Il mio ritorno in Marocco è stato illuminato da un lampo della memoria. Avevo più o meno 10 anni. All’alba degli anni ’80, erano arrivati alla periferia di Napoli due ragazzotti giovani e baffuti, provenienti dal Marocco. Erano venditori ambulanti. La domenica si piazzavano accanto alla chiesa e, io puntualmente all’uscita dalla messa, mi avvicinavo alla loro bancarella. Avevo puntato un piccolo orologio a quarzo.
Con i risparmi del salvadanaio lo comprai ma non bastavano Il più grande dei due mi disse: “Quando li hai ce li porti”. Nelle settimane successive, grazie a qualche piccola cresta sulla spesa a mamma, misi da parte 1.000 delle vecchie lire e saldai il debito.
Mi elogiarono stringendomi la mano: “Sei un ometto di parola come noi marocchini”. Capii che venivano dal Nord Africa e dissi: “Da grande voglio viaggiare come Marco Polo e visitare il vostro Paese”.
Nei centinaia e centinaia di chilometri avevo lasciato il mio cuore tra Essaouira, Casablanca, Rabat, le montagne dell’Alto Atlante, Ouarzazate, Tinghir, le affascinanti Gole del Dadès, Todgha, Todra, Tinejdad, Merzouga, la notte magica nel Deserto del Sahara e la fuga dai corridoi del turismo di massa di Marrakech. Sono ripartito da Marrakech per fare da guida a chi aveva espresso questo desiderio ma poi sono stati i 1.000 chilometri in treno verso Nord, nei giorni sacri del Ramadan con tanto di Iftar vissuto in più tavole, a farmi completare l’album marocchino del mio giro del mondo: Fes e Tanger, vive nella loro bellezza, continuano a ribollire di autenticità.
In Marocco mi conoscono come “il napoletano cresciuto a Marsiglia” e io mi nascondo dietro questa seconda identità da vagabondo canticchiando “Gigi l’amoroso” di Dalida. Ora tutta la valanga di emozioni di dieci giorni, anche spirituali, accanto al mio amico gatto, le lascio navigare sul mio Mediterraneo fino all’altra sponda del Nord Africa, dove ci sono granelli della mia anima: Alessandria d’Egitto. Questa è un’altra storia.
