Pipolo.it

Blog e Sito di Rosario Pipolo online dal 2001

I Love Ischia, l’isola romantica che ha salvato l’ultima cabina telefonica

Rosario PipoloSi può essere romantici senza essere per forza nostalgici, appendendo i corsi e ricorsi storici di una comunità ad una vecchia cornetta del telefono. Mentre l’Italia si disfa delle obsolete cabine telefoniche, l’isola di Ischia dà una bella lezione alla natività digitale: salviamo l’ultimo telefono pubblico. La notizia fa subito il giro del web.

L’emancipazione tecnologica fa un passo indietro di fronte a questa notizia di colore, mettendo alle strette la mia generazione. All’alba degli anni ottanta ho assistito al pensionamento del gettone telefonico e ho visto, nel giro di un decennio, spuntare come funghi i nuovi telefoni panciuti, che masticavano schede telefoniche.
Negli anni ’90 vi ricordate i tipi sospetti che sostavano nelle cabine telefoniche nelle ore serali? Li scambiavamo per un killer o il maniaco di turno, invece erano gli inarrestabili collezionisti  a caccia di schede telefoniche dimenticate, smagnetizzate.

A Ischia, l’isola dove ho cominciato la mia attività di giornalista, fu proprio una cabina telefonica a salvarmi per chiedere asilo in redazione, dopo aver perso l’ultimo traghetto per Napoli. Oggi basterebbe un messaggio su WhatsApp ad uno degli amici della community social di I Love ISCHIA, che si prodigherebbe per ospitarmi.

Mi toccherà fare un salto a Succhivo, il piccolo comune ischitano battutosi a furor di popolo in difesa dell’ultima cabina telefonica, con l’ultima moneta in tasca, come accadeva negli anni universitari.
Quando le telefonavo dalla cabina, ero costretto a trovare una ragazza per strada che si fingesse sua amica. Mentre la mamma andava a chiamarla, attraversando il lungo corridoio al secondo piano, mi ero giocato già una parte del tempo della telefonata. Per fortuna, la cabina era a pochi metri da casa e così quella volta le dissi: “Prima che si interrompa la telefonata, mettiti dietro la finestra. Io sono accovacciato sulla Vespa”.

Ci inventammo così la prima videochiamata da un telefono pubblico.

Scrivere per 20 anni: dai primi passi con Domenico Di Meglio allo slogan “Vai da Spoto, lui ti salverà!”

Rosario PipoloIl 18 febbraio 1994 arrivai di buon mattino all’edicola del molo Beverello di Napoli. Acquistai la copia del quotidiano Il Golfo e vi trovai il mio primo articolo. Mi fece effetto vedere un pezzo firmato da me che primeggiava nella pagina Cultura e Spettacolo. Si trattava di un’intervista a Milva, rilasciatami in un camerino del teatro Diana di Napoli, che avevo battuto con una Olivetti Lettera 35 fregata a mia sorella.

Cominciò proprio vent’anni fa un’avventura che, oltre a divenire una professione, mi ha procurato il beneficio di conoscere tanta gente, viaggiare, acuire lo spirito di osservazione. Domenico Di Meglio, il compianto direttore ischitano che aveva seguito i miei primi passi, continuava a ripetermi: “Se vuoi sopravvivere in questa giungla, vuoi capirlo che devi occuparti di cronaca e lasciar perdere musica, teatro e cinema?”. Si rassegnò quando, alcuni anni dopo, ricevetti una lettera da Milano firmata da Ugo Ronfani, che mi ammetteva nell’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro. Ero tra i più giovani in Italia.

Oggi i ricordi si affollano, si attorcigliano, mi abbracciano in un lungo flashback. Quella notte a sbobinare l’intervista, il ticchettio dei tasti della macchina da scrivere, la compagnia del fedele registratore a cassette, l’arrivo a casa con la copia del giornale. Nonna Lucia era in cucina a preparare la cena. Mi chiese di leggerglielo ad alta voce. Mi diede una carezza e poi, qualche anno dopo, prima di andarsene via mi strinse la mano, sussurrandomi con l’ultimo filo di voce: “Te la caverai sempre. Stringi i denti e va’ per la tua strada”.

Oggi, proprio come allora, torno nelle edicole del golfo di Napoli. Esce a mia firma su “Il Dispari”, il quotidiano che ha ereditato la lezione del giornalismo di Di Meglio, un mio contributo che racconta i primi passi e come finii “naufrago” sull’isola di Ischia. La mia crescita proseguì nelle grandi redazioni, dove continuai ad imparare il mestiere, mettendo sempre avanti la passione per superare le difficoltà di una professione in continua trasformazione.

Prima del trasferimento a Milano, che segnò il trasloco dalla carta stampata al digitale, mi trovai per le strade di Roma a rovistare per il futuro. Da figlio di un operaio e di una casalinga non ho mai avuto “santi in Paradiso”, ma angeli custodi sì. Quel pomeriggio nella Capitale mi dissero: “Vai da Spoto al Messaggero, lui ti salverà. E’ generoso, viene dalla gavetta, si è fatto da sé e crede nei giovani”. Salvatore Spoto era un noto cronista del quotidiano romano. Ed io: “Cosa vuoi che farà con uno come me che scrive di spettacolo?”.
Ero demoralizzato. Non andai in via del Tritone. Avevo in tasca pochi spiccioli. Non bastavano neanche per una corsa in autobus. Mi infilai sul primo treno, ripartii con l’amarezza di non esserci stato.

Oggi, in occasione di una ricorrenza speciale, busso alla porta del celebre cronista di Roma che, senza saperlo, è stato l’angelo custode dei miei sogni in questi lunghi anni. Sono legittimi. Appartengono al ragazzo di periferia di ieri che, nonostante i capelli brizzolati, non ha perso la passione e l’entusiasmo necessari per andare incontro alle sfide del futuro. Aspettando il 18 febbraio, torno a battere sulla macchina da scrivere Olivetti 35 il testamento che mi lasciò il mio direttore Domenico Di Meglio: “Guagliò, sei cresciuto ormai. Continua a camminare con le tue gambe”.

Link correlati:
TISCALI. IT –
Vent’anni di interviste nel backstage della memoria, da Dustin Hoffman a Annie Lennox

IN EDICOLA – Scrivere per 20 anni, i miei primi passi con Domenico Di Meglio

Il mio addio “in ritardo” a Domenico Di Meglio, direttore del quotidiano IL GOLFO

domeni-di-meglio-ischia150Ho sempre snobbato la stampa locale campana e i motivi sarebbero troppo lunghi da spiegare. Quando ho iniziato a fare questo lavoro, il mio destino mi ha portato al Golfo anziché al Giornale di Napoli. Ho preso il traghetto per Ischia e mi sono presentato dal direttore per un colloquio dicendogli: “Voglio fare questo mestiere, ma non sono né figlio né nipote di un giornalista”. E lui mi ha dato una pacca sulla spalla, replicando: “Sei coraggioso, ma da noi non c’è bisogno della raccomandazione.”. Qualche giorno fa a Milano, per un beffardo gioco del destino, ho scoperto che Domenico Di Meglio, esemplare giornalista e direttore del quotidiano Il Golfo, se n’è andato poco più di un mese fa: giusto il tempo di finire l’ultimo editoriale e la sua penna si è fermata per sempre. Di Meglio o lo adoravi o lo detestavi. Lo detestavano coloro che non gradivano “i militanti dell’informazione” combattivi e senza peli sulla lingua. Lo adoravano quelli come me che, al di là degli allineamenti ideologici, erano esterefatti dalla sua tenacia. Non ho mai subìto alcuna “censura” sotto la sua direzione: una volta ho scritto un lungo elogio al teatro-canzone di Giorgio Gaber e lui col suo modo sornione mi ha sussurrato: “Da qualsiasi parte sei, la grande arte resta sempre tale”. Conoscendo Domenico Di Meglio ho imparato a voler bene agli “isolani” e il rammarico è quello di non esserci stato all’ultimo saluto. In ritardo gli scrivo: “Direttore, mi spiace essermene andato perché tu dicevi sempre che noi giovani eravamo la salvezza del Sud. Ho mollato, sono stato un vigliacco”. Addio a Domenico Di Meglio, giornalista di trincea che ha trasformato un quotidiano locale in una voce forte del golfo di Napoli e delle sue Isole.