Alaska on the road: Cartolina da Fairbanks

La mia mattinata a Fairbanks comincia con una colazione insieme a Jerry che, oltre ad essere il Public Relation Manager di Explore Fairbanks, è anche un appassionato di teatro.  Davanti a caffè americano, uova e bacon, mi racconta del suo documentario in fase di ultimazione sugli attori e la nuova drammaturgia in Alaska. Jerry mi fa da cicerone, è di buona compaagnia, mi porta a zonzo alla scoperta di quelle città che per tanti è  soltanto di passaggio.

Fairbanks è una tappa obbligatoria per chi vuole entrare nel vivo della vita della comunità alaskina. Non è una città che abbonda di attrazioni, ma è il modo per osservarla nella sua quotidianità con quelle abitudini che, nel raggio di pochi chilometri, ci rendono diversi gli uni dagli altri.
La buona birra artigianale, servita alla birreria HooDoo, è un buon pretesto per conrinuare a parlare con Jerry della vita di tutti i giorni, della famiglia, dei progetti futuri, del figlio che gli sta dando tante soddisfazioni.

Fairbanks ti sorprende proprio per la sua sobrietà, in questo centro che nel tardo pomeriggio assomiglia ad un set da film del vecchio Western, anche se poi assaggiando la cucina locale ammetti che sono tutte impressioni gettonate.

Il salmone ben cucinato da Lavelle’s bistrot resta uno dei piatti rappresentativi di questa zolla staccata d’America, l’ultima frontiera di nome e di fatto. Fairbanks sa esaudire i tuoi desideri in un periodo  dell’anno in cui intravedere l’aurora boreale è quasi impossibile, perché le ore di luce sono di più rispetto a quelle notturne.

Intorno alle 2 del mattino eccola spuntare nella sua raggiante bellezza: io vi attacco sulla coda un bottone, che assomiglia al legittimo desiderio di rivedere un dì mio padre.

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