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No al Femminicidio. Il ricordo tenero della mia Laura per l’ultimo saluto a Giulia Cecchettin

Non bastano le dita delle mani per contare i casi di femminicidio in Italia. La morte di Giulia Cecchettin (Art Cover: Antonio Federico) ha scosso tutti. Oggi Padova le tributa l’ultimo saluto mentre in ogni angolo del nostro Paese si continua ad urlare: “No al femminicidio”.
La violenza non è questione di genere o sesso, appartiene alla razza umana. La storia tragica di Giulia mi ha ricordato però che non tutti gli uomini sono violenti, riportando a galla la mia storia adolescenziale con Laura.

STORIE DI PERIFERIA TRA TENEREZZE E OMERTA’

All’alba degli anni Novanta io e Laura eravamo due ragazzi occhialuti di periferia. Ci innamorammo su una panchina mentre io ero alle prese con la maturità e lei, di qualche anno più piccola, in preda all’ansia delle ultime interrogazioni di fine anno.
La aspettavo sotto casa di Donatella, fidata compagna di classe che, assieme alle sorelle, proteggeva la nostra tenera clandestinità. Quando accompagnavo Laura a scuola in Vespa, facendo attenzione che non ci vedessero, lei mi infilava nello zaino letterine d’amore imbevute dei suoi profumini.
Non ho mai capito perché in paese scandalizzasse più il bacio di due adolescenti anziché l’omertà delle generazioni precedenti di fronte al femminicidio, alla violenza subita da tante donne nel lurido piccolo mondo antico della famiglia patriarcale di stampo maschilista.
Mia zia Lilina, che nel Secondo Dopoguerra aveva lavorato nei campi alla periferia di Napoli, mi raccontò di fattori violenti, di mogli contadine pestate, di violenze taciute dietro i sacchi di patate per paura di perdere il lavoro stagionale o essere isolata dal resto della comunità per aver fatto “la spia”.

IL NO DI LAURA MI FECE CRESCERE

In una giornata uggiosa di novembre Laura decise di mettere fine alla nostra storia da ragazzini. Mi sentii crollare il mondo addosso, per la prima volta avvertivo un tremendo senso di abbandono. Come avrei fatto senza le sue coccole, la passione per Freddie Mercury infilata nelle musicassette che mi registrava, le passeggiate mano nella mano lungo i binari della ferrovia guardando i treni che portavano nei vagoni i nostri sogni di un’adolescenza ribelle, i progetti comuni, la promessa che un giorno con i risparmi l’avrei portata a Londra a un concerto dei Queen, magari a dicembre per il compleanno?
Non ebbi nessun raptus di violenza, anzi il sentimentalismo prese il sopravvento sulla rabbia.
Con una videocamera me ne andai in giro a filmare i nostri luoghi, sovraincisii delle musiche, le feci recapitare una videocassetta, con la speranza che infilandola nel videoregistratore la nostalgia riaccendesse il cuore.
L’indomani Laura mi restituì la VHS e, guardandomi con gli occhioni lucidi, mi salutò con una carezza come per dire “non cambiare per gli altri, resta te stesso”. Il suo No mi fece crescere e io senza rancore decisi che non avrei rinnegato l’indole di sentimentale, nonostante quelli come me ai tempi erano additati come “mezze femminucce”.

NO AL FEMMINICIDIO SENZA SLOGAN

Cara Giulia, se da una parte oggi essere uomo mi fa vergognare per le violenze che in tante subiscono, dall’altra ho una consolazione. Laura e le donne avute accanto nella vita, attraverso il bene che mi hanno voluto, mi hanno insegnato che senza l’universo femminile la nostra esistenza sarebbe una nullità.
Baci, carezze, amore, rispetto reciproco e cuore ti portano lontano se combatti fianco a fianco e giorno dopo giorno i luoghi comuni, i pregiudizi, i soprusi. Oggi dico “No al femmicidio” senza slogan, lasciando che questi pensieri aggrovigliati con i ricordi si alzino in volo verso di te come palloncini colorati.

30 anni senza Frank Zappa in oltre 120 dischi tra rock e avanguardia

Frank Zappa ce lo portò via il 4 dicembre 1993. Noi studenti universitari di allora piangemmo la dipartita prematura del genio musicale del XX secolo per un tumore alla prostrata. Frank in realtà ci beffò tutti perché aveva lasciato in buone mani un archivio stratosferico di registrazioni, inclusi sorprendenti inediti, che gli avrebbero allungato la vita.
30 anni senza FZ? Macché, con tutto questo bendidio che abbiamo ascoltato decennio dopo decennio è come se lui fosse ancora lì, rinchiuso nel bunker di registrazione con le sue Mothers of Invention.

DAL LABIRINTO LETTERARIO DI JOYCE A QUELLO MUSICALE DI FRANK ZAPPA

A vent’anni ero troppo beatlesiano per andare oltre la coltre degli album più digeribili di Zappa come Apostrophe (‘), Overnight Sensation e Grand Wazoo. I quarant’anni, nel mezzo del cammin di nostra vita vagabonda, mi resero zappiano ortodosso. Il labirinto musicale della sua opera complessa mi illuminò come aveva fatto quello letterario dell’Ulisse di Joyce durante i giorni ribelli dello “studio matto e disperatissimo” di gioventù.
Del resto gli album di Zappa sono stati complici del mio giro del mondo in una vita di viaggi spericolati. Da Dussmann a Berlino mi trovarono in chiusura, a tarda sera, addormentato su una poltrona, con tanto di cuffia, ad ascoltare Civilization Phase III, l’album di inediti uscito postumo alla morte. All’aeroporto londinese di Gatwick restarono sconcertati al check in per i panni sporchi in un sacchetto perché il minuscolo bagaglio a mano era occupato da vecchi vinili di Zappa scovati a Londra. Senza dimenticare le tiepide mattinate canadesi in un vecchio negozio di Toronto alla ricerca degli introvabili CD pubblicati oltreoceano dalla Ryoko Disc. Poi la Zappa Records firmò un accordo milionario con la Universal per riordinare e ripubblicare tutto l’ambizioso catalogo, rendendoci la vita più semplice (o quasi) ma non per le nostre tasche.

FRANK ZAPPA, INCARNAZIONE DELLA MUSICA


I sacrifici di una vita per raccogliere tutti i 127 dischi ufficiali, di cui oltre sessanta pubblicati postumi dalla famiglia negli ultimi trent’anni senza Frank, hanno indispettito la mia fidanzata di allora, oggi moglie rassegnata. Pensavo che non si sarebbe presentata all’altare quando scoprì che, per mancanza di spazio, avevo imboscato chili e chili di cd di Frank Zappa provenienti da mezzo mondo nei cassetti del comò, sotto la biancheria intima. Ne è valsa la pena?
Sì, perché Frank Zappa non è stato soltanto una virtuosa chitarra rock o l’ultimo antifricchettone convinto sulla coda del Novecento. Frank Zappa è stato l’incarnazione della musica, dal rock al blues, dal fusion al progressive, dal jazz alla classica, viva nella sua complessità e imperabilità tra le ispirazioni elettriche di Edgar Varèse, lontano dai clichè del divo o del rockettaro maledetto che per essere creativo deve fare uso di sostanze stupefacenti.
Per noi apostoli zappiani la sua opera complessa di andate e ritorni, al di là della circolarità della stessa opera d’arte, si è rivelata la filosofia della musica stessa. Genio, incompreso dalla miope industria discografica, è stato messo alle strette dalla censura e da quelle intimidazioni dei poteri occulti che però hanno scatenato effetti al contrario: la riconoscenza planetaria del talento di ricercatore e testardo avanguardista.

MUSICA, MAESTRO

Chissà cosa direbbe oggi il buon vecchio Frank, alla veneranda età di 83 anni, del nostro tempo brancolante nel buio tra il regime degli algoritmi e lo schiavismo dell’occhio del Big Brother orwelliano, tra guerre feroci, femminicidi e ipocrita buonismo, tra la smania collettiva di apparire nel mainstreaming e privarsi di tornare ad essere noi stessi nella quotidianità reale. Il vecchio saggio starebbe zitto, impugnerebbe la chitarra. E noi, oggi come allora, chiederemmo sottovoce: “Musica, maestro.”

Riverdale e il giorno dei morti nell’addio commovente a Luke Perry

La celebrazione del giorno dei morti del 2 novembre ci appartiene come ai messicani e neanche l’infatuazione dei più piccoli per Halloween potrà convincerci del contrario. Riverdale, la serie tv americana disponibile su Netflix e ispirata ai fumetti d’oltreoceano di Archie, fa spesso i conti con il dolore per la perdita di una persona cara. Perché vale la pena rivedere la prima puntata della quarta stagione, addio commovente all’attore Luke Perry?

DA BEVERLY HILLS 90210 A RIVERDALE

Per quelli della mia generazione Luke Perry, scomparso prematuramente nel 2019 all’età di 52 anni, ha prestato il volto al Dylan di Beverly Hills 90210. Chi non ricorda la serie televisiva ambientata in California che in dieci memorabili stagioni ci ha fatto cavalcare gli anni novanta?
Prima di vestire i panni di Fred Andrews in Riverdale, Perry ha reso cult l’interpretazione giovanile di Dylan. Il suo personaggio in Beverly Hills 90210 aveva contribuito a far tornare in noi giovani di allora la voglia di continuare ad essere noi stessi. Sì, perché da ragazzi di periferia potevamo starcene alla larga dai primi ricatti dell’altra vita in Internet, felici anche senza i soldi, le macchine e le bellezze di plastica che circolavano sulle strade californiane della televisione di allora.
Per i teenager di oggi il ricordo di Luke Perry è ancora vivo nella fisionomia di Fred Andrews, il papà premuroso e onesto di Riverdale, che gli autori della popolare serie hanno dovuto cancellare dalla sceneggiatura per la morte improvvisa dell’interprete.

DOLORE TRA FICTION E REALTA’

La penna dello sceneggiatore di Riverdale Roberto Aguirre-Sacasa è stata abile, per tutta la durata della puntata commovente dedicata alla scomparsa del papà di Archie, a farci chiedere per l’ennesima volta: è legittimo provare dolore per la perdita di qualcuno mai conosciuto di persona che ha dato vita ad un personaggio che non smetteremo mai di amare?
Sì e questo va oltre l’espediente narrativo di far apparire per l’occasione Shannen Doherty, la Brenda protagonista di Beverly Hills 90210, che in Riverdale interpreta la donna per cui è corso in aiuto Fred ed è stato investito da un’auto.
Gli attori Luke e Shannen, vecchi compagni di set, non si incontreranno mai in Riverdale e questo poco importa. Ciò che conta è aver ufficializzato il legame e l’eredità tra due serie televisive, tra due generazioni che, dentro e fuori il piccolo schermo, oggi giocano a ricoprire i ruoli complicati di genitori e figli.

IL GIORNO DEI MORTI NELL’ADDIO A FRED/LUKE

I funerali di Fred Andrews in Riverdale e la partecipazione commossa di tutta la comunità ci ricordano quelli di Luke Perry e di tutti i papà che sono andati via, lasciando noi figli senza il braccio e la gamba supplementari per affrontare meglio la vita.
Fanno bene gli sceneggiatori a suggerirci che un funerale di un padre come il 2 novembre, il giorno dei morti, può diventare una festa quando un figlio si sente il più fortunato del mondo per avere avuto un papà che lo ha reso migliore. E così un addio resta un arrivederci.

Museo Immigrazione

Memoria e commozione al Museo dell’Immigrazione di Ellis Island

IL portale immigrazione degli USA si trova all’Ellis Island. L’isolotto nella baia di New York fu tappa obbligata per tutti gli immigrati in entrata negli Stati Uniti d’America. Il ritorno al Museo dell’Immigrazione mi ha ricordato che anche noi italiani lo siamo stati.

DA LADY LIBERTY AL PORTALE IMMIGRAZIONE

L’apnea della memoria ti costringe a vedere tutto quello che c’è intorno a te attraverso un ponte che collega presente e futuro. La mia prima volta sotto e dentro la Statua della Libertà, nel lontano 1992, non fu il vezzo di uno studente. Fu il desiderio di un ventenne di allineare il proprio sguardo agli emigranti che scorgevano dalle navi, in arrivo da mezza Europa, quello accogliente e rassicurante di Lady Liberty.

ISOLA DI LACRIME E SPERANZA

Entrare nel corpo della Statua della Libertà è come rientrare nel ventre materno, dare calci al sogno antico di partire alla conquista di una nuova vita. Essere traghettato su Ellis Island, oggi casa del portale immigrazione degli Stati Uniti d’America, è cogliere un’occasione unica e irripetibile. Sì perché il Museo dell’Immigrazione è la testimonianza concreta di un Paese che fa i conti con la storia. Atto coraggioso è anche riconoscere i costruttori dell’American Dream nel lavoro di tutti gli immigrati passati fino al 1954 sull’isola di lacrime e speranza

SILENZI E MEMORIE AL MUSEO DELL’IMMIGRAZIONE

Le gigantografie fotografiche di uomini, donne, bambini, gli sguardi desolati dopo aver lasciato la terra natale, commuovono noi viaggiatori mentre ci soffermiamo nella sala a piano terra dove si registravano i bagagli degli immigrati.
L’ansia per la paura dell’espulsione cominciava nella maestosa Registry Hall dove, superati i controlli e la visita medica, si scampava il pericolo di essere rimandati indietro. Il silenzio e il vuoto di questa sala vi accompagneranno per tutto il percorso e se finirete a mangiare un hamburger nel vecchio refettorio vi sembrererà di rivedere i volti di allora. Emozioni che sentirete addosso persino nell’ultima parte di traghettata fino a Battery Park.
E lo spettrale incubo che il nostro tempo avido di futuro strappi all’improvviso queste pagine di storia? Non accadrà finché ci saranno nuove generazioni ad affollare musei come questo.

Viaggi al cioccolato: i 20 anni di Le Caméléon Chocolate

Cioccolato e viaggi, due passioni intense, che filano il mio incontro con le Maître Chocolatier Sophie Vanderbecken. Quale modo migliore per festeggiare i vent’anni Le Caméléon Chocolates a Città del Messico?
Farsi offrire un bel posto letto per dormirci sopra e scoprire i piccoli segreti del famoso laboratorio artigianale della capitale messicana al numero 87 di Manuel Payno.

CIOCCOLATO E RICERCA

Sophie, belga d’origine e messicana d’adozione, mi ha confessato durante il nostro primo incontro a Oaxaca de Juárez qualche mese fa: “La passione per il cioccolato appartiene agli anni dell’infanzia. Dopo il trasferimento in Messico ho capito che potevo farne un mestiere ad un patto. Mettere la ricerca al centro della mia nuova attività.” Sophie non era stata la classica bimba golosona che svuotava la dispensa della nonna. Era cresciuta incuriosendosi piuttosto su cosa ci fosse dietro quei sapori e i vari equilibri.

CIOCCOLATO E VIAGGI

La Vanderbecken, attraverso il successo di Le Caméléon Chocolate, ha contribuito a frantumare nel suo piccolo l’odioso maschilismo di cui è infestata l’industria del cioccolato. Le sue ricerche la portano in giro tra le migliori piantagioni, dal Venezuela alla Colombia.
Competenza e conoscenza in anni di lavoro sodo fanno delle fiere di mezzo mondo la seconda casa di Sophie così come le competition. Penso a quelle bandite dall’Università di Londra sulle sculture di cioccolato o agli International Chocolate Awards in Perù.
La partecipazione a conferenze in prestigiose cornici di settore, dal Salone del Cioccolato e Cacao di Città del Messico al Festival del Cioccolato di Tabasco, hanno spinto Sophie Vanderbecken a salire “in cattedra”.

LE CAMELEON CHOCOLATE

Il valore aggiunto della conoscenza sta anche nella condivisione e così il laboratorio Le Caméléon Chocolate si trasforma spesso in aula per interessentanti workshop e aggiornamenti su questo affascinante mondo.
Nei giorni messicani delle mie incursioni dietro le quinte della bottega artigianale del quartiere di Obrera, ho avuto modo di apprezzare e capire da più vicino determinate scelte. Produrre del cioccolato di alta qualità con i grassi vegetali non rispetta soltanto la salute alimentare ma anche la natura stessa.
E poi sia cioccolato al peperoncino a Nogada o deliziose praline al gianduia l’assaggio contiene storia e radici, memorie culinarie che fanno del cacao e della sua lavorazione un patrimonio dell’umanità da salvaguardare.


Palestina Terrasonora

Viaggi e musica: Dalla Palestina di Faisal Taher alla periferia di Napoli dei Terrasonora

La musica può fare ancora tanto per unirci. La Palestina di Faisal Taher, classe 1959 ed emigrato in Italia nel 1986, si scioglie nelle sonorità di una delle band più affermate del “Niù Folk” del Sud Italia: i Terrasonora. Gennaro, Raffaele e Antonio Esposito, Antonello Gajulli, Gaia Fusco, Vincenzo e Davide Maria Laudiero ritornano sulla cresta dell’onda con Malevera, un brano convincente sui disagi della contemporaneità attraverso la metafora dell’erbaccia che può crescere dentro e fuori di noi.
Scritto a sei mani da Gennaro Esposito, Saverio Carpine e Davide Maria Laudiero, il testo e la musica di Malevera si nutrono del cartone animato del bravo Andrea Sirignano e della voce palestinese di Faisal Taher.

LA PALESTINA DI FAISAL

Il timbro vocale pacifico di Faisal mi riporta al viaggio in Palestina dell’anno scorso. Mi trovavo ad una sessantina di chilometri da Yabad, la sua città natale costretto a lasciare a 27 anni nel pieno del conflitto israelo-palestinese. Faisal assomiglia a Malik, uno dei protagonisti del video musicale di Malevera, immigrato in Italia alla ricerca di un futuro diverso. Quanti suoi coetanei rimasti lì non ce l’hanno fatta?
Non fu il capriccio di un giornalista l’ostinata discesa in Israele. Un autobus mi portò da Ascalona sulla Striscia di Gaza, pochi mesi prima che ricominciasse il palleggio delle bombe.
Era piuttosto la voglia di guardare all’orizzonte i territori visti nella tv dell’infanzia. Non ho mai smesso di contare i miei coetanei diventati angeli prematuramente mentre giocavano sotto quei bombardamenti tremendi.

LA PERIFERIA DI NAPOLI DEI TERRASONORA

Carmine, l’altro protagonista del video musicale di Malevera, rappresenta bene chi cerca di fuggire dalle tentazioni della malavita e dai ricatti della criminalità organizzata:

So’ lloro… so’ padrune ca se venneno ‘o sudore… Spaccianno ‘na speranza ca s’avota e so’ dulure. Malevera che cresce, Malevera dint’a ll’osse… Malevera è ccà… Malevera è ccà…

Le canzoni sanno essere dolorosamente profetiche senza guardare nella sfera di cristallo. I fatti di cronaca di questi giorni al Parco Verde di Caivano hanno riportato la periferia di Napoli nel ciclone mediatico.
Le parole e le musiche dei Terrasonora schiaffeggiano l’infamia e le mostruosità insidiate nel quotidiano. Malevera ci lascia una legittima speranza, la stessa che brilla nella Palestina di Faisal o nello sguardo luminoso del prete napoletano di frontiera don Maurizio Patriciello:

Ah! Fa’ ‘na grazia a sta gente, ca’nun tene cchiù niente: sulo ‘o mare ‘a guardà! Ah! Puorte dinto ll’addore, viento tocca stu’ ciore, ca’ me fa’ respirà!

La musica può fare ancora tanto, anche per smuovere dal torpore le nostre coscienze in qualsiasi parte del mondo, in una trincea di guerra così come in una zolla di terra di frontiera.

C’era una volta in America e Giamaica il viaggio con mia moglie

C’era una volta in America in 32 giorni di viaggio senza tralasciare una storia che pochi conoscono. Lo scorso dicembre stavo per realizzare il sogno di Luisa, mia moglie, di trascorrere Natale a New York. Era tutto pronto, un mese prima mi sono accorto che l’ESTA non era valido. Cuba, da cui ero appena rientrato, era stata inserita dagli USA nella lista dei Paesi “sponsor del terrorismo”. Ho smosso mari e monti ma non c’è stato modo di anticipare il colloquio in Consolato a Milano. A grande sorpresa, dopo lamentele e disappunti, hanno esteso il mio Visto da uno a dieci anni.
Una medaglia al valore che, nei giorni in cui New York è stata stordita da una tempesta glaciale, mi ha spinto a riorganizzare il viaggio da Sud a Nord lungo la East Cost americana. Mentre gli altri brindavano al Nuovo Anno e i nostri bagagli erano in un angolo, il sottoscritto azionava i superpoteri da re del lowcost. “Donna di poca fede – le dissi a suo tempo – ho preso con una delle compagnie aeree top in altissima stagione andata su Miami e ritorno da Chicago a meno di 600 euro. E ci sono anche i tuoi amati bagagli da 23 chili. L’America non sarà più di due settimane in una città ma di 32 giorni da girovaga.”
Sette mesi dopo, nel giorno del mio 50 compleanno, come in un racconto di Henry James, Luisa ha cambiato le carte in tavole con i suoi risparmi: “Doveva essere la mia prima volta in America ma è anche la tua. Ci torni per la quinta volta e il biglietto aereo del tuo primo viaggio dei 50 voglio sia il mio regalo.”

C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA

Trentadue giorni incredibili lontani dai viaggi confezionati o da catalogo. C’era una volta in America di decenni e decenni di ritorni vissuti, che volevo presentare a mia moglie, lontano dal cliché di Paese guerrafondaia o landa del cibo spazzatura. I miei Stati Uniti, attraversati in oltre 30 anni di viaggi, restano quelli dei versi di Dylan Thomas, le pagine di Kerouac, Bukowski e Hemingway tradotti sulle orme di Nanda Pivano intervistata su un divanetto milanese. E poi ancora il cinema di Chaplin, Scorsese e Allen, l’arte di Warhol, le provocazioni di John & Yoko, il rock di Springsteen, le poesie musicate di Bob Dylan e Lou Reed, il blues di B.B. King. E cosa dire dell’incontro a Chelsea con Susan Sarandon, l’altra metà delle nostre “Thelma & Louise”, o delle saette musicali e antifricchettone di Zappa? Queste ultime le dedico ai radical chic che volevano farmi andare di traverso l’hot dog in cambio di una scodella di riso delle vecchie e moderne dittature asiatiche. Sono come San Tommaso, viaggio per vedere con gli occhi, altrimenti resto a casa e sto zitto.

DA MIAMI A NEW YORK


Il nostro viaggio dalla Florida condivisa con i cubani immigrati fuggiti dalle schifezze dei regimi di Fidel e Raul Castro, all’affacciata sul balcone di Hemingway a Key West, punta estrema degli USA con lo sguardo rivolto al mare dei Caraibi. Dalla Miami speciale nel giorno dell’onomastico di Mimmo, un nostro caro amico, al terzo rientro a New York (mio padre sacrificò due stipendi da operaio per mandarmi la prima volta nel ’92). Senza l’effimera sapienza dei gruppi facebookiani, il faretto per mia moglie è stato il mio vissuto nella Grande Mela, della Statua della Libertà, di Ellis Island e del museo degli immigrati, della nuova amicizia con Vincenzo, emigrato con la famiglia a Brooklyn negli anni ‘60 da Pomigliano d’Arco, orgoglio di essere un italiano in America attraverso una vita fatta di sacrifici, onestà, lavoro e amore per la famiglia.
E quando a sorpresa ce lo siamo trovati all’aeroporto di JFK è come se mio padre da lassù lo avesse telefonato: “Vince’ mi nasconderò dietro di te, sarò la tua ombra, così gli sembrerà che sono tornato a prenderlo in aeroporto.”

GLI USA TRA VITA QUOTIDIANA E AMARCORD


Luisa, distante dalla goliardia degli odiosi “viaggi instagrammati”, si è ritrovata a cominciare le giornate newyorchesi in una stanza di Queens, a sorridere al nuovo vicinato multietnico, a passeggiare nella Brooklyn periferica di Bay Ridge assieme a Tony Manero di “La Febbre del Sabato sera”. E poi a girare tra le giostre poetiche di Coney Island e non nelle disneyane costose e affollate di Orlando, ammutolita nel silenzio di Ground Zero dopo averle anticipato che la mia New York del ‘92 non sarebbe più tornata indietro.
L’emozione di vedere Luisa, la ragazza di periferia di cui mi sono innamorato tredici anni fa, nel Village a New York nello stesso punto dello scatto della copertina di un disco di Bob Dylan, al tramonto sull’Interstate 41 del Wisconsin o con il gps a cercare i luoghi del film Rocky in un sobborgo malfamato di Philadelphia. Era lei a tifare per i Cubs ad una partita di baseball a Chicago, a passeggiare nel lungo flashback della Milwaukee di Happy Days e Laverne & Shirley, improvvisata criminologa tra le ombre dei gangster e di Al Capone nella Chicago del Proibizionismo, ad un passo dal gigante Buddy Guy in un club di blues dell’Illinois.

L’ALTRA GIAMAICA TRA PERICOLI E DISUGUAGLIANZE

E poi la virata della settimana in Giamaica, ispirata dalle canzoni di Bob Marley e Peter Tosh. Giamaica non è il mare caraibico o il confort dei resort spuntati come funghi negli ultimi decenni, oppio del turismo di massa e dei crocieristi. È la povertà vista nel nostro pellegrinaggio, un’isola stremata, pericolosa e piena di disuguaglianze, che si porta dietro ancora lo sfruttamento e gli scheletri nell’armadio del colonialismo inglese. Indimenticabili emozioni sugli spalti dello stadio di Kingston a condividere con i giamaicani la Festa dell’Indipendenza. Questa parentesi di sette giorni è racchiuso in un palmo di mano, nel gesto di generosità da parte di una famiglia di Ocho Rios: “Signora, non abbia paura. Vi riportiamo a casa. Salga in auto al posto mio, tanto nostro figlio si infila nel cofano, c’è spazio per tutti.”

VIAGGI E RINASCITE


Dopo questi episodi di generosità gratuita, in ogni rinascita e nuova vita che ciascun viaggio mi dona, torna con prepotenza la mia strafottenza verso i legami imposti perché la famiglia e le amicizie si allargano on the road, “sulla strada”.
I viaggi indimenticabili non li fanno un biglietto aereo o l’ansia di prenotare alberghi nel posto giusto ma i viaggiatori che sanno farsi passeggeri del mondo e dell’esistenza.

Casa Azul, Frida Kahlo

Frida Kahlo è viva nella sua Casa Azul a Città del Messico

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Alla casa museo di Frida Kahlo ci sono arrivato a prima mattina. Ero in viaggio a Città del Messico. Casa Azul si trova a Coyoacán, una delle mie colonie preferite nella capitale numero 58 del mio giro del mondo. Dov’è nato desiderio di un incontro spiriturale con la pittrice messicana?

DAL FESTIVAL DEL CINEMA DI VENEZIA A CASA AZUL

Nel settembre 2002 ero al Festival del Cinema di Venezia per la prima di Frida, il film diretto da Julie Taymor. Della mia intervista all’attrice protagonista Salma Hayek mi colpì il racconto del suo lavoro di preparazione all’interpretazione di Frida Kahlo, personaggio femminile molto complesso.
Mi disgustano le infatuazioni nazional popolari, allora in tanti a stento conoscevano l’arte di Frida. Il film di Taymor ha avuto il merito di aver illuminato la mia generazione. Qui è germogliato il seme del desiderio di visitare la casa-museo a Città del Messico che custodisce la memoria di Frida e del marito Diego Rivera.

INCONTRO SPIRITUALE CON FRIDA E DIEGO

Ho sempre nutrito dubbi sulle case-museo e spesso hanno deluso le mie aspettative. Casa Azul, dove Frida nacque nel 1907 e si trasferì con il grande pittore e muralista messicano nel ’40, ha un nonsoché di magico.
Entrandovi scatta un’immersione totale tra il visitatore e chi è riuscito a mischiare arte e vita, facendo della propria evoluzione il motore artistico di ua riflessione esistenzialista e ideologica. Casa Azul non è un luogo di antiche memorie o spettri soggiogati dal turista avido di selfie, è piuttosto la corsia preferenziale per un incontro spiriturale con Frida Kahlo e Diego Rivera, di cui si avverte la presenza.

FRIDA KAHLO E DIEGO RIVERA SONO VIVI

Frida Kahlo e Diego Rivera sono vivi attraverso gli oggetti e le opere d’arte che abitano le stanze della casa, le suppellettili, lo scrittoio, il tavolo e gli arnesi di lavoro, la sedia a rotelle di Frida sulle cui ruote è in sosta ancora il dolore e la sofferenza di una vita.
Mentre ci cammino ho tra le mani una pubblicazione rara stampata in pochi esempleari. Me lo ha procurato un vecchio libraio del centro storico di Città del Messico. Si tratta del catalogo della prima mostra nella capitale di Diego Rivera realizzata nel 1958, ad un anno dalla sua scomparsa.
Esco e mi fermo nel giardino, mi siedo, mi guardo intorno. Apro il taccuino, prendo la biro, mi sembra di averli di fronte a me. Comincia l’intervista desiderata, immaginata.

Marcello Colasurdo

Marcello Colasurdo, buddha del folk, ritornerà sul suo Monte Somma

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cover foto di Jeanbruno Maccotta

In Messico mi arriva la notizia in piena notte: Marcello Colasurdo non c’è più. Faccio finta di niente fino al giorno in cui rientro in Italia. All’aereoporto di Milano Malpensa mi fermo sulla scaletta dell’aereo, il sole mi acceca e nell’abbaglio rivedo mio padre, all’alba degli anni ’80, che mi porta un vinile da una riunione sindacale alla periferia di Napoli.

TAMMURRIATA DELL’ALFA SUD TRA POMIGLIANO E LIVERPOOL

Allora andavo alle elementari, non avevo il giradischi per ascoltare “Tammurriata dell’Alfa Sud” del gruppo operaio di E’ Zezi e lo conservai con la promessa che da grande lo avrei fatto. Nel 1990 fu il primo vinile solcato dalla puntina del mio giradischi nuovo di zecca insieme a un vecchio disco dei Beatles trafugato in un mercatino londinese: Marcello, ‘E Zezi, il Vesuvio operaio di papà da una parte; John (Lennon), i Beatles, la Liverpool delle fabbriche buie della Gran Bretagna dall’altra.
Anni dopo questo passaggio all’Università, all’esame di Storia della Tradizioni Popolari, mi valse la richiesta di una tesi su Colasurdo e gli Zezi. La declinai, con rammarico, avevo già un progetto di Letturatura e Cinema nel cassetto.

COLASURDO L’ANTIDIVO

Nel ’95, prima dell’uscita di Marcello dagli Zezi, la redazione mi spedì ad un loro concerto memorabile. Ero alle prime armi. Al termine mi barcamenai tra la folla in delirio, conobbi Marcello, scese dal palco, mi abbracciò e mi disse: “Guagliò io non sono un maestro. Quando vuoi ci vediamo e facciamo una chiacchierata, ma senza quell’arnese (si riferiva al mio registratore a cassette)”. Non se ne fece mai niente. In quella notte all’ombra del Monte Somma, tra musica folk e tammorre, capii che quelle erano le radici di tutti noi messi assieme, giovani e meno giovani. Marcello Colasurdo è stato un punto di riferimento per tanti artisti del territorio e ciascuno gli deve qualcosa: da Enzo Avitabile a Daniele Sepe, da Eugenio Bennato ai 99 Posse.

IL FOLK DI MARCELLO DALLA FABBRICA ALLE LOTTE OPERAIE NEGLI ANNI DI PIOMBO

Le tammurriate di Marcello Colasurdo sono nate nei sotterranei di una fabbrica e chissà quanti benpensanti provinciali di allora erano convinti che il percorso musicale di ‘E Zezi sarebbe finito da lì a poco, inciampando in un gogliardico “dopolavoro operaio”.
Non è stato così e dal 1975, attraversando gli anni di piombo dei Paesi Vesuviani, la musica folk di Marcello ha accompagnato l’infanzia, l’adolescenza e la gioventù di quelli della mia generazione, che hanno visto la sanguinaria ascesa criminale di Raffaele Cutolo e della Nuova Camorra Organizzata fiancheggiata dalla mala politica dei papponi della vecchia e gradassa “Balena bianca”.

DEVOZIONE ANTICLERICALE TRA MUSICA E RELIGIOSITA’

Il folk di Marcello Colasurdo è stato un urlo contro il malaffare e la corruzione, una ricerca continua della libertà artistica e di pensiero, la musica che ha imbarazzato il clero bigotto dell’arretrata diocesi del territorio nolano, dilaniata da tanti rimorsi, inclusa l’orrenda fine dell’anticlericale Giordano Bruno, bruciato vivo come le streghe.
Marcello Colasurdo è stato un antieroe come se fosse, in quella fiseonomia baffuta, un discendente diretto dei Maya e degli Incas, valorosi combattenti ad oltranza contro il fanatismo dell’assassina Spagna cattolica. La sua devozione tra musica e religiosità a Mamma Schiavona, la Madonna di Motervegine, fu colta raramente dai prelati. Eccezione è stato don Peppino Gambardella, il prete scomodo e ribelle della diocesi all’ombra del Vesuvio, che di Colasurdo non ha mai smesso di elogiare sincerità, passione, autenticità.

MARCELLO, MARCELLO, MARCELLO

Scendo dalla scaletta dell’aereo. Piango. Tra un singhiozzo e un altro sento una voce chiamare: “Marcello, Marcello, Marcello.” Non è la voce felliniana della Ekberg che chiama Mastroianni ma quella soave della Madonna di Montevergine che accoglie tra le braccia il suo Marcello.
Oscar Wilde amava ripetere: “Siamo tutti in una fogna, ma alcuni di noi guardano le stelle.”
Marcello Colasurdo non ha mai smesso di guardarle e da “buddha del folk” ritornerà, prima o poi, sul suo Monte Somma.

Chiapas

Messico e nuvole in 5.400 chilometri da Sud a Nord

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Messico e nuvole in viaggio, nei 5.400 chilometri in bus in 26 giorni emozionanti e difficili da organizzare tra Sud, Ovest, Centro fino al Nord. Il mio Messico, lontano dal turismo di massa di Cancun e Playa del Carmen delle coppie di sposini confinate dai tour operator nello Yucatan dei gatti e delle volpi.

DALLO YUCATAN AL CHIAPAS

Messico e Nuvole da Valladolid fino alla poco taccheggiata Merida, superando il marketing turistico di Chichen Itza, grazie a cui completo le 7 meraviglie, per eleggere Uxmal a Meraviglia del Mondo. Messico e nuvole alla ricerca dei Maya e degli Aztechi, i battiti archeologici tra Palenque e Monte Alban, la traversata dello stato di Campeche, le ombre dei Narcos al confine con il Guatemala, giorni e notti burrascosi nel pericolosissimo Chiapas, noi su quel mini van con la polizia che ci ha instradato, la pittoresca San Cristobal de la Casas, spiritualità Maya-cristiana a Chamula, i fantasmi dell’Esercito Nazionale di Liberazione Zapatista e lo spettro della guerra civile del ‘94 che qualcuno qui vorrebbe ridurre a una bravata di quattro anarchici messicani.

OAXACA, FOLCLORE E IL PACIFICO DI ACAPULCO

Messico e nuvole nel centro del Paese, dove regna l’autenticità, nello stato di Oaxaca e il suo folclore, le tradizioni spalmate in riti meravigliosi, io che mi affaccio in un matrimonio locale, fino alla virata difficoltosa per strade e sicurezza verso il Pacifico.
La Puerto Escondido dell’omonimo film di Salvatores, l’Acapulco e la sua incantevole baia, nell’immaginario collettivo Messicano regina indiscussa del turismo balneare tra gli anni ‘50 e ‘70 che schiaccia Cancun e Tulum, sorellastre di una Cenerentola destinata a restare principessa per sempre.

CITTA’ DEL MESSICO TRA PROFUMI DI CIOCCOLATO E FRIDA KALHO

Messico e nuvole nella capitale n.58 del mio giro del mondo, sognata e desiderata fin dall’infanzia, tra le più pericolose del mondo. La mia Città del Messico, inespugnabile in bellezza e autorevolezza come la Madrid spagnola, diventa pagina di un indimenticabile diario di viaggio: l’incontro con la Maitre Chocolatier Sophie Vanderbecken che mi ospita sul laboratorio della famosa cioccolateria Le Caméléon Chocolates.
Giorni indimenticabili, condivisione di storie di cioccolato d’autore e vagabondaggi per il mondo, pellegrinaggio laico a Guadalupe, incontro spirituale con Frida Kalho e Diego Rivera a Casa Azul, l’archeologia che ti toglie il fiato al Museo Nazionale di Antropologia.

DAI SORSI DI TEQUILA IN JALISCO AL NORD TEXANO DI MONTERREY

Messico e nuvole nello stato del Jalisco – chi non arriva fino a qui non può capire cosa sia il Centro America – tra allegria e calore delle persone, i sorsi di storia della tequila, le danze, gli orizzonti perduti dell’America texana e le piazze sconfinate di Guadalajara che impongono bellezze, socialità, conoscenza come i due deliziosi studenti Miguel e Myriam.
Messico e Nuvole negli ultimi 800 chilometri pericolosi verso il Nord industriale che guarda il Texas di Houston e Dallas. La mia Monterrey, il mio traguardo, gli stivali messicani, le montagne cinematografiche del Cerro de la Silla, a meno di 200 chilometri dal confine con gli Usa, dove ho rivisto allo specchio il mio on the road Coast to Coast del 2005 e il ricordo dolce delle 36 ore trascorse con la prozia Olga Mautone Bakely, ammalata di Alzheimer.

LA GENEROSITA’ DEL POPOLO MESSICANO

Grazie alla generosità del popolo messicano, di tanti incontrati in questo mese indimenticabile che mi hanno aiutato a superare ogni difficoltà. Un abbraccio e un grazie speciale al generoso Walther, alla dolcissima Diana, al bellissimo Walther jr, che oggi voglio salutare come gli amici speciali del Jalisco.
Il Messico resterà una delle tappe del cuore tra i 61 Paesi del mio mappamondo. Sulla via del ritorno, scatta il conto alla rovescia che vorrei fermare, mancano pochi giorni ai miei 50 anni.
Grazie a Luisa, la mia First Lady, per aver capito, accompagnato un sogno che si allarga sempre di più, per il supporto con il fuso orario, per aver gestito ansie e preoccupazioni procurate da questo Ulisse giramondo. Adios, Mexico con un trofeo consegnatomi dagli stessi messicani: averti vissuto come volevo in questa immensa traversata.