Pipolo.it

Blog e Sito di Rosario Pipolo online dal 2001

Cartolina da Pushkar: il lago del misticismo per noi pellegrini

Sono arrivato a Pushkar senza sapere a cosa andassi incontro. Qui c’è profumo di sacralità per le stradine della città vecchia, dove l’odore di fogna si mischia con il fango tra la folla dei fastidiosi ambulanti pronti a truffarti.
Il trucco del fiore non può sfuggire all’occhio del viaggiatore: sfruttare le usanze religiose induiste per spillarti i soldi e obbligarti a dare somme spropositate? Sì, senza cedere ai ricatti.

Attraverso una strettoia mi affaccio su un lago. Qui scatta il mistero, lo stupore, perché questo non è un lago qualsiasi, ma una conca d’acqua sacra.
Pushkar, la Varanasi in miniatura del Rajasthan, ha il suo fulcro in questo girotondo di gath, le scalinate che scendono verso le acque e segnano i passi dei riti induisti. Mi fanno cenno di camminare scalzo. Tolgo le scarpe e percorro a piccoli passi il lungolago.

Mi siedo sui gradini di un gath. A pochi passi da me c’è un santone che sussurra parole che hanno il suono di preghiere, schiaffi alla frenesia di noi occidentali orfani del misticismo.
Due grosse vacche, seguite da un asino mendicante, si crogiolano per riflettersi nelle acque mentre il sole intraprende la sua discesa verso il lago, prima che il tramonto diventi fuoco incandescente.

Siamo tutti pellegrini a Pushkar. Mi fermo in un piccolo bar che affaccia sul lago. Sorseggio una tazza di tè indiano mentre in lontananza, come ogni sera, la voce corale e un mantra induista si alzano su tutto il lago della città santa del Rajasthan.
E se ci fosse un sonnifero nel mio tè fumante? Mi addormento steso tra i cuscini di questo bar indiano. Quando mi sveglio, il sole non c’è più, è tutto buio, non c’è luce artificiale, ma solo un quantitativo di stelle che scandscono la veglia notturna su Pushkar.

Mi tornano in mente le parole della donna conosciuta nel tempio:

Fa che sia il tuo cuore a scegliere la destinazione e la ragione a cercare la via del tuo viaggio.

 

Quando una sposa cerca una stella…

Su una spiaggia del Sud, un uomo era accovacciato in riva al mare. Aveva lo sguardo puntato all’orizzonte. Accanto a lui c’era una bimba dagli occhi chiari che faceva castelli di sabbia. Dal mare uscì una voce: “Cosa vorresti per la tua piccola quando crescerà?”.
L’uomo, alzando gli occhi, rispose: “Vorrei fosse felice per tutta la vita”. E la voce replicò: ” Scegli una stella. Veglierà sempre su di lei, quella sarà il tuo dono”. L’uomo sbirciò in cielo e ne scelse una che cascava a pelo sulla linea dell’orizzonte.

Molti anni dopo lo sposo prese per mano la sua sposa* e la portò in riva al mare, su una spiaggia del Sud. La sposa allargò le narici e respirò l’odore del mare. Accanto a lei c’era un piccolo castello di sabbia, ma non lo riconobbe. Incisa nella sabbia c’era una data e lei di chiese come avesse fatto quel castello a restare intatto per così tanto tempo. Dal mare udì una voce: “Questo castello di sabbia è il tuo, dentro vi erano custoditi i tuoi sogni e la luce di quella stella lo ha protetto”.
La luce della stella lasciò due orme di mani sulla sabbia. Erano le stesse mani che da bambina la facevano volare; le stesse mani che l’avevano allevata; le stesse mani che le avevano indicato la via del cuore. Fu allora che la sposa si ricordò e due lacrime scivolarono sulla sabbia. Germogliarono tanti fiori in riva al mare.

Da quel giorno si dice che ogni volta una sposa è sulla spiaggia a cercare una stella, è quella che le ha dedicato il suo papà per restarle accanto nei giorni speciali che la renderanno moglie e mamma. E da quel giorno le fiabe non cominciano più con “c’era una volta”, ma si chiudono come se fossero una smisurata preghiera: Amen.

* Dedicato a Paolo e Adele, sposi il 22 settembre 2012.

Dynamo Camp, l’alternativa intelligente all’inutile bomboniera!

4 marzo 2012: Smisurata preghiera per Lucio

Vorrei non arrivasse mai il 4 marzo 2012.
Era lo stesso a cui lanciarono sassate, perché faceva le smorfie da scimpanzé, ma l’unico zingaro musicante a sapere che le stelle sono più di un miliardo.
Dovrebbero fermarsi pure i russi e gli americani, perché “Te voglio bene assaje” fu grido d’amore per Mosca come per New York.

Vorrei non arrivasse mai il 4 marzo 2012,
per non vederlo andar via con Anna e Marco, chissà su quale treno, su una saetta come nuvolari, aspettando l’anno che (mai) verrà, perché lui ci rivelò come è profondo il mare.
Sarà forse la sera dei miracoli serigrafata sulle ali di una farfalla o tutta la vita dello sfacciato che osserva dentro l’anima con canzoni e ti chiede tu com’eri.

Vorrei non arrivasse mai il 4 marzo 2012,
per non sentire il vuoto a piazza Grande senza che Henna se ne accorga: gli uomini vanno via, proprio come Ayrton, che non fece in tempo ad imparare che un vincitore vale quanto un vinto.

Come il vento poi arriverà Lunedì e lui sarà negli angoli del cielo a dirci ciao.
Gesù bambino, lo riconoscerai in mezzo ai ladri e alle puttane con gli occhialini tondi e un cappellino in testa. Non avrà l’aria del brutto anatroccolo, ma dello zingaro felice più bello dell’universo. Se io fossi un angelo me lo riprenderei, ma angelo non sono. Sono un povero diventato ricco grazie al suo canzoniere ereditato. Finisce così il primo tempo della mia vita, per lui comincia il secondo.
Perciò, Gesù bambino, lascialo giocare a carte, cantare e bere vino, perchè per la gente del porto lui sarà Lucio Dalla per sempre.