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Archives Luglio 2009

Capriccio d’estate a Torino senza i soliti cliché

Torino by night

Rosario PipoloAvevo un capriccio e me lo sono tolto: girovagare a Torino in un fine settimana d’estate e godermi la città semivuota. In parte ci sono riuscito e devo dire che le Olimpiadi invernali di tre anni fa hanno fatto decisamente bene al capoluogo piemontese. Escludendo i miei blitz al Festival Cinema Giovani, Torino non me la ricordavo ringiovanita a tal punto da brillare per le proposte allettanti di intrattenimento, per i graziosi locali che pullulano ovunque e, soprattutto, per avere una seconda vita fino all’alba del giorno dopo. Mi sembra che le nuove generazioni, perlopiù figli di emigranti del Sud Italia, abbiano rinunciato ancora più marcatamente alle schizofreniche nostalgie sabaude – circoscritte per fortuna a Palazzo Reale – e all’iconografia della famiglia Agnelli e della Fiat nel tempo in cui il vecchio stabilimento del Lingotto è diventato un centro commerciale. La jenuesse torinese ha una grande responsabilità: far sì che il processo di integrazione degli stranieri in città non diventi “discriminazione” come il secolo scorso è successo con i nostri meridionali. E mi fa incazzare incrociare il torinese dall’accento pugliese che trasforma il piccolo kebabbaro del centro nel capro espiatorio di turno. Si raccomanda la visione del film Rocco e i suoi fratelli di Visconti per cancellare dal vocabolario di ieri “terrone” e da quello di oggi  “extracomunitario”.  Le intrusioni criminali ci sono e dovrebbero essere gestite al meglio dalle istuzioni affinché una città sia sicura sempre.  Se così non fosse, Torino rischerebbe di far offuscare la sua vitalità nei risaputi cliché che la hanno isolata per decenni.

La vittoria dello sport in quel tuffo di Federica Pellegrini

pellegrini500

Rosario PipoloLo so di non avere voce in capitolo. Il mio stile di “nuotatore imbranato” è clownesco e mi vede fare splash sempre a pochi passi dalla riva. Giuro, non uso braccioli e salvagente, ma li tengo sempre a portata di mano! Quel tuffo e quella nuotata di Federica Pellegrini sta facendo impazzire la rete e mandando in tilt Youtube. E’ un bel riscatto per il nuoto in quest’Italia che vive solo e maledettamente di calcio. Ai tempi del regno della tv generalista e del monopolio dei palinsesti per guardare altri sport bisognava fare i nottambuli. Adesso per fortuna tra web e canali satellitari possiamo dirottare la nostra emotività sportiva a lungo raggio tra una pedalata, un tuffo o il lancio di un giavellotto. In un pease di vecchi come l’Italia, il successo di Federica Pellegrini torna a far sussultare il nostro orgoglio nazionalista, che non deve per forza venir fuori quando la Nazionale di calcio stravince ai Mondiali. Ai Mondiali di nuoto di Roma questa talentuosa e bella veneziana ha battuto il record nei 400 metri in stile libero. Che soddisfazione! Federica ha il merito di aver fatto sentire il Belpaese “unico ed indivisibile”, tenendo a bada anche le baruffe isteriche della nostra politica. Perdonami, Federica, ma certe volte come cantava Gaber “Io non mi sento italiano”. Nella tua nuotata spedita ho ritrovato un pizzico di italianità ed è perciò che devo impegnarmi anche io: a spingermi più a largo con le mie grottesche nuotate in stile libero!

Stalking, se lo conosci lo eviti!

Stalking telefonico

Rosario PipoloDa ragazzino sono rimasto colpito da una notizia di cronaca locale: un uomo ha iniziato a martellare di telefonate e a pedinare l’ex compagna perché voleva ritornare con lei. Quella volta di mezzo c’era una figlia. Nei primi anni ’80 il termine stalking assomigliava più a un residuo di un film di fantascienza che al reale significato: perseguitare in inglese. In questi giorni se ne torna a parlare perché il Ministero delle Pari Opportunità ha lanciato la campagna di comunicazione per promuovere il numero gratuito antiviolenza e antistalking 1522 (attivo 24 ore su 24) con lo slogan “quando le attenzioni diventano persecuzioni”. Una volta c’erano le lettere anonime, le telefonate sul fisso o i pedinamenti sotto casa. Adesso lo stalking si adegua ai tempi del villaggio golbale tra squilli dal cellulare, fastidiosi sms e email, nonché raggiri sui social network. Lo stalker, che oggi rischia da sei  mesi a quattro anni di reclusione, monitora la tua pagina di Facebook o chiede agli amici virtuali in comune di diventare suoi complici.  Credo che l’allarme non debba scattare quando si arrivi ai casi estremi (l’uomo che ha accoltellato l’ex moglie davanti a un asilo nido di Milano), ma è necessario un intervento preventivo. Ci sono diversi livelli di stalking, di cui alcuni anche inconsapevoli, ma insopportabili per la vittima. La campagna di comunicazione voluta dalla Carfagna mi lascia perplesso su un punto: perché porre l’accento sulla donna preda proprio adesso che crescono le segnalazioni di uomini tra le vittime dello stalking? E’ difficile ammetterlo, ma anche il gentil sesso può essere rapace! 

Pene d’amore, cercasi “strizzacervelli” disperatamente!

Lo strizzarcervelli

Rosario PipoloAlcuni anni fa una collega di mia sorella finì dallo psicologo perché il ragazzo la aveva lasciata per un’altra, che per giunta era la sua migliore amica. Che stronzo! E lo strizzacervelli le disse: “Signorina, se la goda, sia dia alla pazza gioia”. Sono sempre alla ricerca di aneddoti curiosi da condividere con voi e il prossimo arriva dal nostro Sud. Parliamo delle solite famigliole che si illudono di tenere sotto controllo le pene d’amore dei figli. Una volta la figlia che voleva scappare col ragazzo che amava, veniva mandata in collegio, dal prete del paese o addirittura dall’esorcista: “Quella svergognata è posseduta dal demonio. Vuole andarsene senza arte né parte”.  Oggi, dopo averle tentate tutte (chiusa in casa, diseredata, colpevolizzata, telefono sotto controllo, lavoro a pochi passi dall’ufficio di mammà), è arrivata l’ora dell’ultima spiaggia: lo strizzacervelli. Basteranno una decina di sedute per ripulire mente e cuore dai ricordi e far tornare “la figlia svergognata” sulla retta via, sotto la campana di vetro dei borghesotti di provincia? Sarà sufficiente un cachet di 1000 euro per liberarla una volta per tutte dal “plagio” del suo Romeo? E se il plagio significava non rispettare le regole della “sacra e mamma santissima famiglia”, ci vorranno un paio di medici  per mettere fine a tutto, magari torturandola con Valerio Scanu che canta Beyoncè!  Più che di queste pene d’amore, mi preoccuperei di organizzare una seduta collettiva. Fabrizio De Andrè diceva che sotto il letame può nascere un fiore. Aggiungerei: a meno che la cacca non sia nascosta sotto i tappeti del salotto di casa. Tra regali, borsette di Vuitton e vestitini griffati l’allegra famiglia tornerà nella squallida quotidianità. Sotto quel letame lo strizzarvelli troverà quel mucchio di pene d’amore tra i petali di un fiore. E a questo punto dovrà consultare a sua volta un bravo giardiniere!

L’alpinista e il richiamo della montagna

L'alpinista Cristina Castagna

Rosario PipoloQualche estate fa ho fatto trekking in Valle D’Aosta e sono rimasto incantato dinanzi alla bellezza della montagna. Per uno come me che viene dalla cultura del mare, è complicato scrollarsi di dosso il banale rimprovero: “Che ci vai a fare… il mare è un’altra cosa”. Quell’estate, osservando il Monte Bianco e lasciando cadere lo sguardo nel vuoto, mi sembrò di risentire la voce di tutti coloro che da quelle cime non sono tornati più. Il richiamo della montagna è suggestivo e misterioso, anche quando di mezzo c’è la morte. L’alpinista Cristina Castagna è precipitata in un crepaccio sul K3. L’ennesima tragedia che non si è potuta evitare, ma che mi fa riflettere su quanto sia forte il legame tra una parte dell’umanità e la natura.  C’è una minoranza fortunatamente che vive e rischia per le proprie passioni. Per l’alpinista italiana non si trattava soltanto di una sfida, ma di un bisogno umano che ha trasformato la devozione alla montagna in una religione, in una ragion di vita. E il biglietto lasciato da Cristina ai genitori ce ne fa fare una ragione: “Se mi succederà qualcosa lasciatemi dove la montagna mi ha chiamato a sé”. Adesso che Cristina non scenderà più da quella cima, potrà sentirsi più libera di guardare l’immenso che le montagne sovrastano?

Montreux Jazz Festival ci serva da lezione!

Prince al Montreux Jazz Festival 2009

Rosario PipoloLa Svizzera può insegnarci qualcosa su come si fa un festival. Aggirandomi al Montreux Jazz Festival, ho ritrovato la concezione di “festa”, quella stessa che Gillo Pontecorvo cercò di portare negli anni ‘90 al Festival del Cinema di Venezia. Pontecorvo non tradì la sua indole di “innovatore” perché aveva capito che un festival doveva essere “condivisione” per tutti, e non passerella elitaria di pochi. Ritornando alla musica di Montreux, mi ha fatto immensamente piacere vedere migliaia di giovani assiepati sul lungo lago, nel parco o fuori all’Auditorium ad ascoltare musica, condividere divertimento e un buon bicchiere di birra, senza avere necessariamente il biglietto della grande serata. Chi se ne frega di tirar fuori dalla tasca 120 euro per Prince, quando poi al Jazz Cafè ci danno la possibilità di vederlo in diretta video gratis? Questa sì che è vera democrazia! Ispirarsi ad una manifestazione, non significa copiarne in parte soltanto il programma. E’ lo dimostra la scarsa presenza di pubblico al Milano Jazzin’ Festival che scimmiotta Montreux. Per non parlare delle date annullate, come l’interessante duetto tra Occidente e Oriente con Hancock e Lang lang. Non sono un arcipelago di live a casaccio all’Arena Civica a farci sentire ad un festival. Eppure l’anno scorso il Milano Jazzin’ Festival era tutta un’altra musica. Montreux ci serva da lezione per fare qualche riflessione intelligente, senza piangerci addosso.

Biglietti troppo cari e la crisi dei mega concerti

Madonna

Rosario PipoloIl mio primo concerto lontano da casa risale al 1989. Avevo 15 anni e Paul McCartney al Paleur di Roma è stato per me l’apripista di centinaia e centinaia di live, visti per passione e poi per lavoro. Negli anni ’90 in Italia riuscivi a sacrificarti per un biglietto a costi  ragionevoli, ma poi con l’arrivo dell’euro i prezzi sono saliti alle stelle, soprattutto quelli dei mega concerti. La crisi planetaria dell’industria discografica ha portato gli artisti e i management a fare una scelta obbligata: perdiamo da una parte, ma recuperiamo dall’altra. Un Keith Jarrett alla Scala di Milano o un David Gilmour a piazza San Marco a Venezia possono pure valere 250 euro. Bisogna essere “malati cronici” per tirar fuori tutti questi soldi? Tirando la corda, prima o poi si spezza. Ed è accaduto questa estate tra diverse date annullate o biglietti invenduti. E i sold out annunciati?  Quelli lasciano il tempo che trovano e sono  “lo specchietto per le allodole”. C’è una via di scampo? Puntare alla formula last minute e sperare che qualche ora prima del concerto ci sia una svendita in atto. E’ successo alle recenti tappe milanesi dei Depeche Mode e U2 con biglietti acquistati tra i 10 e i 30 euro. Nonostante l’euforia mediatica, persino Madonna in Italia non riesce a fare il tutto esaurito: per la dea del pop a Milano sono rimasti più di 20.000 biglietti invenduti, mentre la tappa di Udine del 16 luglio fa registrare dati ancora più sconfortanti! Un fan di Veronica Ciccone mi ha confessato: “Con il budgest da investire per vederla a Roma due anni fa, ho pagato un volo a/r per Parigi, una notte in albergo e il biglietto per la tappa francese”.  Mi sembra un’altra via d’uscita per scampare i soliti ricatti all’italiana e dare un nuovo senso ai nostri viaggi lampo in Europa. Il 24 agosto lady Madonna sarà a Belgrado e il biglietto più economico costa 32 euro… Facciamoci un pensierino per riannodare il fascino dei Balcani alla musica pop trasgressiva e visionaria!

Quando una storia finisce su Facebook…

facce da facebook

Rosario PipoloNon vale sempre la legge dell’happy end. Mi ricordo la fine di una storia un ventina di anni fa. Paola, una cara amica d’infanzia, e Gennaro chiusero il loro fidanzamento  scaraventando dal balcone tutti  i regali. I passanti erano lì sbalorditi, ma almeno questo “sfogo plateale” fece capire a tutti e due che il destino li invitava a prendere strade diverse. E così fu. Nell’estate dei social network e della sindrome collettiva “da reality”, finiscono su Facebook matrimoni, fidanzamenti, flirt o storie transitorie. Persino una suora ha visto la vendetta del suo ex , che ha pubblicato su Facebook alcune foto in topless e non si è rassegnato a “quel maledetto voto di castità”. Come finisce una storia su un social network?  Lei mette in scena, secondo un copione da sceneggiata napoletana, il suo “status” di disperazione, e lui è lì a non fare niente. Arrivano gli amici che tra commenti e foto urlano: “Perché farci i cazzi nostri? Vieni qui che ti difendiamo noi da quello stronzo”. Nel passaggio dall’agorà reale a quella virtuale, la coppia ha perso il sacrosanto diritto di confrontarsi perchè al bivio è più opportuno scegliere la strada più comoda e patire il vittimismo della fragilità da YouTube generation. Paola e Gennaro hanno detto basta ai loro sentimenti adolescenziali con un raptus “folcloristico”, ma pienamente aderente alla realtà.  Nel cono d’ombra virtuale sulla via di Facebook o Twitter si consuma tutto in silenzio, ma trasuda come un sepolcro imbiancato l’invadenza degli ultimi baluardi delle famiglie patriarcali e matriarcali. Per fortuna, un razza in estinzione: genitori che “colpevolizzano” i figli perché l’involucro della piccola borghesia di provincia sia l’unico stile di vita: “Fa’ la cosa giusta. Lascialo e salvati finché sei in tempo”. E cosa farne di questi padri, servi per una vita intera e detentori di un labile autoritarismo, o madri che hanno scambiato la meschinità per saggezza? Lasciarli annegare nell’agorà virtuale del web come “due miserie in un corpo solo” (disse l’apostolo Gaber!), mentre “il gabbiano con l’intenzione del volo” se la dà a gambe.

Viareggio, sarai più la stessa dopo quei funerali?

viareggioblog

Rosario PipoloPiù che preoccuparci dei funerali di Michael Jackson e della sceneggiata mediatica a Los Angeles, dovremmo mantenerci nei paraggi: a Viareggio, dove rabbia e dolore non scemano dopo i funerali delle 22 vittime a seguito del deragliamento del treno merci. La città della Versilia non sarà più la stessa, soprattutto in questi giorni in cui il calendario ci dice che è estate. Ma quale estate? Chi ha voglia di aprire sdraio e ombrellone? Quando sarà ripristinata la stazione completamente, proveremo lo stesso smarrimento che ci assale sui binari di Bologna ripensando al nefasto attentato del 2 agosto del 1980. Sì, perché anche Viareggio ha subito il suo “attentato” scatenato dalla negligenza e dall’incompetenza di chi gestisce i treni in Italia. Basteranno questi fiumi di lacrime  a restituire dignità e sicurezza ai viaggatori? O una lapide commemorativa per seppellire la puzza delle coscienze? Ho un bel ricordo che mi lega ai viareggini: durante un carnevale di tanti anni fa, mi sono ritrovato a far festa nei quartieri della città toscana, marinando la solita sfilata dei carri. Tra coriandoli e maschere, la gente in strada mi offriva dolci e bevande. Ed io mi sono detto: mica hanno la puzza sotto il naso? Queste persone sono più “terrone” di me. Soffermandomi sull’immagine straziante di quelle bare, mi sono chiesto se tra le 15 vittime italiane ci fosse qualche volto incrociato in quell’occasione. I corandioli adesso sono lacrime, ma ci auguriamo che tornino ad essere “corandioli” di speranza per tutta la comunità.

Dove sono gli 007 come John Sawers? In mutande su Facebook…

bondblog

Rosario PipoloChissà se James Bond, ai tempi di Sean Connery, si sarebbe fatto incastrare dei social network, tra la fame del gossip e il motto dei curiosi della rete che sbandierano: “Perchè dovremmo farci i cazzi nostri?”. La moglie di un agente britannico ha peccato di ingenuità, mettendo a repentaglio la carriera di suo marito. Nel centro del mirino c’è John Sawers, capo supremo degli 007, che adesso potrebbe vedersi tagliato fuori dalla sua superpagata posizione lavorativa: Sua Maestà si è arrabbiata perché la sicurezza britannica è in pericolo. Mettiamoci un pizzico della nostra immaginazione. “Dove è Sawers?”, avrà esclamato dal suo trono.  “Maestà, non abbiamo sue notizie da qualche giorno. Qualcuno giura di averlo visto giocare a frisbee su Facebook”. Infatti, la signora Sawers ha pubblicato alcune foto imbarazzanti del suo uomo. Un agente segreto vestito da Babbo Natale ci può stare, ma “in mutande” no. Non ne va dell’orgoglio cazzimmoso degli inglesi? E adesso chi glielo dice a Sua Maestà che un altro simbolo del Regno Unito si è “sputtanato” per sempre?