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Luca Ronconi, quelli che il teatro…

Rosario PipoloQuelli che il teatro lo scelsero perchè il restante fuori il recinto del palcoscenico fosse risucchiato e vissuto con lo sguardo di chi mette insieme drammaturgia, personaggi, esistenza viscerale nella lotta scomposta tra anima e corpo. Il gigante Luca Ronconi.

Quelli che il teatro lo trascinarono nella visione riflessa, dopo Giorgio Strehler e Luigi Squarzina, del terzo occhio per costruire l’impalcatura che fece della regia presa di coscienza, irreversibile rivolta al sistema, contropartita nell’Orlando Furioso, scacco matto dell’avanguardia teatrale in Italia. Il regista Luca Ronconi. 

Quelli che il teatro lo donarono con generosità agli attori e alle attrici che palparono sotto forma di argilla l’unico modo di esistere senza compromessi: dai Branciaroli alle Melato che gli riconobbero il merito di averli illuminati. Il maestro Luca Ronconi. 

Quelli che il teatro lo abitarono e fecero del sipario le tende della propria casa; del palcoscenico la quercia centenaria del proprio giardino; delle quinte gli armadi di tutte le stanze; delle luci della ribalta l’illuminazione di ogni ambiente domestico; dei camerini le tane dove fermarsi a riflettere, dall’Argentina di Roma al Piccolo di Milano. L’uomo di teatro Luca Ronconi. 

Quelli che il teatro lo vissero senza la persecuzione delle scadenze del tempo, convincendoci della reincarnazione dell’uomo di teatro come se, l’invecchiamento a cui siamo condannati noi comuni mortali, non li riguardasse.
A questi ultimi gli dei dissero no alla sepoltura, lasciando il legno del palcoscenico come involucro delle spoglie mortali.  Essere Luca Ronconi.

Quelli che il teatro lo fecero senza sapere che il teatro furono loro stessi. 

Diario di Viaggio: Il riscatto della periferia di Napoli sul palco del Teatro Rostocco

Le prove al teatro Rostocco

Rosario PipoloQuando meno di una ventina di anni fa a Parigi mi rintanai in un teatrino off da una trentina di posti, mi apparvero spazi enormi i miei nascondigli napoletani come il Teatro Nuovo o Galleria Toledo, dove ero stato svezzato dalla nuova drammaturgia di Ruccello, Moscato, Silvestri. Tornare alla periferia di Napoli e mettere piede in un rifugio teatrale simile a quello parigino, mi ha fatto fare una riflessione: c’è stata finalmente una giovanissima generazione di periferia che ha schiaffeggiato il dilettantismo e il divismo che spesso si riduce a spavalderia sfacciata nei piccoli luoghi di provincia. Un gruppo di appassionati ha messo in piedi una bottega teatrale. Il Teatro Rostocco di Acerra, in provincia di Napoli, è l’unico luogo che oggi lega, attraverso un sotterraneo mistico, la provincia alla metropoli. Ci sono finito perché mi hanno organizzato in anteprima un reading di alcuni passi del mio romanzo. Mi ha fatto effetto ascoltare la voce dei miei personaggi attraverso l’anima di giovani attori, mentre il pubblico era assorto nella sua intimità.

Al di là degli spettacoli della compagnia, che rappresentano una specie di laboratorio per far vivere il teatro anche a chi non lo fa come professione, l’atto coraggioso è la rassegna proposta dal Rostocco: un cartellone che spilucca nelle micro proposte interessanti del panorama teatrale off italiano, che spesso non hanno la visibilità meritata. Ed è così che la “bottega” di cinquanta posti diventa fortino privilegiato di incontri drammaturgici. Gli stessi che sulla scena si trasformano nelle schegge impazzite di cui abbiamo bisogno per tornare a vivere: usciamo dalla prigionia virtuale dei social network e torniamo a teatro, una volta e per tutte!

Nei luoghi dei miei viaggi in Italia, cerco sempre un nesso con i miei vagabondaggi in Europa. E sono contento di essere finito lì perché è una sorta di spazio magico che ti fa sentire un navigante, senza appartenere ai soliti cliché del territorio. Nel paio d’ore trascorse al Rostocco di Acerra sono tornato a convincermi che gli uomini e le donne di buona volontà, giovani e meno giovani, possono fare nel loro piccolo ciò che spesso le istituzioni non sono all’altezza di compiere: far uscire le radici della nostra memoria collettiva da musei e santuari locali per esportarle attraverso le gambe della memoria. In questo piccolo teatro di periferia abbiamo una grande opportunità: riappropriarci di una coscienza collettiva e della nostra civiltà. E me lo ricordò Giorgio Gaber, scomparso dieci anni fa in questi giorni, nell’ultimo nostro incontro: “Libertà è partecipazione”.

Teatro Rostocco