Pipolo.it

Blog e Sito di Rosario Pipolo online dal 2001

Prince Jerry, il migrante nigeriano che voleva vivere in Italia

Lunedì scorso ho visto un mucchio di gente che sbraitava per i ritardi dei treni provenienti da Genova. Si voiciferava l’ennesimo suicidio sui binari. Nonostante l’accaduto drammatico, la preoccupazione si era ridotta alla solita cantilena: “Proprio oggi doveva buttarsi sotto il treno?”.

Ieri sera, attraverso una catena di messaggi finita su whatsapp, ho scoperto la vicenda nascosta dietro Prince Jerry, il  venticinquenne nigeriano suicida. A diffondere la notizia è stato il messaggio di don Giacomo Martino, Responsabile del centro accoglienza Migrantes del capoluogo ligure:

Cari tutti, ieri sono stato tutto il giorno a Tortona .
Uno dei nostri ragazzi di Multedo, Prince Jerry, dopo essere stato diniegato prima di Natale e scoprendo che non avrebbe potuto contare neppure sul permesso umanitario che è stato annullato dal recente Decreto, si è tolto la vita buttandosi sotto un treno. Ho dovuto provare a fare il riconoscimento di quanto era rimasto di lui. È stato un momento difficile ma importante perché ho ritenuto di doverlo accompagnare in questa sua ultima desolazione.
Vi scrivo perché abbiamo deciso di portarcelo su a Coronata e seppellirlo nel cimitero lassù.
Venerdì mattina alle 11:30, all’Annunziata, celebrerò il suo funerale.
Quanti vorranno e potranno essere presenti sarete il segno dell’ultimo abbraccio terreno a questa vita così desolata.
Una preghiera per lui e la sua famiglia.

Le parole di don Giacomo non hanno bisogno di commenti, sono chiare, ci restituiscono il peso di sensate riflessioni. A ciascuno la sua secondo coscienza: continuiamo a celebrare la Giornata della Memoria, svuotandola con luoghi comuni, nascondendo sotto il tappeto dell’omertà la nostra insistenza a costruire “lager invisibili”, piccoli o grandi che siano.
Come aveva raccontato Primo Levi a Enzo Biagi in una bellissima intervista “Lager in tedesco vuol dire almeno otto cose diverse, compreso i cuscinetti a sfera. Lager vuol dire giaciglio, vuol dire accampamento, vuol dire luogo in cui si riposa, vuol dire magazzino, ma nella terminologia attuale lager significa solo campo di concentramento, è il campo di distruzione”.

Per noi, gente comune e istituzioni, lager cosa significa?
Prince Jerry, eccellente laureato in chimica, è stato sepolto nel cimitero del quartiere genovese di Coronata.  Persino i costruttori di “lager invisibili” lo vedranno, sotto le sembianze di un angelo, tra i cieli di Genova.

Lui sì che ha imparato a volare, da solo, senza le preghiere di noi in balia delle barriere.

Cover ARTWORK: Eric Johnson

La profezia del “Titanic” di De Gregori nella tragedia del barcone in fiamme a Lampedusa

Un disegno di Maurio Biani

Rosario PipoloChissà se tutte le imbarcazioni chic che la scorsa estate ciondolovano nel mare della Sicilia avrebbero fatto a gara per prestare soccorso allo yacht di un sultano che andava in fiamme. E’ quasi sicuro che la signora in topless avrebbe interrotto la sua tintarella per raccattare un binocolo e capire cosa stava accadendo al panfilo da un milione di dollari. Chiedere aiuto, lanciare un SOS è un diritto di ognuno e soccorrere è un dovere inespugnabile in un Paese civile.

Francesco De Gregori in un memorabile brano, Titanic, cantava la volgarità classista e tornava a metterci la pulce nell’orecchio: “La prima classe costa mille lire, la seconda cento, la terza dolore e spavento”. Per “la terza classe”, a cui appartengono quei disgraziati che sono morti ieri sull’imbarcazione in fiamme a largo di Lampedusa, rettificherei in “rabbia, dolore e spavento”. Ce lo ha ricordato il commento di ieri di Papa Francesco – “Viene la parola vergogna: è una vergogna” – in visita lo scorso luglio proprio a Lampedusa, per commemorare anche i tanti migranti morti durante le traversate.

Il mancato soccorso da parte di chi c’era ed ha fatto finta di non vedere non si estingue questa volta nella solita indignazione da copertina di rotocalco: siamo sì o no un Paese razzista? “A noi cafoni ci hanno sempre chiamato”, continuava a cantare De Gregori. Non si tratta di puntare il dito contro i pescherecci che erano nei paraggi. Piuttosto di capire quanto poco abbiano fatto i Governi che si sono alternati in Italia negli ultimi venti anni, per tutelare coloro che restano vittime innocenti nei flussi di migrazione dalle coste nordafricane. Ha tutto il diritto di urlare Giusi Nicolini, Sindaco di Lampedusa, e ribadire: “Questi uomini, queste donne e questi bambini non sono clandestini, ma profughi”. L’Unione Europea, che fa finta di guardare dall’altra parte, si assuma le sue responsabilità. Chi glielo ha messo tra le mani il Premio Nobel per la Pace?

“Su questo mare nero come il petrolio ad ammirare questa luna metallo” c’erano donne incinte che portavano in grembo con orgolgio le loro bimbe. Non volevano per loro un futuro da “Cenerentola”, ma le custodivano nel pancione come in un castello, affinché in una nuova terra incontrassero chi le avrebbe fatte diventare delle principesse, rispettando la loro dignità di esseri umani.

“Per noi ragazzi di terza classe che per non morire si va in America”. Ahimé, si va in Italia, per morire e non per ricominciare. Oggi lutto nazionale. Ficchiamocelo bene in testa però. I due minuti di silenzio non bastano.