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8 marzo senza mimose: alla (mia) donna i versi di “Te recuerdo Amanda” di Victor Jara

8-marzo-festa-donne

rosario_pipolo_blog_2Quintali di mimose che profumano l’8 marzo e sotterrano il tanfo della memoria. Ripenso al mio ultimo viaggio a Santiago del Cile e alla violenza sulle donne negli anni bui della dittatura di Augusto Pinochet. Ritrovo i versi della poesia musicata Te recuerdo Amanda di Victor Jara, cantautore cileno ammazzato pochi giorni dopo la caduta di Salvador Allende.

Te recuerdo Amanda
la calle mojada
corriendo a la fábrica
donde trabajaba Manuel.

Di buon mattino, in Italia, lei sulla strada verso il lavoro intravede diversi ambulanti che dispensano mazzetti di mimose. Sul posto di lavoro le regalano un bel bouquet di fiori, ma del mio neanche l’ombra. Non se lo aspetta dopo tutto questo tempo. Nel frattempo, io sono in viaggio appuntando la traduzione della canzone di Victor.

Ti ricordo, Amanda,
nella strada bagnata
mentre correvi alla fabbrica
dove lavorava Manuel.
Col tuo largo sorriso,
la pioggia nei capelli
non t’importava niente
correvi a trovarti con lui,
con lui, con lui.

Inciampando in questi versi ripenso alle ragazze cilene che non fecero più ritorno dai loro cari.
Intanto, lei torna a casa, mette il bouquet in un vaso e lo depone in soggiorno, a centro tavola. Si accosta alla finestra e di sbieco vede un uomo che regala un pacco di cioccolatini alla sua donna. Sbuffa. Poi si prepara per la serata insieme alle amiche.

Sono cinque minuti,
la vita è eterna
in cinque minuti.

Termino la traduzione. L’aereo è arrivato in ritardo. In auto sono invaso da migliaia di batuffoli di mimose che hanno riempito le botole storiche lasciate alle spalle, convinti che l’8 marzo sia il risciacquo delle nostre coscienze.
Lei, dopo la serata con le amiche, bivacca sul lettone. Un’ultima occhiata al PC. Scioglie i  capelli e lancia il fermaglio sulla cassettiera. Spegne la luce e sprofonda con la guancia sinistra sul cuscino.

Suona la sirena,
di nuovo al lavoro,
e tu, camminando,
illumini tutto.
Quei cinque minuti
ti hanno fatto fiorire.

Pochi minuti prima della mezzanotte, arrivo fuori casa sua. Citofono, non sente. Ci riprovo, niente. Mi sposto oltre il cancello e provo a ripetere sottovoce queste parole:

Correvi a trovarti con lui,
che partì per la sierra,
che mai fece male a nessuno,
che partì per la sierra
e in cinque minuti
fu trucidato.

Mi riconosce. Viene ad aprire in camicia da notte. I soliti capelli scompigliati. Sembra infastidita vista l’ora tarda e senza preavviso. La prendo per mano e ci incamminiamo nella sua stradina. Non è scorbutica come mi sarei aspettato. Dimentica persino di avere le ciabatte ai piedi. Le anticipo che non ho mimose con me, ma soltanto dei versi tradotti per lei. Che sbadato ho perso il foglietto, niente più traduzione, tanta fatica per nulla durante il viaggio.

Te recuerdo Amanda
la calle mojada
corriendo a la fábrica
donde trabajaba Manuel.

Canticchio questi versi, gli unici che ronzano nella mia mente. Nelle pozzanghere a terra galleggiano mimose sprecate e appassite tra i soliti luoghi comuni della ricorrenza.
Il rumore dei nostri passi ci fa ritrovare, come se fossimo a Santiago del Cile, io stremato da un viaggio intercontinentale, lei in tenuta da nottambuli, con una comune convinzione: nessuna dittatura potrà mai cancellare gli orrori della violenza sulle donne, lasciando che il tempo sorvoli sui dettagli di quello che oggi trasuda di maschilismo, annidatosi sotto false spoglie nel quotidiano.

8 marzo, festa della donna: Volevo raccogliere un mazzolino di mimose a L’Aquila

Volevo fiondarmi per le strade diL’Aquila e raccogliere un mazzolino di mimose per questo 8 marzo. Non era una scusa per allontanarmi da Milano e dal solito tamtam, ma il desiderio di riflettere sulla festa delle donna nel capoluogo abruzzese.
Che illuso sono stato. Neanche il tempo di tracciare un itinerario decente che mi ricordo in che Paese io viva: una parte dell’Italia che sa come lavarsi le mani sottobanco, dopo che un terribile sisma ha seppellito i sogni e gli averi di tutta una comunità.

A tre anni dal terremoto che ha messo in ginocchio l’Abruzzo, pensavo di calpestare prati fioriti e invece ci sono macerie. La primavera non arriverà neanche questa volta. E se provassi a scavare come un forsennato, perché mai dovrei trovare l’ultimo ciuffetto di mimosa?
Mi affaccerò nelle case sventrate per raccogliere ritagli di diario delle donne che sono state vittime del terremoto: mamme che scrivevano di come fosse complicato restare punti di riferimento per i figli ; mogli in attesa che i mariti, vittime della scappatella maledetta, tornassero al nido per ammettere che l’amore vero dormiva ancora sotto le lenzuola rinnegate; nonne dagli occhi lacrimanti persi negli scatti di gioventù; bambine, a ridosso dell’ultimo respiro, schiacciate sul volto sfigurato delle proprie bambole di pezza; studentesse universitarie sul terzultimo ripasso prima del grande esame.

Mi sento un uomo inutile in questo 8 marzo. Oggi, spalancando la finestra sotto il cielo di L’Aquila, non vedremo il manto di rose rosse germogliato al posto della memoria oltraggiata. Accadrà tutto sotto le macerie.