Pipolo.it

Blog e Sito di Rosario Pipolo online dal 2001

Vulcano Fagradalsfjall, Islanda

Viaggio in Islanda: trekking sul nuovo vulcano di Fagradalsfjall

Occhiali

Fare trekking sul vulcano di Fagradalsfjall, la cui eruzione del 2021 ha fatto il giro del mondo, è stato uno dei momenti più emozionanti del mio viaggio in Islanda. In realtà questo vulcano distante soltanto poco più di cinquanta chilometri da Reykjavik si è fatto una bella dormita di quasi nove secoli.
Come mi ha ricordato Albert, la mia guida, l’isola è in continua trasformazione e i terremoti, che l’anno scorso hanno fatto ballare gli islandesi per diversi mesi, hanno segnato il risveglio del dormiente con la fuoriuscita di un nuovo cratere.


MONTAGNA DELLA BELLA VALLE DEI CASTRATI

Il trekking verso il cratere è di quasi quattro chilometri. A fine maggio il luogo è di una suggestione unica, c’è pochissima gente e la desolazione dell’ambiente procura al viaggiatore sbalzi emotivi. Non so quante volte ho dovuto trascrivere Fragradalsfjall sul taccuino prima di imparare questo nome che letteralmente significa Montagna della bella valle dei castrati.
Mi incammino a passo sostenuto e non smetto neanche per un secondo di godermi il tragitto. C’è una spianata immensa, mi riporta all’on the road negli USA in New Mexico, nei pressi del fiume Rio Grande, dove avevo ritrovato gli scenari dei film Western di John Ford e Howard Hawks.

LAVA E LAPILLI TRA RICORDI D’INFANZIA

Prima di arrivare al cratere, finisco in un’immensa colata di lava che ha creato un solco. Mi sembra tutto così surreale. Prendo un pezzo di roccia di lava in mano e lascio dondolare i ricordi dell’infanzia. Se nella lista del mio giro del mondo c’è l’Islanda è anche merito di un’eruzione dell’Hekla del 1981. Ricordo la lava fuoriuscire da un piccolo televisore in bianco e nero in cucina e io che temevo arrivasse fino da noi a Napoli. Papà mi rassicurava dicendomi che la distanza era tanta e intanto mi raccontava delle ceneri dell’eruzione del nostro Vesuvio del 1944.
Ora sotto i miei piedi c’è tutta l’attività del vulcano islandese. Se Fragradalsfjall facesse un brutto scherzo con una nuova sboccata di lava, da una parte potrei godere di uno spettacolo suggestivo e dall’altra quanto rischi di restare sepolto qui?

SPETTACOLO DELLA NATURA

Ecco un bellissimo video girato dalla mia guida Albert nel giugno 2021, esattamente nello stesso punto dove sarei arrivato io un anno dopo.

Tra i vulcani e la vita c’è di mezzo la saggia riflessione di uno scrittore giapponese della portata di Yukio Mishima:

La vita è un danza nel cratere di un vulcano:
erutterà ma non sappiamo quando.

Diario di viaggio: Elia e Rocco, gli angeli custodi del rifugio Longoni che mi fecero alpino

Rosario PipoloAveva ragione Albert Camus a scrivere che “anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo”. Questo non è stato un viaggio come gli altri. Sono state 30 ore che hanno segnato il mio percorso di viaggiatore. Mi sono tenuto alla larga dalla montagna del trekking turistico, quello che va tanto di moda oggi, imbalsamato nei sorrisi delle foto che raccontano la passeggiatina in un angolo del Trentino o un’abbuffata in una trattoria montana. Di mezzo ci sono le Alpi e per arrivare in cima mi aspettava una prova che non avrei mai pensato di affrontare.

Sono in Valmalenco, in un angolo della Valtellina e si parte da Chiareggio per arrivare fino al rifugio Longoni. Non era il percorso che immaginavo, non era per me, non ero preparato. Le prime tre ore di cammino vanno dal bosco ad una meravigliosa piana dell’alta via della Valmalenco. Perdo il gruppo, ma in compenso avvisto un’aquila. Sono sfinito e mi siedo su un sasso. Incrocio un signore di Lecco con la famiglia.Mi offre una barretta di cioccolato, un mucchio di noci. Prende il mio zaino, mi libera da un grosso peso e lo porta agli altri. Vado avanti, ma gli ostacoli non finiscono mai. L’ultima tratta non è percorribile tra sassi e tanta neve sparsa. Ecco che spunta all’orizzonte un ragazzotto occhialuto. Rocco entra in sintonia con me, mi incoraggia, mi invita a non gettare la spugna. E quando le gambe finiscono intrappolate nella neve, il sangue si ferma, non le sento più, sembro paralizzato. Rocco scava due fosse e mi aiuta a tirarle fuori. Mi accascio sui sassi, con l’ultimo fiato tiriamo avanti come due vecchi amici. Mi sembra di sentire la voce del Villani, il carabiniere della Valmalenco che insegnò al figlio Leo a rispettare la montagna e a scioglierlo in un atto d’amore.

Salgo a carponi su quelle rocce. Non è uno scherzo, sono in cima alle Alpi. Si intravede il tetto del rifugio, ma gli ultimi dieci passi sono sui sassi ghiacciati. Sotto c’è il vuoto. Rocco diventa il mio angelo custode, mi indica di seguire la traccia, di poggiare bene i piedi, faccio l’equilibrista e raggiungo il traguardo. Cosa ci facevo a 2450 metri d’altezza sopra il cielo? Da lì forse non sarei sceso più, sarei rimasto al rifugio Longoni se al ritorno non mi avesse guidato Elia, l’altro angelo custode che mi ha fatto alpino.
Legato ad una corda gli sto dietro, seguo le sue indicazioni in quelli che sono stati i quarantacinque minuti più mozzafiato dei miei vagabondaggi. Cammino sul vuoto, intorno a me ci sono le cime che mi sussurrano il risveglio dell’anima. Elia ci crede, sa che posso farcela. La mia gamba destra non tiene, scivolo verso il burrone. E’ questione di secondi, il precipizio è lì. Elia tira la corda e urla: “Non mollare. Muovi i piedi. La montagna è tua, riprenditela”. Nell’istante in cui mi passano per la testa brutti pensieri, lo spirito della montagna soffia le parole di Karol Wojytila: “Queste montagne suscitano nel cuore il senso dell’infinito, con il desiderio di sollevare la mente verso il sublime”.

Alzo gli occhi verso Elia, mi spingo sopra e risalgo pian piano. Ho il cuore in gola, l’ho scampata. Sono seduto di nuovo con le gambe nel vuoto. La guida alpina del rifugio Longoni mi sorride. Il vento spettina il mio ciuffo brizzolato. Mi alzo in piedi, mi faccio forza, non ho più paura. Guardo avanti e riprendo. Avvisto il sentiero e sento una mano sulla spalla: “Adesso puoi continuare da solo. Vai e non voltarti indietro”. Mi sembra di risentire le parole di mio padre, quando da bambino mi liberò dalla prigionia delle rotelle  della bicicletta. Elia Negrini va via, torna nella sua tana. Per alcuni resterà il gestore del rifugio Longoni, per altri il papà di Rocco, per tanti una grande guida alpina. Per me l’angelo custode delle Alpi che mi ha fatto diventare uomo tra le montagne, indicandomi il sentiero per arrivare con serenità ai miei 40 anni, nell’ultimo grande viaggio che chiude il primo ciclo della mia vita.

L’alpinista e il richiamo della montagna

L'alpinista Cristina Castagna

Rosario PipoloQualche estate fa ho fatto trekking in Valle D’Aosta e sono rimasto incantato dinanzi alla bellezza della montagna. Per uno come me che viene dalla cultura del mare, è complicato scrollarsi di dosso il banale rimprovero: “Che ci vai a fare… il mare è un’altra cosa”. Quell’estate, osservando il Monte Bianco e lasciando cadere lo sguardo nel vuoto, mi sembrò di risentire la voce di tutti coloro che da quelle cime non sono tornati più. Il richiamo della montagna è suggestivo e misterioso, anche quando di mezzo c’è la morte. L’alpinista Cristina Castagna è precipitata in un crepaccio sul K3. L’ennesima tragedia che non si è potuta evitare, ma che mi fa riflettere su quanto sia forte il legame tra una parte dell’umanità e la natura.  C’è una minoranza fortunatamente che vive e rischia per le proprie passioni. Per l’alpinista italiana non si trattava soltanto di una sfida, ma di un bisogno umano che ha trasformato la devozione alla montagna in una religione, in una ragion di vita. E il biglietto lasciato da Cristina ai genitori ce ne fa fare una ragione: “Se mi succederà qualcosa lasciatemi dove la montagna mi ha chiamato a sé”. Adesso che Cristina non scenderà più da quella cima, potrà sentirsi più libera di guardare l’immenso che le montagne sovrastano?