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La Gelmini e la Scuola che discrimina i disabili

Tagliare si può, anzi si deve. Non occorre avere la faccia tosta, ma quella punta di maldestro coraggio che giorno dopo giorno sta facendo sprofondare la nostra Scuola. Diciamo pure la Scuola, perché di “nostro” non è rimasto più niente, visto che le braccia aperte sono per “i pochi”, i privilegiati, quelli che sono confinati nel bunker delle private. Tra i malcapitati ci sono pure i disabili perché anche lì bisogna risparmiare. Il caso triste era accaduto a La Spezia, dove uno studente disabile di una scuola superiore si era visto tagliare le ore di insegnamento del sostegno. Insomma di mezzo c’è il Ministro Gelmini che è stata condannata per “condotta discriminatoria” ed ora ci sono da pagare le spese processuali e per giunta ripristinare le ore.
Questa sembra una barzelletta brutale, invece è un pietoso fatto di cronaca che mi solletica una riflessione. Nel mio percorso scolastico ho avuto in classe compagni disabili i quali, senza il supporto di un insegnante di sostegno, non avrebbero potuto condividere con noi diverse attività. Ricordo all’asilo, in una giornata di primavera come oggi, lui che non poteva tirare due calci ad un pallone perché era su una sedia a rotelle. Mi avvicinai per smorzare la tonalità della diversità e facemmo un patto che ci fece diventare compagni di merenda. Io tiravo il pallone, ma lui mi indicava la direzione precisa. All’epoca portavo il bendaggio all’occhio destro e certe volte mi sentivo “un pirata” rispetto agli altri bambini. La mia era una deficienza oculistica che avrei risolto col tempo, il suo un problema congenito che lo avrebbe segnato per tutta la vita.
I “disabili” non sono loro, ma lo diventiamo noi quando ci passano sotto il naso queste “orrende discriminazioni” e facciamo finta di niente. Gli studenti di quella scuola ligure hanno una grande ricchezza in classe e non devono rinunciarvi. Oggi ringrazio pubblicamente il mio primo compagno di merenda, per avermi fatto sentire  “un campione” al suo fianco, dandomi una grande lezione di vita:  non dare mai nulla per scontato.

Professò, lo sapete dei cinque arresti al Villaggio dei Ragazzi di Maddaloni?

Non c’era via di scampo perché la provincia pacchiana era lì che ti spediva. Quando nei paesotti alla periferia di Napoli si chiedeva ai santoni locali quale fosse il miglior percorso di studi per i figli, ‘o Professore rispondeva: “A Maddaloni al Villaggio dei Ragazzi”. L’unica alternativa poteva essere il liceo “Giordano Bruno” e nessuno poteva fiatare. Per fortuna c’era chi come me aveva una mamma napoletana, guerriera tra l’altro, che in una furibonda litigata con mio padre nel 1987 si fece afferrare per pazza. Per mio figlio nessuna divisa, nessuna scuola privata, nessuna atmosfera soffocante e limitata nel feudo della periferia casertana tra i vassalli e i valvassori delle scolette locali. Mamma picchiò duro e alzò la voce: “Piuttosto se ne vada al Garibaldi o al Genovesi a Napoli, ma io lì non ce lo mando”.
E adesso chi glielo dice a ‘o Professore che il mito del Villaggio dei Ragazzi di Maddaloni è crollato con un soffio di vento? Lunedì scorso la notizia è balzata sulle cronache di tutti i giornali, incluso il Corriere del Mezzogiorno: Abusi al Villaggio dei ragazzi, i prof cattolici chiedono la testa di don Cavallé, il presidente della fondazione dell’istituto casertano. La sconfortante notizia corre veloce e lascia tutti sotto choc, soprattutto il mondo cattolico e clericale. E adesso stanno sbiancando tutti i genitori sbruffoni, figli della piccola borghesia locale, che una ventina d’anni fa lasciavano con orgoglio i  pargoli “in divisa” sulla banchina delle stazioni della linea Napoli-Caserta via Cancello. Far frequentare quell’istituzione voleva dire appoggiare la religione meschina  “del vivere per apparire”, che nei piccoli centri si trasforma in sindrome che ammazza e mortifica le coscienze e gli intellettuali autentici.
Ahimè, caro Professore, mammà ci aveva visto lungo e lei si è fatto mettere in saccoccia da una casalinga, una croce per mio padre  in 36 anni di matrimonio, perché è stata capace di smantellare uno per uno i falsi miti paesani, inclusa un’istituzione scolastica che per fortuna non compare nel mio percorso di studi.