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No, non è finita: L’altro striscione per Pasquale Romano

Sabato sera il Napoli ha incassato la sconfitta della Juventus. Avremmo dovuto portare fuori dal campo di Torino l’ultima parola di Mazzarri: “Non è finita”. Avremmo dovuta spruzzarla su uno striscione e appenderlo nel punto dove è stato trucidato Pasquale Romano, ucciso per sbaglio dalla camorra nella faida di Scampia.
Mentre le immagini del match più atteso di questo inizio di campionato passavano sui maxi schermi allestiti nei vicoli di Napoli, saranno stati in tanti a dedicare un pensiero a Lino, che doveva essere pure lui da qualche parte a fare il tifo per il suo Napoli.

Nell’esclamazione dell’allenatore del Napoli c’è la verità che vale nel gioco come nella vita: la singola sconfitta non conta se all’urlo emotivo e rabbioso sostituiamo la riflessione. Che la rabbia per la morte di Pasquale Romano non resti “urlo da megafono” tra le fila di una fiaccolata come è accaduto per le altre vittime innocenti della camorra. Il quartiere di Forcella ricorda ancora la piccola Annalisa Durante, un altro angelo caduto in volo sotto la mano spietata dei killer.

Lo scrittore Roberto Saviano ha manifestato apertamente la sua indignazione dalle pagine di La Repubblica: “Con quel ragazzo ucciso a Napoli è morta anche la democrazia. Ignorato dal governo che non si è presentato ai suoi funerali, in un’Italia che non si indigna più”.
Tenendo da parte i cliché che fanno di Napoli la landa desolata della malavita e dei criminali, dobbiamo interrogarci sul senso di ricominciare una nuova settimana facendo finta di niente. Sarebbe mostruoso lasciare la morte di Pasquale Romano tra le braccia del cinismo, che permette a un fatto di cronaca qualunque di aumentare le vendite di un giornale.

Sarebbe stato sportivo e umano sentire dentro e fuori lo stadio di Torino un coro di voci per Pasquale Romano, invece del brutale razzismo che riapre polemica per il solito cliché.

No, non è finita.

  Razzismo da tifoso

  L’articolo di Roberto Saviano

Diario di viaggio: Oltre la strada della mia infanzia

Questa è l’immagine della strada in cui ho trascorso parte dell’infanzia, a ridosso della periferia di Napoli. La prima volta che l’ho percorsa da solo, avevo promesso ai miei che non sarei andato oltre. Sul marciapiede del palazzo accanto al mio incontrai un gruppo di ragazzini. Uno di loro mi diede una pistola giocattolo e mi disse: “Unisciti a noi, nessuno ti farà niente. Siamo noi i più forti. Chi supera questa via è solo un debole”. Gettai a terra l’arma giocottolo e feci il contrario di ciò che mi avevano indicato.

Sulla strada principale c’era un altro mondo: uomini, donne e bambini che disegnavano con onestà e buona volontà i contorni della quotidianità. E forse furono proprio loro, assieme alla protezione dei miei genitori, a confondermi per non farmi capire il segreto di una porta bucherellata sul ciglio della strada principale: erano i colpi di pistola lasciati dai killer infami, nel nuovo bradisismo camorristico che tentava di abbattare lo strapotere dei vecchi capi.

Sono tornato nella strada in cui ho trascorso parte dell’infanzia, una domenica mattina dopo una lunga convalescenza. L’ho ripercorsa di nuovo. I ricordi sono finiti sotto la polvere; le mura screpolate delle facciate dei palazzi indicavano spudoratamente che il tempo mi era sfuggito dalle mani; le lenzuola stese nascondevano le storie iscenate un tempo sui balconi.
Non c’erano più bambini guerrieri o pistole giocattolo. Sono stati spazzati via. Era rimasta intatta soltanto l’indicazione del “senso unico”, l’insegna che tanti anni dopo mi ha fatto ritrovare il significato della domenica: vale la pena condividerla con una donna speciale, la stessa che ha rinununciato alle spavalderie della sua gioventù per dividere il suo tempo con ragazzi e ragazze che non hanno più una famiglia su cui contare.

La notte è fatta per i vampiri e la luna mente, perchè non vive di luce propria. Non passavo in quella strada dal 1986, lo stesso anno in cui era nata lei. Ci sono tornato di giorno e la luce del sole, folgorante cone quella della sua anima, mi ha fatto tornare sui passi di ciò che sono.