L’attacco a Bruxelles e il seme dell’odio in Europa

Rosario PipoloNon abbiamo fatto in tempo ad inghiottire lo sgomento per gli studenti dell’Erasmus in Spagna, che ci siamo ritrovati nell’orrore al risveglio del 22 marzo: Bruxelles attaccata, assediata, terrorizzata. La matita di Plantu, in questo disegno che spopola in Rete, non solo unisce simbolicamente Francia e Belgio come compagni di sventura, ma perimetra il calendario dal 13 novembre 2015 al 22 marzo 2016.

Questo è il lasso di tempo che ha permesso al terrorismo della jihad di affilare le armi e tornare a colpire l’Europa in due punti nevralgici, l’aeroporto e il metrò della capitale belga, a pochi passi dal Parlamento Europeo. I terroristi schiacciano il pulsante del rewind e scatta l’incubo di Madrid 2004.
La risposta dell’ISIS all’arresto di Salah Abdeslam, uno dei responsabili degli attacchi di Parigi di novembre, è giunta rispettando i tempi canonici di una pellicola che mischia thriller e film dell’orrore.

Non mi hanno impressionato né il fanatismo dei kamikaze né tanto meno le minacce dell’Isis, pronta a continuare questa sporca e sanguinosa guerra a viso scoperto. Per me il pugno allo stomaco è stato assistere al germoglio del seme dell’odio nei piccoli orti dei social network: “Un nostro morto vale mille dei loro. Basta stare a guardare”.

Mi vien da dire che con questo atteggiamento ci arrendiamo con viltà al terrorismo che vuole piegare fino allo sfinimento le nostre democrazie: Bruxelles dopo Parigi; Parigi dopo Tolosa e Madrid. Questa volta non basterà accendere i monumenti delle capitali con i colori del Belgio. L’Unione Europea dovrà dimostrare con azioni congiunte ed efficaci che non è un’accozzaglia di staterelli in piena lotta fratricida.

Noi, dall’altra parte, dobbiamo continuare a seminare civiltà nel nostro quotidiano, nel nostro piccolo, senza regredire verso quella forma di odio o, peggio ancora, verso la meschinità di alcuni nostri politici che, giocando al gatto e alla volpe, trovano sempre il modo insidioso per strumentalizzare il dolore.

La tentazione di barricarci in casa fa la prepotente appena si insinua il dubbio: dopo Bruxelles a chi toccherà?
Dopo Parigi abbiamo smesso di sentirci sicuri nei luoghi del vivere da persone normali, al ristorante così come allo stadio. Dopo Bruxelles, mettiamo nero su bianco il prezzo della nostra vulnerabilità. La cambiale da versare è più alta di quanto ci faranno credere.

Passaparola