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Cartolina dalla Barcolona 2015: nella bora io posso sognare la vela di Isabelle

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Rosario PipoloPer me la bora era confinata tra le suggestioni letterarie e cinematografiche. Perlomeno fino al mio ultimo ritorno a Trieste, che mi ha accolto con le carezze convulse di questo vento catabadico.

Nel sabato precedente al “dì di festa” della Barcolana, la storica regata che da 47 anni rende Trieste la culla internazionale delle vele, è stata la bora il direttore d’orchestra. Travolto da questo dondolio sfrecciante del vento mi sentivo come Mary Poppins, mentre i triestini mi rassicuravano sguinzagliando aneddoti sulla convivenza ventilata.

Trieste mi regala da sempre suggestioni, ispirazioni, incontri in un crocevia di culture: Emanuela e Sonia mi inondano di triestinità; Angela mi riporta ai miei reportage in Polonia alla ricerca delle tracce di Wojtyla e Walesa; Isabelle mi ricongiunge ad un pezzetto della mia famiglia che vive nel Sud della Francia.

Fuori soffia la bora, dentro si condividono piccole storie, come quella di Isabelle, velista vestita dalla semplicità, perchè i veri sportivi delle onde del mare schiacciano l’odioso divismo. La salsedine del mare triestino mischiata alla bora stropiccia la nostalgia per le passeggiate sulla spiaggia di Coroglio a Napoli. Così tento di spiegare a Isabelle uno slang partenopeo ereditato da nonno Pasquale.

Poco dopo la mezzanotte attraverso il salotto scapigliato di piazza Unità d’Italia. La bora è fortissima, all’altezza di Canal Grande, mi scaraventa contro la statua del mio amato Joyce. Mi tengo stretto, i ricordi della vita privata si mescolano a quelli lavorativi: in lontananza il mare agitato mi illumina.
La velista franco-tedesca, con cui avevo condiviso la vigilia della Barcolana, era la famosa Isabelle Joschke, “la Solitaire, une école de l’humilité” che appariva così in uno dei titoli del quotidiano Le Monde.

E’ come se la bora avesse strappato a Hugo Pratt la matita con cui creò Corto Maltese per disegnare nuovi paesaggi, uno sconfinato scenario di viaggio. L’indomani la bora è destinata ad assopirsi e il mare di Trieste a raccogliere le 1.667 vele della Barcolana. Io resto qui, perchè nella bora posso sognare la vela di Isabelle.

Diario di viaggio: La foiba di Basovizza e la ferita aperta di Trieste

Rosario PipoloTrieste mi appartiene. C’è il riverbero di Joyce degli anni del mio “studio matto e disperatissimo” dell’Ulisse; è crocevia di culture; è culla di storia che fa di ogni impronta etnica il cumulo del sogno futuro di ciascuna comunità. Trieste custodisce la memoria con riservatezza, senza troppo rumore, senza civetterie.

La mia estate comincia sul carso triestino, alla foiba di Basovizza. Qui il tempo sembra essersi fermato. E’ più di un presagio questo stadio di sospensione. E’ come se la storia ci volesse sculacciare per aver fatto finta di niente; per essercene disinterassati sui banchi di scuola; per non aver provato sdegno quando ci siamo accorti che in tanti in Italia non sapevano che una foiba fosse la fossa aratra di un campo di concentramento.

Dopo le mie tappe ad Auschwitz e Redipuglia, eccomi a Basovizza: il silenzio urla a voce alta disperazione. Disperazione per aver coperto i partigiani jugoslavi – complici furono gli stessi anglo-americani quando era necessario avere come alleato “il compagno Tito” – che trucidarono in questo inghiottitoio migliaia e migliaia di italiani.

La storia non si studia solo sui manuali tra i banchi di scuola. La storia si affronta di petto, perchè gli eccidi appartengono a nazisti, fascisti e comunisti. Complice e criminale è stata quella classe politica italiana che sapeva ed ha mentito alla propria coscienza.
Il riconoscimento della foiba di Basovizza come monumento nazionale da parte del nostro Presidente della Repubblica – accadde nell’anno della mia maturità classica – non smuove il fango della vergogna con cui è fatto il mantello della nostra Prima Repubblica.

C’è un’odiosa classe politica italiana frequentatrice di salotti e figlia  di quella generazione che strizzò l’occhio al compagno Tito. Questa è una disfatta morale, prima che politica. La mia estate comincia qui alla foiba di Basovizza, mentre si squarcia la commiserazione della memoria collettiva.

Diario di viaggio: il retrogusto di Trieste e il buon cibo di Foraperfora

Rosario PipoloTrieste è un posto incantevole, crocevia che la storia ha messo nelle condizioni di far incontrare persone di culture diverse. Il buon cibo è voce riflessa di tutto questo e chi si sente ingannato non ha compreso fino in fondo lo spirito della culla del Venezia-Giulia.
Foraperfora, il nome buffo dell’osteria che sbuca sia su via Diaz che su via Cadorna, rende bene l’idea: entri da una parte e te ne esci dall’altra, perché i triestini sanno bene che la “doppia entrata” è il modo migliore per rubare i passi alla vita senza voltare le spalle al passato.

Mauro Rizzato ha trascorso una vita dietro i fornelli, osservando la nonna che preparava, con gli avanzi del giorno prima, i succulenti gnocchi di pane. Dopo l’avventura di oste all’osmizetta de Cavana, Mauro ha traslocato in questa vecchio covo triestino.
A Foraperfora c’è chi si affaccia per sorseggiare della buona birra non filtrata, per mangiucchiare affettati accompagnati da un vinello locale o per portarsi a casa la migliore cartolina culinaria di Trieste. Quest’ultimo sono io. Altro che estate, mi rifocillo con piatti autunnali: dalle tagliatelle fatte in casa con i porcini alla caldaia con crauti; dal cragno e crauti alla crema Foraperfora con l’intrusione del mascarpone.

Lo staff è così simpatico ed imprevedibile che ti verrebbe voglia di fare un casting per una serie televisiva. Nessun copione alla mano ma in compenso tanta spontaneità come la comunità del Venezia-Giulia. L’affettatrice sputa fuori il prosciutto friulano, piatti vanno e vengono dalla cucina e poi ecco arrivare la cliente che lamenta i tempi d’attesa o la posata mancante. Come si vede che “la lady schizzinosa” non è amante del buon cibo. Non ha capito che qui non siamo al ristorante, ma respiriamo l’atmosfera di un osmize carsico in pieno centro a Triestre.

Mentre vado via mi sembra di intravedere seduti ad un tavolo Joyce e Svevo. Pare che scriveranno un racconto “a quattro mani” e ci infileranno dentro quelli di Foraperfora. Allucinazione? No. Tutta colpa degli shottini triestini, che Mauro mi ha fatto assaggiare alla fine della cena. Il viaggiatore va via soddisfatto tutte le volte che ritagli di storia giocano a nascondino sotto il palato.