Marcello Colasurdo, buddha del folk, ritornerà sul suo Monte Somma

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cover foto di Jeanbruno Maccotta

In Messico mi arriva la notizia in piena notte: Marcello Colasurdo non c’è più. Faccio finta di niente fino al giorno in cui rientro in Italia. All’aereoporto di Milano Malpensa mi fermo sulla scaletta dell’aereo, il sole mi acceca e nell’abbaglio rivedo mio padre, all’alba degli anni ’80, che mi porta un vinile da una riunione sindacale alla periferia di Napoli.

TAMMURRIATA DELL’ALFA SUD TRA POMIGLIANO E LIVERPOOL

Allora andavo alle elementari, non avevo il giradischi per ascoltare “Tammurriata dell’Alfa Sud” del gruppo operaio di E’ Zezi e lo conservai con la promessa che da grande lo avrei fatto. Nel 1990 fu il primo vinile solcato dalla puntina del mio giradischi nuovo di zecca insieme a un vecchio disco dei Beatles trafugato in un mercatino londinese: Marcello, ‘E Zezi, il Vesuvio operaio di papà da una parte; John (Lennon), i Beatles, la Liverpool delle fabbriche buie della Gran Bretagna dall’altra.
Anni dopo questo passaggio all’Università, all’esame di Storia della Tradizioni Popolari, mi valse la richiesta di una tesi su Colasurdo e gli Zezi. La declinai, con rammarico, avevo già un progetto di Letturatura e Cinema nel cassetto.

COLASURDO L’ANTIDIVO

Nel ’95, prima dell’uscita di Marcello dagli Zezi, la redazione mi spedì ad un loro concerto memorabile. Ero alle prime armi. Al termine mi barcamenai tra la folla in delirio, conobbi Marcello, scese dal palco, mi abbracciò e mi disse: “Guagliò io non sono un maestro. Quando vuoi ci vediamo e facciamo una chiacchierata, ma senza quell’arnese (si riferiva al mio registratore a cassette)”. Non se ne fece mai niente. In quella notte all’ombra del Monte Somma, tra musica folk e tammorre, capii che quelle erano le radici di tutti noi messi assieme, giovani e meno giovani. Marcello Colasurdo è stato un punto di riferimento per tanti artisti del territorio e ciascuno gli deve qualcosa: da Enzo Avitabile a Daniele Sepe, da Eugenio Bennato ai 99 Posse.

IL FOLK DI MARCELLO DALLA FABBRICA ALLE LOTTE OPERAIE NEGLI ANNI DI PIOMBO

Le tammurriate di Marcello Colasurdo sono nate nei sotterranei di una fabbrica e chissà quanti benpensanti provinciali di allora erano convinti che il percorso musicale di ‘E Zezi sarebbe finito da lì a poco, inciampando in un gogliardico “dopolavoro operaio”.
Non è stato così e dal 1975, attraversando gli anni di piombo dei Paesi Vesuviani, la musica folk di Marcello ha accompagnato l’infanzia, l’adolescenza e la gioventù di quelli della mia generazione, che hanno visto la sanguinaria ascesa criminale di Raffaele Cutolo e della Nuova Camorra Organizzata fiancheggiata dalla mala politica dei papponi della vecchia e gradassa “Balena bianca”.

DEVOZIONE ANTICLERICALE TRA MUSICA E RELIGIOSITA’

Il folk di Marcello Colasurdo è stato un urlo contro il malaffare e la corruzione, una ricerca continua della libertà artistica e di pensiero, la musica che ha imbarazzato il clero bigotto dell’arretrata diocesi del territorio nolano, dilaniata da tanti rimorsi, inclusa l’orrenda fine dell’anticlericale Giordano Bruno, bruciato vivo come le streghe.
Marcello Colasurdo è stato un antieroe come se fosse, in quella fiseonomia baffuta, un discendente diretto dei Maya e degli Incas, valorosi combattenti ad oltranza contro il fanatismo dell’assassina Spagna cattolica. La sua devozione tra musica e religiosità a Mamma Schiavona, la Madonna di Motervegine, fu colta raramente dai prelati. Eccezione è stato don Peppino Gambardella, il prete scomodo e ribelle della diocesi all’ombra del Vesuvio, che di Colasurdo non ha mai smesso di elogiare sincerità, passione, autenticità.

MARCELLO, MARCELLO, MARCELLO

Scendo dalla scaletta dell’aereo. Piango. Tra un singhiozzo e un altro sento una voce chiamare: “Marcello, Marcello, Marcello.” Non è la voce felliniana della Ekberg che chiama Mastroianni ma quella soave della Madonna di Montevergine che accoglie tra le braccia il suo Marcello.
Oscar Wilde amava ripetere: “Siamo tutti in una fogna, ma alcuni di noi guardano le stelle.”
Marcello Colasurdo non ha mai smesso di guardarle e da “buddha del folk” ritornerà, prima o poi, sul suo Monte Somma.

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