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Archives Dicembre 2023

No al Femminicidio. Il ricordo tenero della mia Laura per l’ultimo saluto a Giulia Cecchettin

Non bastano le dita delle mani per contare i casi di femminicidio in Italia. La morte di Giulia Cecchettin (Art Cover: Antonio Federico) ha scosso tutti. Oggi Padova le tributa l’ultimo saluto mentre in ogni angolo del nostro Paese si continua ad urlare: “No al femminicidio”.
La violenza non è questione di genere o sesso, appartiene alla razza umana. La storia tragica di Giulia mi ha ricordato però che non tutti gli uomini sono violenti, riportando a galla la mia storia adolescenziale con Laura.

STORIE DI PERIFERIA TRA TENEREZZE E OMERTA’

All’alba degli anni Novanta io e Laura eravamo due ragazzi occhialuti di periferia. Ci innamorammo su una panchina mentre io ero alle prese con la maturità e lei, di qualche anno più piccola, in preda all’ansia delle ultime interrogazioni di fine anno.
La aspettavo sotto casa di Donatella, fidata compagna di classe che, assieme alle sorelle, proteggeva la nostra tenera clandestinità. Quando accompagnavo Laura a scuola in Vespa, facendo attenzione che non ci vedessero, lei mi infilava nello zaino letterine d’amore imbevute dei suoi profumini.
Non ho mai capito perché in paese scandalizzasse più il bacio di due adolescenti anziché l’omertà delle generazioni precedenti di fronte al femminicidio, alla violenza subita da tante donne nel lurido piccolo mondo antico della famiglia patriarcale di stampo maschilista.
Mia zia Lilina, che nel Secondo Dopoguerra aveva lavorato nei campi alla periferia di Napoli, mi raccontò di fattori violenti, di mogli contadine pestate, di violenze taciute dietro i sacchi di patate per paura di perdere il lavoro stagionale o essere isolata dal resto della comunità per aver fatto “la spia”.

IL NO DI LAURA MI FECE CRESCERE

In una giornata uggiosa di novembre Laura decise di mettere fine alla nostra storia da ragazzini. Mi sentii crollare il mondo addosso, per la prima volta avvertivo un tremendo senso di abbandono. Come avrei fatto senza le sue coccole, la passione per Freddie Mercury infilata nelle musicassette che mi registrava, le passeggiate mano nella mano lungo i binari della ferrovia guardando i treni che portavano nei vagoni i nostri sogni di un’adolescenza ribelle, i progetti comuni, la promessa che un giorno con i risparmi l’avrei portata a Londra a un concerto dei Queen, magari a dicembre per il compleanno?
Non ebbi nessun raptus di violenza, anzi il sentimentalismo prese il sopravvento sulla rabbia.
Con una videocamera me ne andai in giro a filmare i nostri luoghi, sovraincisii delle musiche, le feci recapitare una videocassetta, con la speranza che infilandola nel videoregistratore la nostalgia riaccendesse il cuore.
L’indomani Laura mi restituì la VHS e, guardandomi con gli occhioni lucidi, mi salutò con una carezza come per dire “non cambiare per gli altri, resta te stesso”. Il suo No mi fece crescere e io senza rancore decisi che non avrei rinnegato l’indole di sentimentale, nonostante quelli come me ai tempi erano additati come “mezze femminucce”.

NO AL FEMMINICIDIO SENZA SLOGAN

Cara Giulia, se da una parte oggi essere uomo mi fa vergognare per le violenze che in tante subiscono, dall’altra ho una consolazione. Laura e le donne avute accanto nella vita, attraverso il bene che mi hanno voluto, mi hanno insegnato che senza l’universo femminile la nostra esistenza sarebbe una nullità.
Baci, carezze, amore, rispetto reciproco e cuore ti portano lontano se combatti fianco a fianco e giorno dopo giorno i luoghi comuni, i pregiudizi, i soprusi. Oggi dico “No al femmicidio” senza slogan, lasciando che questi pensieri aggrovigliati con i ricordi si alzino in volo verso di te come palloncini colorati.

30 anni senza Frank Zappa in oltre 120 dischi tra rock e avanguardia

Frank Zappa ce lo portò via il 4 dicembre 1993. Noi studenti universitari di allora piangemmo la dipartita prematura del genio musicale del XX secolo per un tumore alla prostrata. Frank in realtà ci beffò tutti perché aveva lasciato in buone mani un archivio stratosferico di registrazioni, inclusi sorprendenti inediti, che gli avrebbero allungato la vita.
30 anni senza FZ? Macché, con tutto questo bendidio che abbiamo ascoltato decennio dopo decennio è come se lui fosse ancora lì, rinchiuso nel bunker di registrazione con le sue Mothers of Invention.

DAL LABIRINTO LETTERARIO DI JOYCE A QUELLO MUSICALE DI FRANK ZAPPA

A vent’anni ero troppo beatlesiano per andare oltre la coltre degli album più digeribili di Zappa come Apostrophe (‘), Overnight Sensation e Grand Wazoo. I quarant’anni, nel mezzo del cammin di nostra vita vagabonda, mi resero zappiano ortodosso. Il labirinto musicale della sua opera complessa mi illuminò come aveva fatto quello letterario dell’Ulisse di Joyce durante i giorni ribelli dello “studio matto e disperatissimo” di gioventù.
Del resto gli album di Zappa sono stati complici del mio giro del mondo in una vita di viaggi spericolati. Da Dussmann a Berlino mi trovarono in chiusura, a tarda sera, addormentato su una poltrona, con tanto di cuffia, ad ascoltare Civilization Phase III, l’album di inediti uscito postumo alla morte. All’aeroporto londinese di Gatwick restarono sconcertati al check in per i panni sporchi in un sacchetto perché il minuscolo bagaglio a mano era occupato da vecchi vinili di Zappa scovati a Londra. Senza dimenticare le tiepide mattinate canadesi in un vecchio negozio di Toronto alla ricerca degli introvabili CD pubblicati oltreoceano dalla Ryoko Disc. Poi la Zappa Records firmò un accordo milionario con la Universal per riordinare e ripubblicare tutto l’ambizioso catalogo, rendendoci la vita più semplice (o quasi) ma non per le nostre tasche.

FRANK ZAPPA, INCARNAZIONE DELLA MUSICA


I sacrifici di una vita per raccogliere tutti i 127 dischi ufficiali, di cui oltre sessanta pubblicati postumi dalla famiglia negli ultimi trent’anni senza Frank, hanno indispettito la mia fidanzata di allora, oggi moglie rassegnata. Pensavo che non si sarebbe presentata all’altare quando scoprì che, per mancanza di spazio, avevo imboscato chili e chili di cd di Frank Zappa provenienti da mezzo mondo nei cassetti del comò, sotto la biancheria intima. Ne è valsa la pena?
Sì, perché Frank Zappa non è stato soltanto una virtuosa chitarra rock o l’ultimo antifricchettone convinto sulla coda del Novecento. Frank Zappa è stato l’incarnazione della musica, dal rock al blues, dal fusion al progressive, dal jazz alla classica, viva nella sua complessità e imperabilità tra le ispirazioni elettriche di Edgar Varèse, lontano dai clichè del divo o del rockettaro maledetto che per essere creativo deve fare uso di sostanze stupefacenti.
Per noi apostoli zappiani la sua opera complessa di andate e ritorni, al di là della circolarità della stessa opera d’arte, si è rivelata la filosofia della musica stessa. Genio, incompreso dalla miope industria discografica, è stato messo alle strette dalla censura e da quelle intimidazioni dei poteri occulti che però hanno scatenato effetti al contrario: la riconoscenza planetaria del talento di ricercatore e testardo avanguardista.

MUSICA, MAESTRO

Chissà cosa direbbe oggi il buon vecchio Frank, alla veneranda età di 83 anni, del nostro tempo brancolante nel buio tra il regime degli algoritmi e lo schiavismo dell’occhio del Big Brother orwelliano, tra guerre feroci, femminicidi e ipocrita buonismo, tra la smania collettiva di apparire nel mainstreaming e privarsi di tornare ad essere noi stessi nella quotidianità reale. Il vecchio saggio starebbe zitto, impugnerebbe la chitarra. E noi, oggi come allora, chiederemmo sottovoce: “Musica, maestro.”