspiegabile, può decifrare questo rebus dell’esistenza umana chi ha avuto il privilegio di viverlo, fuori dal coro. Buon riposo, Maria Luisa. Buon risveglio nell’eternità, Monica.