Diario di viaggio: naufrago sull’Elba di casa mia

L’Elba è l’isola che non ti aspetti, soprattutto se ci capiti per un viaggio fuori programma. È Caprese negli spicchi che cantano a squarciagola la salsedine del mare cristallino di Cavoli; è Corsa nell’entroterra che fa delle alture e della vegetazione la plancia contadina dell’isola che non c’è.
L’isola c’è ma non solo nella costa frastagliate che agguantano la baia di Sant’Andrea o le spiagge selvagge avvistate oltre Porto Azzurro. L’isola esiste sulle alture dei borghi sospesi come Marciana Alta, dove le vecchie case scoperchiano la consistenza della memoria o nell’acqua della fonte napoleonica che rumoreggia sulla piazzetta di Poggio.
Si può essere elbani quando Angelo di Poggio trasforma l’ospitalità di un Bed & Breakfast in un canto di storie e di aneddoti che ti fanno mescolare con quella gente per un giorno, per due, per tre, per sempre.
Si può essere elbani quanto le pappardelle fatte a mano da Antonella di Porto Azzurro fanno inghiottire al gusto dell’entroterra i sapori della costa così che i funghi porcini aggrediscano cozze e vongole.
Si può essere elbani quando scopri che la donna affacciata alla finestra è Emilia Pignatelli, scenografa di Fabrizio De Andrè e occhio poetico che rese infrangibile la bambina sulla copertina di Anime salve, album testamento di Faber.
Mentre il turismo di massa se ne sta in spiaggia tra il chiasso di pisani e livornesi litiganti furiosi per accaparrarsi un posto auto, sbucano le cafoncelle vestite di goffaggine provinciale e preoccupate di collezionare tintarella e tuffi, perché illuse di essere chic.
L’isola dell’Elba le fa tornare a casa con un palmo di mosche in mano, le lascia senza abbronzatura, e per giunta con fastidiosi starnuti allergici, sculacciandole e mortificandole per la vuotezza da fradicia turista.
L’Elba premia invece il viaggiatore che sa ascoltare il richiamo della memoria, salendo le scale di Porto Ferraio e riconoscendo il rigurgito della storia rinchiuso tra le mura domestiche di Villa dei Mulini: l’epopea di Napoleone Bonaparte colta sul viale del tramonto dell’esiliato, tra le pagine dei libri ingialliti e il rumore dei passi dello spettro che l’ode manzoniana custodì integra nella sua totale umanità, come il faro che si intravede dalla finestra.
Vorresti non ripartire più, ma ormai la nave è salpata e ti obbliga a guardare in direzione della terra ferma, verso gli scheletri dell’Italsider di Piombino che invece nascondono tutt’altro. In treno incroci Stefania, psicologa e insegnante, che ti svela l’altra faccia di Piombino e allora forse è già quello punto di partenza del viaggio che verrà.
A Pisa, in piazza dei Miracoli, attraverso gli occhi chiari di Simona, ritrovo riflesso il mare cristallino dell’isola dell’Elba. Danzano i ricordi e le nostre anime di viaggiatori che si tengono per mano. Il futuro è negli zaini che la vita ci ha messo addosso perché, attraverso questa instancabile voglia di viaggiare, riconosceremo nell’altro lo specchio per guardarci nell’anima da vagabondi e capire quale sarà la prossima meta. Il viaggio non finisce, mai e poi mai.




Mentre il Sindaco di Firenze Leonardo Domenici si incatenava per protesta dinanzi alla redazione di Repubblica, io passeggiavo per le strade del centro del capoluogo Toscano. Lascio perdere il teatrino di Domenici e i casi di corruzione che demoralizzano il Belpaese, e mi soffermo sulla città. Premetto che mi sento fiorentino d’adozione. I miei zii abitano nella zona di Novoli e negli anni novanta ho trascorso lì lunghi periodi. Più passa il tempo e più mi convinco che i fiorentini fanno bene ad essere incazzati con le amministrazioni. Firenze continua a pavoneggiarsi sotto la campana di vetro dell’arte, preoccupandosi del turista e tirando calci in culo a chi ci vive. E’ un atteggiamento ormai cronico che priva i fiorentini di un sacrosanto diritto: la “vivibilità”. Per non parlare dei cantieri aperti (quando metteremo fine alla barzelletta del completamento della linea tranviaria per Scandicci?) e della sporcizia in troppi angoli della città. In più si mette pure Trenitalia che, per l’apertura della linea veloce, ha dirottato gli Intercity su Campo di Marte e Rifredi, ques’ultima poco sicura dopo una certa ora. Interviene la saggezza spicciola di conducente di autobus: “Li abbiamo votati e ce li teniamo”. Io colgo l’occasione al volo e replico: “Perchè l’Ataf mi fa pagare 1 euro e 20 centesimi per una corsa? Troppo caro?”. Lui fa orecchio da mercante. Mentre i turisti stranieri si fanno spellare dagli albergatori e dai ristoranti del centro, fanno bene gli italiani intelligenti ad andare all’astero in stile low cost e per un trattamento migliore. Caro Dante, chissà in quale girone dell’Inferno li metteresti questi padroni della Firenze di oggi. Ed io, viandante di passaggio, non posso che canticchiare il ritornello di una canzone del saggio Ivan Graziani: “Per questo canto una canzone triste, triste, triste, triste come lei”. Firenze, che canzone triste!