Ogni volta che riparto, mi rendo conto che una parte di me resta qui, perché il viaggio non finisce mai. In vent’anni di andate e ritorni dal Portogallo continuo a risvegliarmi portoghese nelle mie scorribande da Nord a Sud, in lungo e largo, facendo di Lisbona il centro di gravità permanente.
Ho girovagato per una vita nei quartieri periferici della capitale, bagnandomi di verità e autenticità e rinascendo lisbonese, distante dal turismo di massa che la sminuiva nei luoghi comuni e negli odiosi cliché. Oggi si parte per un viaggio ispirati dagli algoritmi a ritmo di reel o zotici TikTok. Appartengo alla razza in estinzione diventata portoghese traducendo la letteratura di Pessoa, ascoltando il fado di Amalia e Mariza, crescendo tra il cinema di de Oliveira e il teatro di Saramago, ispirato nell’infanzia felice da una pellicola che mi mise alla ricerca di tre bambini contadini, sulla strada di Fatima, mentre le cronache di un secolo fa raccontarono del sole accecante di Nossa Senhora.
Questo ritorno insieme alla tempesta Ingrid, la cui furia è stata domata dal viaggiatore innamorato del Portogallo, ha reso magici e surreali perle della costa atlantica come Nazaré, Figueira da Foz o le onde della Boca do Inferno a Cascais.
Chi ha viaggiato con me in questi otto giorni pazzeschi sarà stato contagiato da quella speranza che ti lascia addosso il viaggio? fare di ogni tragitto e non della destinazione la meraviglia di ogni partenza e ritorno, proprio come nella vita.
Prima di salire sull’aereo, sprofondo nel ricordo del mio incontro da ventenne con il Maestro del cinema portoghese a cui dissi: “Quando avrò la sua età, voglio andare nel suo Paese vestito di bianco come lei, indossando il suo bellissimo cappello.” La mano di Manoel de Oliveira (1908-2015) accarezzò il mio capo dalla chioma lunga e quella fu una benedizione. Oggi rinasco un’altra volta. Grazie, Portogallo.
