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Addio “Cuore matto”. L’Italia di Little Tony non abita più qui

Rosario PipoloAntonio Ciacci sognava l’America, affacciato dalla finestra dell’Italia paesana e di periferia della fine degli anni ’50. Sognava un ciuffo cotonato alla Elvis Presley al posto della capigliatura sottomessa alle forbici dei barbieri del Belpaese degli anni del Boom. Gli affibbiarono un nome per scimmiottare il Little Richard d’oltreoceano, senza pensare che tradotto all’italiana rischiava di essere buffo e provinciale: Toniuzzo, Tonino, piccolo Tonio, fate voi. Senza lo scempio della traduzione suonava meglio perchè sembrava venuto da lontano: Little Tony, appunto. Agli inizi i suoi movimenti non ancheggiavano alla maniera spudorata dell’Elvis di Hound Dog – l’Italia democristiana bigotta e clericale non lo permetteva – ma fecero pensare a qualcuno che l’Elvis italiano sarebbe sopravvissuto nell’iconografia pacchiana e folcloristica dell’Italia da balera, risucchiato dal cinema dei musicarelli a cui prese parte.

Non fu così, perché “Cuore matto”, “24000 baci” e “Riderà” fecero di Little Tony il paladino del rock all’italiana, quello che mischiato al pop melodico fece sognare e innamorare le ragazze Yeah Yeah, tra cui mia madre. Molte di quelle ragazze qualche decennio dopo si diedero a nuove frequentazioni, dietro i movimenti femministi. E dentro quell’urlo da megafono non potevano esserci più le canzoni di Little Tony, ma quelle impegnate dei nuovi cantautori. Alcune lo rinnegarono, in tante lo tennero stretto al cuore, proprio come mia madre che la sua rivoluzione la fece tra quattro mura domestiche. Come mamma, moglie e casalinga agguantò le note della melodia di “Riderà” e le trasformò nello striscione su cui era scritta una parte della sua vita.

L’Italia di Little Tony è morta almeno tre decenni fa, forse negli stessi anni in cui la voce di Antonio Ciacci intonava “Profumo di mare”, la sigla del famoso telefilm Love Boat. Ci resta però in questa galassia di canzoni orecchiabili e disimpegnate il poster gigante di una generazione che non tradì mai le proprie origini, perchè sapeva da dove veniva e dove voleva andare. Proprio come Little Tony, con cui trascorsi un intero pomeriggio a Bologna venti anni fa. Poi scomparve sfrecciando su un’auto sportiva prima che calasse il sole, come ora viene meno una promessa che non posso più mantenere. La dedica in sospeso ad una fedele fan delle mie parti, a cui avrebbe dovuto scrivere: “A zia Angelina. Un bacio, Little Tony”.

Luigi Tenco, vedrai vedrai…

Quando spunta l’anniversario della morte di Luigi Tenco, avvenuta il 27 gennaio 1967, tutti si fiondano ad indagare sulla scomparsa ombrosa del cantautore genovese.  Al di là dei misteri irrisolti, dovremmo dare più spazio nella nostra quotidianità ai cantautori che hanno guardato  avanti, giocando in anticipo sui tempi. L’Italia musicale degli anni ’60 ancheggiava ancora con Celentano, ballava Con le pinne, fucili ed occhiali e si innamorava sulle note di Sapore di mare. Di quell’Italia era figlia una casalinga napoletana, appassionata sfegatata di Morandi, Don Backy e Ranieri. Nonostante la distanza dalla musica impegnata, tra i suoi beniamini c’era Luigi Tenco. Era un pomeriggio del ’79 e alla radio davano Ciao, amore, ciao. Ascoltandola capii che non era il solito brano e lei mi presentò così Tenco: “Eravamo abituati a raccontare l’amore alla maniera di Io, Tu e le Rose (il brano finalista di Sanremo ’67,ndr.), ma Luigi si espriveva in tutt’altra maniera, portando a galla altri aspetti. Non eravamo pronti allora e forse non lo siamo ancora oggi”. Aveva ragione quella casalinga, mia madre, perchè dopo tutto i sentimenti potevano restare intrappolati in una malinconia  dal sapore schopenhaueriano (Mi sono innamorato di te), l’esilio dalla terra natia in un acquerello sussurrato (Ciao, amore, ciao), la speranza in balia degli affanni del tempo (Vedrai vedrai). Nei sabato pomeriggio del primo liceo facevo lo speaker “abusivo” in una radio locale e, mentre dj Alex mi faceva segno di smettere per non perdere i quattro gatti che ci ascoltavano, lessi  i versi che Fabrizio De Andrè gli dedicò in Preghiera in Gennaio: “Signori benpensanti spero non vi dispiaccia  se in cielo, in mezzo ai Santi, Dio, fra le sue braccia, soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte  che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte”.