Era un novembre uggioso di quasi vent’anni fa. Era il primo concerto di Francesco Guccini a cui andavo per lavoro. In tribuna stampa a Milano il maestrone ci spiazzò: scaletta a rovescio e lunghi intermezzi parlati con il pubblico.
Di tanto in tanto un bicchiere, sembrava di essere tornati al tavolo di una vecchia osteria bolognese. Niente effetti speciali, niente numeri da record come i piazzisti di Tor Vergata, un tendone nero, i musicisti fidati e noi della stampa che mandammo a fanculo il pc. Non appuntai niente, mi lasciai andare.
Anni dopo, in in un camerino del Dal Verme di Milano, dopo l’intervista, avrei detto a Guccini con il “braccio ingessato”: “Ed io che mi ero portato dietro questa raccolta di dischi per una dedica…”
E lui con il suo sorriso sornione: “Un modo lo troviamo. Vorrà dire che questo autografo tremolante resterà unico e irripetibile.”
“E pensare che c’era il pensiero” per dirla alla Gaber e ora il vuoto. Peggio che aver perso un parente, un amico, peggio che andar di notte.
Mentre slaccio questi ricordi, dopo una nottata insonne, dalle prime luci in questo triste agosto alla mia sinistra c’è la via Emilia. Nulla è per caso, è la legge di noi viaggiatori incalliti.
Il canzoniere di Francesco Guccini ha fatto della via Emilia la nostra Route 66: ogni volta che mi spingo tra il piacentino, il parmense e il modenese ritrovo musiche e parole, testi ingialliti di canzoni, ricchezza che viene dalla terra emiliana come i campi arati dai contadini. E ora il maestrone è lassú a bere un bicchiere di vino in buona compagnia, insieme a Giuseppe Verdi, Pavarotti, Dalla, Bertoli, Lolli. In che mondo di merda siamo finiti quaggiù, per giunta orfani di pensatori come Guccini


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